“È il momento di aprire la finestra dentro di te”, ma in un luogo in cui la realtà conosciuta non esiste.
14 maggio 2019: su un forum online viene chiesto da un utente di pubblicare foto di luoghi inquietanti, liminali. Ne compare una che spicca sopra tutte: uffici vuoti infiniti, moquette giallastra, muri che trasudano umidità, giallo monocromatico, fastidiosi neon, il cui ronzio pare assordare solo a vederli. Quel posto, realmente esistito, è un ex negozio di mobili nel Wisconsin, e la foto venne scattata il 12 giugno 2002.

Ad essa viene abbinata una descrizione: «Se non stai attento e fai noclip fuori dalla realtà nelle zone sbagliate, finirai nelle Backrooms, dove non c’è altro che la puzza di vecchia moquette umida, la follia del colore giallo monotono, l’infinito rumore di fondo delle luci fluorescenti al massimo del loro ronzio, e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate casualmente in cui rimanere intrappolati. Che Dio ti salvi se senti qualcosa vagare nelle vicinanze, perché di sicuro ti ha già sentito».
Il termine noclip proviene direttamente dal mondo dei videogiochi: è un bug della realtà che disattiva la connessione del proprio personaggio con l’ambiente, e quando accade, si esce dai confini della mappa, si cade sotto il livello del gioco preimpostato.
Da qui, nasce una intera lore composta di luoghi deserti, familiari, sbagliati. Stanze sul retro della realtà, spazi che dovrebbero essere colmi di persone, ma vuoti, immensamente desolati, nostalgici di un tempo non troppo lontano da noi che ormai non esiste più. Luoghi liminali che vengono considerati luoghi di transito, non adatti per essere abitati. Da ciò nasce un tipico effetto, chiamato uncanny valley (un’ipotesi psicologica ed estetica secondo cui le sembianze quasi umane di robot, avatar, bambole o animazioni generano un forte senso di repulsione, disagio o paura), che nelle Backrooms viene connesso all’architettura. Paura della solitudine, di spazi immensi e impersonali: una paura così contemporanea, così nostra.
Su quel forum online viaggia Kane Parsons, su Youtube Kane Pixels, all’epoca alle scuole medie, che viene catturato da questa narrazione. Nel gennaio 2022 pubblica un cortometraggio che diventa virale, dal quale nasce una web series in cui dà vita a una narrazione complessa e fatta di riprese analogiche, immaginari anni Novanta/Duemila, in cui utilizza prevalentemente l’espediente del found footage, una tecnica narrativa presente in molti horror dagli anni Novanta in poi (The Blair Witch Project) in cui l’intero prodotto, o gran parte di esso, è presentato come se fosse materiale girato amatorialmente tramite videocamere, e poi ritrovato. Utilizzando unicamente Aftereffects e Blender, a soli 16 anni, Kane Parsons dà vita a un mondo che dagli anfratti più nascosti di internet trova la luce, e attira l’attenzione del mondo.
Quando quindi la casa di produzione A24 decise di costruire un film su questo immaginario, la regia era già naturale a chi dovesse appartenere: mantenendo coerenza con i corti originali, Parsons firma un horror psicologico che porta con sé il retaggio del found footage, senza essere il pilastro di tutto il film, rendendolo perfettamente equilibrato anche per il pubblico più a digiuno con il suo background. Atmosfere horror, dense di tensione, che vengono perfettamente rese dalla colonna sonora così in linea con la sensazione che lo spettatore deve sentire per tutto il film: una costante ansia e sensazione di pericolo. Le musiche sono quindi coerenti, scelte dallo stesso regista, che nella vita reale è anche un musicista. La sceneggiatura è stata affidata a Will Soodik (West World), con sempre l’attento occhio di Parsons a vigilare sulla congruenza narrativa.
