Il nuovo capitolo della saga trasforma la possessione demoniaca in una riflessione sulla violenza ereditaria, sul trauma e sui legami familiari perduti, tra intuizioni riuscite e ambizioni irrisolte. In sala dall’8 luglio
A oltre quarant’anni dal rivoluzionario La casa (Evil Dead), 1981, il franchise ideato da Sam Raimi continua a reinventarsi senza rinunciare alla propria identità. Dopo il remake di Fede Álvarez (2013) e La casa – Il risveglio del male (Evil Dead Rise), 2023, di Lee Cronin, La casa – Il rogo del male (Evil Dead Burn), diretto dal regista francese Sébastien Vaniček e prodotto da Raimi insieme a Rob Tapert, conferma la natura antologica della saga: cambiano protagonisti, ambientazioni e vicende, ma restano immutati i suoi elementi fondanti, dai Deadite alla possessione demoniaca, dalla violenza estrema all’umorismo nero che da sempre accompagna il terrore.

Anche questa volta i demoni sono tornati, imperituri digustosi, con budella che si autogenerano, come i film della saga.
Dopo un violento litigio con la moglie Alice (Souheila Yacoub), William (George Pullar) perde la vita in un incidente stradale. La sua morte, però, coincide con l’incontro con una presenza demoniaca che dà inizio a un contagio destinato a propagarsi rapidamente. Come accade con gli zombie o con i vampiri, basta un semplice contatto fisico – persino uno scambio di saliva – perché il male trovi un nuovo corpo da abitare. La catena culmina nel giorno del funerale di William, quando una famiglia già profondamente lacerata si riunisce per commemorarlo. Attorno ad Alice, vedova e protagonista della vicenda, il racconto costruisce una progressiva discesa nell’orrore che la mette continuamente alla prova, tanto sul piano psicologico quanto su quello fisico.
Se il primo La casa costruiva la paura attraverso l’isolamento della celebre baita e una regia sperimentale, quasi artigianale, fatta di movimenti di macchina diventati iconici, Il rogo del male sposta il baricentro dell’orrore all’interno della famiglia. La casa resta uno spazio di prigionia, ma il vero conflitto nasce prima ancora della possessione: è già presente nei rancori, nei silenzi e nelle dinamiche tossiche che legano i personaggi.
Fin dalle prime sequenze il film convince grazie a un montaggio accurato dei dettagli e a una fotografia elegante, capace di valorizzare tanto gli spazi quanto gli immancabili momenti gore. La regia di Sébastien Vaniček conferma una particolare attenzione alla fisicità dell’orrore; l’impatto visivo è notevole e, almeno nella prima metà, lo splatter non appare mai gratuito, ma contribuisce concretamente all’atmosfera di crescente oppressione.
Anche i jump scare funzionano perché dosati con misura. Il film rispetta le aspettative dello spettatore senza abusare dell’espediente, alternando momenti prevedibili ad altri capaci di sorprendere davvero. In questo equilibrio trova spazio anche la comicità, affidata soprattutto alla figura della nonna, autentico elemento di rottura della tensione. Le sue battute alleggeriscono il racconto senza banalizzarlo; al contrario, finiscono per amplificare il disagio delle scene successive, secondo una tradizione che appartiene alla saga fin dalle origini e che richiama quell’umorismo macabro con cui Raimi aveva reso unico il proprio horror.
La gestione della suspense rappresenta probabilmente il punto più riuscito del film. Lo spettatore sa fin dall’inizio che qualcosa di irreparabile è già accaduto: il racconto non costruisce un mistero, ma espone immediatamente l’orrore. La tensione nasce dall’attesa di una catastrofe inevitabile. Eppure il momento più efficace arriva durante il pranzo di famiglia, quando il padre comincia a manifestare atteggiamenti sempre più aggressivi e lo scontro verbale, serrato e senza vie d’uscita, tra Alice e la suocera Susan trasforma una semplice discussione domestica in una climax di terrore. È qui che il film dimostra di saper utilizzare la paura attraverso le relazioni umane prima ancora che attraverso il soprannaturale.
Il casting contribuisce in maniera decisiva alla riuscita di questa dinamica. Oltre a Souheila Yacoub nelle vesti di una vedova già profondamente segnata dal matrimonio violento, Erroll Shand veste i panni del padre freddo e autoritario che incarna perfettamente una cattiveria destinata soltanto a essere amplificata dalla possessione; Tandi Wright è la madre controllante — autentico presagio di orrore per qualsiasi nuora — che tenta disperatamente di tenere insieme una famiglia ormai implosa; Maude Davey la nonna, confusa dall’età, diventa il necessario contrappunto ironico; Hunter Doohan (già visto in Mercoledì) è il fratello minore, l’ultima ruota del carro che restituisce una fragilità sospesa tra paura e ingenuità e unico, debole, allaccio alla sottotrama fantasy del Libro dei Morti.
