Amanti elementari di Paolo Sortino: quando l’amore precede il linguaggio
C’è un momento, nelle prime pagine di Amanti elementari (Einaudi, Supercoralli, 2026), in cui il romanzo di Paolo Sortino dichiara apertamente la propria ambizione: non raccontare una storia d’amore, ma mettere in scena l’amore mentre nasce. Otto milioni di anni fa, in una foresta appena uscita da un diluvio durato «lmilioni di anni e un’ora», un branco di ominidi vive secondo leggi elementari — gerarchia, caccia, sopravvivenza — in un mondo dove gli occhi sono l’unico linguaggio possibile e la memoria dura pochi minuti. È in questo scenario primordiale, quasi geologico nella sua lentezza, che Sortino colloca il suo esperimento più radicale: un romanzo di formazione ambientato prima ancora che esistesse un «io» capace di formarsi.
Il protagonista è un giovane maschio inadatto al branco: meno aggressivo dei suoi simili, incapace di sincronizzarsi nella caccia collettiva, progressivamente escluso e infine allontanato. La sua solitudine — che il libro tratta non come punizione ma come scuola — lo costringe a imparare da solo a leggere la luce, il freddo, la fame, i segnali minimi di un mondo che per lui, come direbbe un filosofo, sta smettendo di essere un semplice ambiente per diventare, faticosamente, un mondo abitabile. Il racconto si colloca proprio in quella soglia della storia evolutiva in cui negli ominidi cominciano ad apparire le prime tracce della coscienza. Ed è lì, in quella radura solitaria, che incontra lei: una femmina libera e sfuggente che, poco alla volta, sceglie di restare. Nessun nome, nessuna parola, nessuna idea di «tu» — eppure, pagina dopo pagina, qualcosa che riconosciamo perfettamente come amore.
Ciò che colpisce di più, leggendo il romanzo, è la disciplina stilistica con cui Sortino sostiene questa scommessa per centoventotto pagine senza mai cedere all’antropomorfismo facile né alla freddezza documentaria. La prosa procede per campate brevi e dense, quasi scandite come stagioni: si sofferma sulla fisiologia dello sguardo — l’unico vero canale emotivo di creature la cui muscolatura facciale serve a proteggere il cranio più che a esprimere sentimenti — sulla scoperta accidentale del fuoco, sull’assoluta novità di ogni cosa vista per la prima volta: funghi, farfalle, il proprio riflesso nell’acqua. Sortino inventa un lessico interiore per personaggi che non possiedono ancora un linguaggio, e lo fa senza scorciatoie: la noia diventa «la più altruista delle emozioni» perché è la sola compagnia disponibile a chi è solo; il desiderio, quando arriva, ha la stessa violenza fisica della fame. È una lingua che sembra formarsi in diretta insieme ai suoi personaggi, epica e insieme minuziosamente clinica.
Il libro non idealizza mai la preistoria in un Eden consolatorio. La comunità del branco è retta da una legge cieca e spesso feroce — la sottomissione, la punizione, la violenza improvvisa del potere — e proprio da questa ferocia il romanzo trae la sua forza etica più sorprendente: quando, verso la fine, un atto di crudeltà del capobranco infrange per la prima volta «quella legge naturale e immutabile», è uno sguardo di donna, non di forza, a innescare la rivolta. In quel gesto minuscolo — uno sguardo che si trasmette da un volto all’altro fino a diventare azione collettiva — Sortino fa balenare l’idea che la solidarietà, prima ancora del linguaggio, sia già una forma di civiltà. Un critico ha notato come le pagine più belle del libro riguardino non tanto l’amore in sé quanto la scoperta del mondo e, di conseguenza, di ciò che si è: un’osservazione che rende bene il cuore filosofico del romanzo, il suo essere insieme storia d’amore e trattato implicito sulla nascita della coscienza.
Non stupisce che la critica abbia accolto il libro come un ritorno in grande stile per Sortino, quindici anni dopo il debutto con Elisabeth: c’è chi ha parlato di una forza sorgiva e misteriosa capace di afferrare il lettore portandolo a contemplare la nascita di tutte le cose, e chi ha sottolineato come, dietro l’apparente esotismo della preistoria, il romanzo racconti in realtà ciò che siamo ancora oggi: animali che si cercano, e che proprio in quell’abbraccio riconoscono la promessa di non essere soli.
Amanti elementari è, in definitiva, un libro che rischia molto — narrare senza parole, senza nomi, senza la rete di sicurezza della psicologia contemporanea — e che vince quel rischio con una scrittura capace di restituire, con rara purezza, l’istante esatto in cui la paura smette di essere l’unica bussola e comincia, faticosamente, a farsi spazio qualcos’altro. Un piccolo libro che racconta l’origine di tutto, e che merita di restare accanto ai grandi romanzi italiani dedicati alle soglie primordiali dell’umano.





