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Dario Fo 100: quando la satira era rivoluzione

Da giullare scomodo a patrimonio nazionale, al centenario dalla nascita Fo ancora fa riflettere

Oggi, 24 marzo 2026, ricorre il centenario dalla nascita di Dario Fo. Attore, autore, regista, Premio Nobel per la Letteratura, ma soprattutto un’anomalia irriducibile: troppo schierato per essere celebrato senza imbarazzo, troppo popolare per l’élite, troppo teatrale per ridursi a coscienza civile.

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Proprio oggi si aprono ufficialmente le celebrazioni: un evento istituzionale al Ministero della Cultura al mattino e, in serata, una grande Serata Omaggio al Teatro Sistina organizzata dalla Fondazione Fo-Rame. È il paradosso in atto: un governo di destra al potere da quasi quattro anni celebra Fo, l’eterno giullare che smascherava il potere, trasformandolo in patrimonio nazionale, protocollo e serata evento. Mentre il Ministero lo incasella in comitato e francobollo, il teatro di Fo resta sproporzionato proprio perché non negoziava.

A cento anni dalla nascita, la domanda ricorrente è se il suo teatro sia ancora attuale. La risposta “sì” è diventata automatica, e proprio per questo inoffensiva: un sì indeterminato, che non implica contro chi, né a favore di cosa.

C’è stato un tempo in cui la satira non era un linguaggio tra gli altri, ma un atto di rottura. Il teatro di Fo nasce dentro quella frattura: non raccontava il potere, lo esponeva, lo deformava fino a renderlo ridicolo, lo trascinava fuori dal suo gergo ufficiale. Non era intrattenimento né semplice denuncia: era conflitto. Opere come Mistero Buffo o Morte accidentale di un anarchico intervenivano su tensioni riconoscibili, su contraddizioni non neutralizzate. E il pubblico non assisteva: veniva chiamato in causa, poteva scandalizzarsi, irritarsi, respingere, ma non restare indifferente.

Oggi quella disponibilità è rara. Non perché manchino spettatori, ma perché la partecipazione è cambiata: si assiste, si consuma, si commenta sui social. Più difficilmente si viene messi in crisi. Il pubblico è frammentato, algoritmico, abituato a scrollare indignazioni a tempo determinato.

Il potere non è scomparso; ha imparato a convivere con la propria caricatura. La satira non lo mette più in crisi: lo attraversa, lo accompagna, a volte lo rafforza. Basta vedere Maurizio Crozza che da anni impersona Giorgia Meloni in toni grotteschi, eppure il governo non solo tollera, ma a tratti usa quelle imitazioni come carburante mediatico. La premier posta reel autoironici, risponde con prontezza ironica, incorpora l’eccesso nel proprio storytelling. Striscia la notizia continua il suo numero, ma è diventato folklore. La satira di destra o quella neutra che colpisce solo l’opposizione, viene applaudita dal medesimo potere che dovrebbe essere bersagliato.

In questo slittamento la satira perde terreno. Non perché manchino bersagli, ma perché il bersaglio si presenta già deformato, già in scena da sé. Colpire qualcosa che si auto-caricaturizza diventa esercizio sterile. In questo contesto il teatro di Fo non appare superato: appare eccessivo. Pretende ancora che la parola abbia conseguenze, che il gesto scenico produca attrito, che lo spettatore non resti neutrale. È una richiesta eccessiva, quasi indecente; in un paese dove il dibattito pubblico si consuma tra polarizzazioni prevedibili e il governo stesso cavalca l’ironia per smussare il conflitto. Non è solo questione di stile. È politica. Perché quel teatro prendeva posizione, e prendere posizione oggi espone. In un sistema che riassorbe tutto, l’esposizione resta il rischio più evitato.

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A cento anni da Dario Fo, la vera domanda non è quanto del suo teatro sia sopravvissuto. È quanto del nostro presente sia ancora in grado di sostenerlo. Se la satira non crea più fratture, non produce disagio, non costringe a scegliere, può continuare a esistere, ma solo come contenuto digeribile. Dario Fo invece non si lasciava addomesticare: il suo teatro è un teatro che restava e resta scomodo, non negoziabile.

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