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San Francesco secondo Barbero: il ribelle che continuiamo ad addomesticare

Due storici in dialogo su San Francesco, la figura più celebre e fraintesa della storia italiana

Credo che tanti come me, appena letta la notizia “Alessandro Barbero a Genova”, abbiano cliccato immediatamente per prenotare un posto, prima che andasse tutto esaurito.
Difatti, venerdì 27 marzo 2026, la sala del Teatro Carlo Felice di Genova era al completo. L’incontro è andato sold out in pochi minuti: del resto siamo a Genova, e l’ingresso gratuito fa sempre gola. Il pubblico era eterogeneo – appassionati di storia, studenti, qualche curioso – ma tanti, come me, erano arrivati fin lì più per Alessandro Barbero che per San Francesco d’Assisi.

alessandro barbero

Lo confesso senza pudore: non ero lì spinta da un’ardente passione per il Poverello di Assisi. Ci sono andata soprattutto perché sono una fan del “personaggio Barbero”: del suo rigore intellettuale, della sua chiarezza tagliente, della capacità di raccontare la storia senza mai cadere nelle semplificazioni di comodo. E mentre aspettavo che iniziasse il dialogo con Antonio Musarra, introdotto da Carlotta Sorba, mi sono guardata intorno e mi sono chiesta: perché un semplice incontro tra due storici riesce a riempire un teatro lirico come fosse uno spettacolo di richiamo?

La risposta l’ho trovata durante la serata e me la sono portata a casa: finché c’è Barbero, c’è speranza.

E se in una società come la nostra, satura di distrazioni, semplificazioni e algoritmi, uno storico rigoroso e politicamente esposto come Barbero è di moda e riesce a riempire i teatri, allora vuol dire che non siamo messi così male come spesso temiamo.

Contestualizzo meglio. Nell’ambito della XV edizione di “La Storia in Piazza” di Palazzo Ducale (tema di quest’anno: Naturalmente: naturale e innaturale nella storia), Barbero e Musarra hanno affrontato una delle figure più celebri e più fraintese della storia europea, in occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco (1226-2026).

Non una celebrazione agiografica, ma un’analisi rigorosa che parte dagli scritti di Francesco stesso e dalle stratificazioni successive delle legendae. Un Francesco capace di parlare potentemente al presente, proprio perché la sua epoca, come ha sottolineato Barbero, era attrezzata per capirlo nella sua radicalità.

Il Francesco che emerge dal dialogo non è il santo ecologista gentile, l’amico degli animali da santino o il poeta della fratellanza universale che va bene per tutti. È un uomo scomodo, testardo, a tratti arrogante, un critico feroce del potere economico e religioso del suo tempo. Uno che si spoglia letteralmente davanti al vescovo per denunciare l’ipocrisia della ricchezza. Un ribelle che sceglie la povertà non come virtù devota, ma come atto politico e spirituale rivoluzionario.

E qui arriva il punto più interessante emersa dal dialogo dei due studiosi:tutti prendono da Francesco quello che più gli conviene.
Cento anni fa, per fare un esempio palese, in pieno fascismo, Mussolini celebrò il settecentesimo anniversario del 1926 estraendone solo ciò che serviva al regime, trovando tantissime similitudini fra il Duce e Francesco d’Assisi.

Oggi, nel 2026, rischiamo di fare lo stesso: trasformiamo Francesco in un comodo simbolo “naturale”, ecologista light, animalista da social, predicatore di pace generica, depurandolo di tutto ciò che disturba, che mette in crisi, che è “innaturale” rispetto alla nostra sensibilità contemporanea. Barbero lo ha mostrato con la sua consueta lucidità e verve che ormai è diventata iconica: Francesco non era un rivoluzionario moderno, ma era certamente un disturbatore del sistema. E proprio per questo continua a essere frainteso, addomesticato, reso innocuo.

Ecco perché torno a casa con una sensazione netta: finché uno storico come Alessandro Barbero continua a riempire teatri, a parlare con chiarezza brutale, a rifiutare le semplificazioni, c’è ancora speranza per la cultura e per il teatro stesso.

Barbero non è solo un divulgatore: è un modello di rigore che non rinuncia alla passione. In un’epoca in cui tanti spettacoli sembrano avere paura della vera rabbia o della vera complessità, vedere un teatro pieno per un dialogo storico è un segnale potente. Sarà un po’ anche merito della passione che lo studioso mette in quello che fa, del suo modo di comunicare, della chiarezza dei suoi pensieri.

Uscendo dal Carlo Felice non mi sentivo “illuminata” nel senso consolatorio del termine. Mi sentivo più ricca. Ricca di speranza, di gioia per aver finalmente ascoltato Barbero dal vivo, ma anche di informazioni, perché sebbene sia andata lì per il personaggio di Barbero, ne sono uscita carica di informazioni e riflessioni su Francesco d’Assisi, che per me rimaneva un tassello di studi liceali anche poco approfonditi.

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Dal profilo instagram di Antonio Musarra

Francesco non salva nessuno. Eppure continua a rivelarci, con spietata chiarezza, quanto siamo bravi a selezionare solo la parte di verità che ci fa stare comodi. Barbero ci ricorda che il compito della cultura e del teatro è proprio l’opposto: restituirci la complessità, anche quando brucia. Per questo, mentre tornavo a casa, continuavo a ripetermi quella frase: finché c’è Barbero, finché ci saranno voci capaci di rigore, onestà intellettuale e coraggio civile c’è ancora speranza per la cultura e per il teatro stesso. E un po’ anche per la società in cui viviamo.

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