Backrooms si apre con una sequenza found footage: un uomo che si aggira terrorizzato nelle backrooms non riesce a comunicare col mondo esterno, scappa terrorizzato inseguito da qualcosa. Piombiamo nel 1990, e conosciamo il protagonista, Clark, interpretato da un magistrale Chiwetel Ejiofor: è un architetto mancato, che pieno di rabbia e rancore, gestisce un negozio di mobili sull’orlo del fallimento (da qui il chiaro richiamo alla foto originaria dell’ex mobilificio nel Wisconsin). Schiacciato dalla sua realtà, spaventato e abbandonato, cacciato di casa dalla moglie, dà la colpa al mondo per i suoi fallimenti. La sua inadeguatezza diventa la piscina costante dentro cui non riesce a smettere di provare a stare a galla. Spettatrice del suo dramma personale è la psicoterapeuta Mary (Renate Reinsve), che da fuori pare così pacata, professionale, ma anche lei è figlia di un trauma silenzioso. In una danza distruttiva, Backrooms non fa che porre costantemente di fronte alla stessa domanda: abitare il dolore o affrontarlo? E in questi spazi al di fuori della realtà, le stesse backrooms sono un ecosistema vivente, che inghiotte, immobilizza, modifica, duplica, sfalda.
Sono loro le vere protagoniste: rappresentando la parte più profonda del mondo, dell’inconscio, ci parlano di traumi, di passati irrisolti che non fanno che inghiottirci, di errori mai affrontati e di soluzioni mai adottate. Parlano della realtà, un’esperienza umana collettiva fatta di sofferenza e solitudine in un mondo sempre più connesso, ma sempre più isolato. Nelle backrooms gli oggetti sono tutti sovrapposti, e gli ambienti sono simili alla nostra realtà, ma profondamente sbagliati e stridenti: queste sensazioni hanno lo stesso linguaggio dei sogni. L’onirismo non parla sempre di luoghi meravigliosi e trasognati: i sogni perturbano, deformano la realtà per come la ricordiamo, ci rimandano immagini “sbagliate”, distorte, andando a contrastare con ciò che per noi è “normale”, consuetudine. Nei sogni cerchiamo di ricordare qualcosa senza però costruirla per come è davvero, esattamente come con i traumi: non ricordiamo più la loro origine, ma continuano a prendere spazio, creare altre stanze e al contempo soffocarle.
Come possono tutti questi strati di realtà convivere già all’interno della mente di un ventenne? Qualche settimana fa Kane Parsons è stato a Milano, al BASE con I Wonder Pictures, che distribuisce il film in Italia (uscito il 27 maggio) e all’interno dell’intervista ha affermato: «Mi piace considerarmi una persona curiosa, cadere e addentrarmi all’interno della tana del bianconiglio. […] elaboro poi tutte queste informazioni su cui faccio ricerca e le utilizzo all’interno del film». Parsons dal vivo è un ragazzo comune, assetato di fame digitale e pieno di idee. “Il film ha una conclusione, ma quando si prende un concetto così infinito credo siano più importanti le domande. Non prendetemi sulla parola: ci sono delle risposte piuttosto ferme e tangibili, ma la verità è che queste backrooms sono infinite e illimitate, lascio al pubblico le spiegazioni, io non le fornisco ma è così anche nella vita. Continuate a partecipare e far parte del viaggio”.

Un film che il pubblico ha accolto con trepidante attesa e immenso calore, con ottime recensioni e un incasso stellare (ufficialmente il miglior incasso di apertura di sempre per A24 al botteghino statunitense). L’horror si riconferma quindi come il genere che più dà fiducia ai giovani, a poche settimane di distanza lo stesso effetto lo ha ottenuto “Obsession”, il film esordio di Curry Barker, costato appena 750 mila dollari, che al botteghino mondiale ha superato i 95 milioni. L’horror permette ai giovani registi di sperimentare, ridisegnare non convenzionalmente i canoni del cinema, e portare il pubblico, di qualsiasi età, in sala, stuzzicando e appassionando anche i più scettici.
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Backrooms – Regia: Kane Parsons. Interpreti: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell, Avan Jogia. Soggetto: dalla webserie di Kane Parsons. Sceneggiatura: Will Soodik. Produzione: A24, Chernin Entertainment, Atomic Monster e 21 Laps Entertainment. Distribuzione in italiano: I Wonder Pictures. Musiche: Edo Van Breemen, Kane Parsons. Scenografia: Danny Vermette – Stati Uniti, Canada. Durata: 110 min. Genere: orrore, fantascienza – Uscita italiana: 27 maggio 2026.





