La vie en rose… Bolero offre momenti coreografici interessanti e ottimi interpreti, ma manca di una visione capace di tenere insieme lo spettacolo.
Lunedì 3 agosto è andato in scena, al Teatro Romano di Fiesole, uno degli appuntamenti di danza dell’Estate Fiesolana, un’edizione che ha riservato, in cartellone, ampio spazio alla danza neoclassica. Tra le rovine della Fiesole romana il Balletto di Milano ha presentato uno dei suoi spettacoli di punta, in tournée dal 2019: La vie en rose… Bolero, con le coreografie di Adriana Mortelliti e la direzione artistica di Carlo Pesta. L’opera rappresenta un omaggio in chiave danzata alla musica francese, da Ravel in poi: un balletto che attraversa gli stereotipi della Francia attraverso i grandi successi di Charles Aznavour, Jacques Brel, Édith Piaf e Yves Montand, per concludere il percorso parigino con una coreografia originale sul Bolero di Ravel, tra le pagine più celebri della musica del Novecento.

Partiamo dalla costruzione del programma. È perfettamente lecito, trattandosi di danza neoclassica, scegliere di non raccontare una storia attraverso i passi della danza classica, nella prospettiva di far evolvere questa disciplina verso qualcosa di nuovo: che sia evocare un tema o una sensazione attraverso collegamenti mentali, o rappresentare il movimento puro in quanto tale. Ma, per farlo, ci deve essere comunque un senso, una visione chiara, un’intenzione precisa. Quale visione abbia guidato questo programma resta poco chiara, forse con l’intento di evocare la Francia mettendo insieme le canzoni di maggior successo internazionale in un collage che sembra composto al buio. E il senso di accostarle al Bolero? Non pervenuto. E poi, un balletto su Édith Piaf e Aznavour… che novità. Nel complesso, il primo atto sembra un saggio di danza pensato apposta per mostrare la bravura dei danzatori, senza dare alcuno stimolo o interesse, rendendo lo spettacolo quasi noioso.
Vorrei sperare che i problemi di luci siano stati frutto di un guasto in corso, e non di errori, o peggio, di una scelta voluta. Se fosse la seconda ipotesi, in un balletto il cui fulcro dichiarato è il virtuosismo dei danzatori — perché solo quello sembrava interessare — farli ballare al buio non pare affatto una scelta brillante: è successo in quasi tutti i cambi di musica, e per diversi lunghi secondi. Se invece si trattava della prima ipotesi, il disegno luci previsto era composto da semplici piazzati bianchi e da alcuni puntamenti: nulla di paragonabile a un concerto elettronico, dove l’operatore doveva svolgere un solo compito, ossia far coincidere gli stacchi con la musica e con il passaggio dei danzatori. Ed è proprio questo, l’unico compito richiesto, a essere risultato sbagliato.
Nonostante l’insieme non funzioni, le coreografie dei vari brani, prese singolarmente, sono interessanti e coniugano bene tecnica, tempo ed espressività: ottime, appunto, per mostrare la bravura dei danzatori, magari pezzi con cui presentarsi ai concorsi. Vorrei approfondire quella realizzata sul Bolero di Ravel, sicuramente l’impresa più ardua. Va detto che qualsiasi cosa si faccia sulle note di quest’opera acquista valore, per la sua bellezza intrinseca: persino battere le mani a tempo sembrerebbe una coreografia interessante. Questo brano ha però un precedente ingombrante per quanto riguarda la danza, ovvero la versione di Béjart che, pur venendo ripresa in qualche passaggio, fa comunque ombra alla coreografia messa in scena al Teatro Romano. La versione del Balletto di Milano, tutto sommato, funziona: belli gli scambi, i canoni, il passaggio del movimento da un corpo all’altro. A mancare, semmai, è quella ripetizione ossessiva che la musica richiama: sembra quasi che la danza non la senta.
L’unico elemento veramente buono è la bravura virtuosistica dei danzatori, che hanno affrontato in maniera eccellente un programma comunque impegnativo, tenendo conto anche della difficoltà di danzare in una caldissima serata d’agosto. Tutti hanno gestito con precisione la difficoltà tecnica, e con grande teatralità la parte espressiva. Unica nota dolente: gli unisoni non erano mai davvero tali. La forza di quando tutti eseguono gli stessi passi sta nel sembrare un solo corpo, e in questo caso non è mai successo; ciò può però semplicemente indicare che queste parti non siano state curate a sufficienza in fase di prove, essendo gli unisoni anche la porzione che richiede più tempo di preparazione rispetto agli assoli o ai duetti.

Resta il rammarico per un’occasione non pienamente colta: un cast di alto livello a cominciare dai primi ballerini Alessia Sasso e Mattia Imperatore e alcune intuizioni coreografiche avrebbero meritato una visione più definita e coerente. La tecnica convince, l’impegno è evidente, ma il teatro chiede qualcosa di più della sola bravura: una ragione profonda per cui quel movimento esista.
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La vie en rose… Bolero – serata di danza su musiche di Maurice Ravel, Charles Aznavour, Jacques Brel, Édith Piaf, Yves Montand e altri autori – coreografie Adriana Mortelliti – direzione artistica Carlo Pesta – con il Balletto di Milano –Primi ballerini: Alessia Sasso e Mattia Imperatore – Una produzione Balletto di Milano – Estate Fiesolana 2026, organizzata da PRG srl e Associazione Music Pool – Teatro Romano di Fiesole, lunedì 3 agosto 2026.





