Locandina gli alberi della pace

“Gli alberi della pace”: la guerra in Ruanda vista dalle donne

Nell’ottica eurocentrica i cittadini europei sono rimasti spiazzati vedendo l’ordine mondiale sconvolto dall’invasione russa dell’Ucraina, facendo notare come una pace così duratura sia stata messa in discussione da un paese invasore. In realtà il mondo di guerre ne ha viste tante anche negli ultimi settant’anni (tra l’altro anche quella in Ucraina nel Donbas, dimenticata fino a febbraio di quest’anno) e tra i conflitti più atroci c’è proprio quello raccontato in questo film: il genocidio del Ruanda. Un evento sconvolgente che in pochi mesi fece un milione di morti nel cuore dell’Africa sotto l’occhio poco vigile della comunità internazionale.  Gli alberi della pace esce su Netflix per ricordare una pagina di storia che nessuno dovrebbe mai dimenticare, un massacro – e una lezione – che il mondo dovrà ricordare a lungo.

I novanta minuti circa della pellicola non daranno (quasi) nessuna dimostrazione visiva del massacro che sarà invece vissuto attraverso le sensazioni e le emozioni di quattro donne rinchiuse in un seminterrato per sfuggire agli aguzzini. Annick (Eliane Umuhire), Jeanette (Charmaine Bingwa), Mutesi (Bola Koleosho) e Peyton (Ella Cannon) dovranno rimanere in quel buco a lungo ma la loro diversità e la loro storia rischia di metterle una contro l’altra. Col passare dei giorni ognuna di loro dovrà fare i conti con sé stessa, cercando un qualsiasi appiglio per non sprofondare nell’orrore che le circonda, per non cadere vittime della fame e della malattia, per non abbandonarsi alla stessa fine che centinaia di migliaia di bambini, uomini e donne stanno affrontando ogni giorno che passa.

“Gli alberi della pace” affronta il tema della guerra, ma anche quella del perdono e della redenzione, della diversità e dell’amicizia. In un quadro agghiacciante di orrore e morte il panico dell’essere umano diventa incontrollabile e può portare alla disumanizzazione più crudele. È la forza del gruppo che riesce a tenerle in vita nonostante sia così difficile ancorarsi a qualcosa quando intorno c’è solo sangue e devastazione. Durante il film il tema della crescita personale sarà centrale. Una suora si ritrova a rapportarsi con la propria fede quando questa sembra mancare, una giovane volontaria americana comincia a rivivere un passato dal quale cerca disperatamente di scappare, una ragazza Tutsi – la minoranza repressa dagli Hutu che ha dato vita al conflitto interno –, segnata dalla sua infanzia, cova un odio viscerale verso il mondo. Infine la donna Hutu, in pericolo in quanto moderata e contro la violenza, che dà riparo alle compagne nel seminterrato di casa, cerca di essere una guida per tutte le altre, motivata dal bimbo che porta in grembo e dalla speranza che il marito torni a salvarle.

Tra queste quattro donne diverse nasce una sorellanza, diventano un’anima unica, candida, in contrasto con il terrificante mondo là fuori. Senza cibo, senza potersi lavare, senza poter mai uscire, riescono con forza quasi sovrumana a resistere a lungo in attesa che tutto finisca. La loro fede sono loro stesse, è l’amore per la vita che non le abbandona, è la rivalsa per tutti coloro che stanno soffrendo e morendo.

La pellicola con la sola ambientazione di quattro strettissime mura riesce ad emozionare e coinvolgere, portando lo spettatore dentro lo strazio della guerra senza mai farla vedere. Saranno i suoni e le voci esterne le immagini del conflitto, che riescono a dare vita a un’immaginazione cruda quanto la realtà che le circonda. La claustrofobia, il tempo che passa, l’ansia di essere scoperte, la speranza che mano a mano svanisce, la fame, le condizioni igieniche sempre più precarie, sono il disagio che riescono a raccontare una guerra senza mostrarla. I loro pensieri, le loro azioni, le loro emozioni, è quello che riusciamo a vedere, è quello che ci serve per capire la de-umanizzazione a cui le vittime vanno incontro.

Alanna Brown al suo esordio come regista, riesce a ricreare dei momenti coinvolgenti, senza fallire nell’ardua scelta di girare un intero film in quattro mura, superando la staticità – sia visuale che emotiva. “Gli alberi della pace” è un film toccante su una tragedia che nessuno dovrà mai dimenticare.

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