Tra revival e celebrazioni, la cultura italiana cerca rifugio nella memoria
Il 2026 si sta configurando come l’anno delle grandi rimembranze. Il bicentenario della nascita di Carlo Collodi, gli 800 anni dalla morte di San Francesco, i 90 anni dalla morte di Pirandello e i 100 anni dalla nascita di Dario Fo (qui un articolo sul tema) stanno trasformando la cultura italiana in un grande archivio celebrativo.
Non è un fenomeno isolato. Nel 2016 fu l’anno di Shakespeare, nel 2021 quello di Dante, con un’ondata di spettacoli e iniziative che ha attraversato tutto il Paese.

Ogni volta che il presente si fa più incerto, l’Italia sembra attivare lo stesso riflesso: cercare rifugio nelle grandi figure del passato. E il nostro presente è molto incerto.
Sia chiaro, il problema non è la memoria, ma il modo in cui scegliamo di usarla. Celebrarla è un modo necessario per rendere omaggio alla nostra storia e a ciò che ci rappresenta. Esiste però una differenza sostanziale tra una memoria che interroga il presente e una memoria che lo anestetizza. La prima usa il passato per aprire conflitti e domande; la seconda lo trasforma in un luogo rassicurante in cui rifugiarsi.
Prendiamo l’esempio del nostro Pinocchio, simbolo italiano, presente in tutti i nostri ricordi d’infanzia: il burattino ribelle, bugiardo, disobbediente e tragicamente umano creato da Collodi è stato in gran parte trasformato in un personaggio tenero, rassicurante, quasi pedagogico. Un peluche nazionale. La sua natura scomoda è stata addomesticata. Eppure Pinocchio nasceva come figura inquieta: attraversava fame, violenza, miseria, desiderio di trasformazione sociale. Non era soltanto un personaggio educativo, ma un corpo irrequieto dentro un’Italia povera e contraddittoria.
Lo stesso accade con San Francesco (ne parlo qui): Il ribelle che scelse la povertà radicale e contestò il potere della Chiesa del suo tempo viene spesso ridotto a un’immagine mite e consolatoria, perfetta per presepi e messaggi edificanti.
Naturalmente non ogni ritorno ai classici è un gesto regressivo. Alcuni artisti e registi contemporanei usano proprio queste figure per leggere il presente con maggiore radicalità. Il problema nasce quando il classico smette di disturbare e viene trasformato in un oggetto culturalmente innocuo. Questo addomesticamento non è neutro: è il sintomo di una cultura che preferisce rendere il passato rassicurante piuttosto che lasciarlo ancora capace di disturbare. In un presente segnato da instabilità economica, accelerazione tecnologica e crescente fragilità identitaria, rifugiarsi in un passato mitizzato e reso innocuo appare più rassicurante che confrontarsi con le tensioni del presente.
Anche il teatro risente fortemente di questo clima. Molti teatri stabili e cartelloni della stagione 2025/2026 privilegiano revival, riprese di classici e allestimenti sicuri, lasciando meno spazio alla drammaturgia contemporanea e alle nuove voci. In parte è anche una questione di sopravvivenza: in un sistema culturale economicamente fragile, il classico garantisce riconoscibilità, pubblico e una minore esposizione al rischio. Ma proprio questa prudenza rischia di restringere lo spazio della sperimentazione e delle nuove scritture.
Ma è questo il posto della drammaturgia? Non dovrebbe invece stare sul confine fragile tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando e non rischiare di essere sostituita da una confortevole nostalgia?
Celebrare il passato è importante e necessario. Ma ha senso solo se usato come strumento per leggere con maggiore lucidità il presente. Nel momento in cui, invece, diventa un meccanismo di rimozione delle spine più scomode, si trasforma in un sonnifero collettivo, culturalmente raffinato ma artisticamente problematico.

Il problema non è che l’Italia guardi troppo al passato, ma che sempre più raramente immagini qualcosa che non sia già stato autorizzato dalla memoria.
E così, mentre fuori il mondo corre veloce e inquieto, l’Italia del 2026 continua a cullarsi tra le pagine ingiallite dei ricordi. Come scriveva Leopardi nelle sue Ricordanze, «vaghe stelle dell’Orsa, io non credea / tornar ancor per uso a contemplarvi», continua a guardare indietro, cullandosi nella dolcezza amara dei ricordi, forse sperando che essi possano ancora proteggerla dal freddo e dall’incertezza del presente.
Foto in evidenza Pinocchio (Teatro di Roma) ph. Renato Esposito