È proprio attraverso Alice che il film tenta di andare oltre il semplice horror. Negli ultimi anni il genere ha progressivamente trasformato il soprannaturale in metafora del trauma, del lutto e della violenza domestica. Opere come The Babadook (2014) ed Hereditary (2018) hanno dimostrato come il mostro possa incarnare ferite già esistenti. Il rogo del male prova a inserirsi in questa corrente: la possessione diventa il riflesso di un rapporto coniugale abusante, dell’ipocrisia tra suocera e nuora e soprattutto di un conflitto padre-figlio che richiama, in filigrana, la tradizione del mito di Urano e Crono, dove la famiglia è il primo luogo della sopraffazione e della trasmissione della violenza. Il padre Edgar riversa infatti sul secondogenito Joseph tutto il peso delle proprie aspettative e del culto riservato al primogenito William, mentre il male demoniaco non fa che esasperare una gerarchia e una brutalità, a questo punto, già presenti nelle fratture affettive. Ricorda qualche maledizione delle antiche tragedie greche?
Tra i momenti più perturbanti spicca inoltre l’intimità ritrovata tra William e Susan: una sequenza che, pur rinunciando alla violenza esplicita, genera un autentico senso di fastidio proprio attraverso la deformazione delle relazioni familiari. Smembrata affettivamente ma ancora tenuta insieme dal sangue, la famiglia ritrova la propria unità soltanto nell’orrore, in una comunione di carne che sostituisce definitivamente quella degli affetti.
Sul piano del body horror, Il rogo del male conferma uno degli elementi più riconoscibili della saga: il corpo come luogo di trasformazione e perdita dell’identità. Il male non arriva dall’esterno come una semplice minaccia, ma penetra nella materia umana, la modifica e la utilizza come strumento di diffusione. La possessione diventa così una forma estrema di alienazione: il corpo rimane familiare, ma qualcosa al suo interno lo ha già reso estraneo.
Il problema è che questa interessante riflessione resta progressivamente soffocata dal desiderio di moltiplicare gli spunti narrativi. La seconda parte disperde molta della compattezza costruita fino a quel momento. Le dinamiche familiari, inizialmente credibili e ben calibrate, diventano prevedibili; parallelamente anche lo splatter perde progressivamente efficacia. All’inizio gli eventi sembrano seguire una logica quasi da Final Destination: le morti appaiono inevitabili, come se il male avesse già scritto il percorso delle proprie vittime. Poi tutto precipita in un susseguirsi caotico di possessioni e massacri in cui i demoni finiscono per perdere fascino, e le loro vesti umane rinunciano a qualunque accenno di personalità.
Delude soprattutto la gestione della sottotrama dedicata al Libro dei Morti, introdotta attraverso le ricerche del nonno di Joseph e William. È forse l’elemento più promettente dell’intera sceneggiatura: lascia intuire un’espansione della mitologia della saga e introduce un oggetto destinato a essere ossessione dei Deadite o dei loro cacciatori. Tuttavia questa linea narrativa, presente nelle primissime immagini del film, viene presto abbandonata, per essere recuperata soltanto nel finale senza il necessario approfondimento, lasciando la sensazione di un’occasione mancata.
Anche la conclusione fatica a soddisfare. Le interpretazioni perdono incisività proprio nel momento decisivo e l’action sacrifica la costruzione narrativa in favore dell’accumulo di violenza. Il finale appare prevedibile, poco ispirato e incapace di dare una vera direzione alle numerose idee disseminate nel corso del racconto.
L’impressione è quella di un film che voglia essere contemporaneamente survival horror, dramma familiare, riflessione sulla violenza domestica, horror soprannaturale, fantasy occulto e splatter estremo. Presi singolarmente, questi elementi funzionano quasi tutti; insieme, però, faticano a trovare un equilibrio. È un limite che accomuna parte dell’horror contemporaneo, sempre più interessato ad accumulare significati e sottotrame piuttosto che svilupparne una fino in fondo. Il recente sci-fi horror Backrooms di Kane Parsons ne è un esempio, mentre lode a Obsession di Curry Barker che ha saputo prendere le distanze da questa pluri-stratificazione trattenendo tensione, disturbo e gore fino alla fine, senza rinunciare al focus sull’aspetto drammatico.

Il rogo del male resta comunque un horror solido sotto il profilo tecnico, sostenuto da una regia attenta, da un cast convincente e da alcune sequenze di autentica tensione. Quando sceglie di raccontare il male attraverso le crepe di una famiglia disfunzionale, il film colpisce nel segno. Quando invece rincorre troppe direzioni contemporaneamente, perde progressivamente forza. Un nuovo capitolo che conferma la vitalità di una saga capace ancora oggi di reinventarsi, ma che questa volta sacrifica la compattezza narrativa sull’altare dell’ambizione.
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Evil Dead Burn – Regia: Sébastien Vanicek – Sceneggiatura: Florent Bernard, Sam Raimi, Sébastien Vanicek – Cast: Souheila Yacoub, Hunter Doohan, George Pullar, Erroll Shand, Tandi Wright, Maude Davey, Luciane Buchanan – Produzione: Sam Raimi, Rob Tapert, Romel Adam





