di Edoardo Vezzi

 

Il 24 febbraio 2022 sarà ricordato per sempre. In relazioni internazionali si parla di benchmark date, una data destinata a cambiare il corso della storia, un turning point, un punto di non ritorno da cui ricominciare a pensare l’ordine geopolitico mondiale. Quella notte la Federazione Russa di Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina, dopo mesi di accerchiamento, mesi in cui ha negato insistentemente ogni accusa di possibile invasione. Nessuno se l’aspettava veramente. Opinionisti, politici, giornalisti non avevano potuto immaginare un evento di così grande portata. Chi poteva soltanto credere di poter rivivere una guerra in Europa? Un conflitto però si combatteva già da anni: nell’oriente ucraino i separatisti delle repubbliche del Donbas erano in lotta con l’esercito di Kyiv (Donbas con una “s” e Kyiv invece di Kiev sono le traslitterazioni ucraine, usate al posto di quelle russe).

Per anni è stata una guerra passata sottotraccia, un conflitto a bassa intensità che, però, in otto anni ha fatto migliaia di morti tra separatisti, militari e civili. È un racconto intricato dove si fondono nazionalismi, lingue, influenze storiche. Negli ultimi mesi ci siamo riempiti la bocca di parole come “geopolitica”, “guerra per procura”, tirando in ballo Nato, Usa, Europa. Quello che sta accadendo non è solo un Risiko su cui poter commentare come se fosse un gioco da tavolo, riempire i salotti urlando a squarciagola come ultras che fanno il tifo per una o l’altra parte è uno spettacolo decadente e, ormai, anche obsoleto. In una guerra ci sono individui, pensieri, paure, motivazioni personali che sono impossibili da osservare con uno sguardo macroscopico.

Andrea Sceresini e Lorenzo Giroffi erano andati sul posto poco dopo l’inizio di questa guerra, una guerra “che non c’era”. Ne avevano scritto pubblicando “Ucraina. La guerra che non c’è”, ora ripubblicato da Baldini & Castoldi con una nuova prefazione e alcuni aggiornamenti, e soprattutto un nuovo titolo “Ucraina. La guerra che non c’era”, perché ora sì che tutti si sono accorti di quello che sta succedendo alle porte d’Europa.

Nel 2013 l’Euromaidan aveva segnato il futuro del paese. Manifestazioni pacifiche erano state soppresse in maniera violenta a Kyiv, fino a provocare centinaia di morti e feriti. Quei giorni li aveva raccontati con le sue immagini intense il fotogiornalista della Magnum Jerome Sessini, era il preludio di qualcosa di ancora più grande.

Ad un certo punto, nel 2014, la guerra diventa reale. Dopo le manifestazioni filo-occidentali di Maidan, la Russia di Putin occupa la Crimea, poi, con l’autoproclamazione delle due Repubbliche di Donec’k e Luhans’k, inizia il confronto più duro. “Due popoli che fino al giorno prima vivevano pacificamente sotto la stessa bandiera, si erano ritrovati faccia a faccia con un bel po’ di armi in mano”, scrivono i due autori.

“Gli ucraini ucranofoni puntavano a riprendersi il proprio Paese, gli ucraini russofoni volevano fondarne uno loro. Così erano nate le due Repubbliche fantasma di Donec’k e Luhans’k, circondate da trincee e campi minati e perennemente immerse nel magma di una guerra fratricida. Putin – che di grane ne aveva già abbastanza – si era sempre guardato bene dal riconoscerle ufficialmente, ma nel frattempo le riforniva sottobanco di denaro, uomini e mezzi. Washington faceva lo stesso dall’altra parte, e poco importava se qualche migliaio di poveri cristi avrebbero dovuto rimetterci la pelle. Così si è arrivati fino a oggi”.

“Ucraina. La guerra che non c’era” ha bisogno di una premessa. Non prende parti, non tifa nessuno (raro oggi), ma sta semplicemente dalla parte dei civili inermi, qualunque essi siano. I due giornalisti si sono immersi nell’Ucraina della guerra civile per diverse settimane, attraversando il Donbas in lungo e in largo, ma raccontando anche la Kyiv di quei giorni.

È un reportage sincero, diretto, importante per illuminare una storia passata sottotraccia, che racconta il degrado di una guerra che a pochi interessava mostrare.

È una narrazione che avviene attraverso i personaggi più che gli eventi. Sono le vite nelle trincee a disegnare questo libro, i ragazzini esaltati, i comandanti stanchi, i personaggi particolari e pieni di sfaccettature incontrati lungo il viaggio. Un viaggio pericoloso tra pallottole ed esplosioni, ma spesso noioso, impantanato in ostacoli burocratici difficili da superare.

Sceresini e Giroffi propongono una serie di ritratti: dal Comandante Givi, un pazzo infervorato, ai ragazzi nazionalisti, dall’intellettuale comunista ad Andrea il fascista, un italiano finito a combattere per i separatisti. I loro volti scorrono nelle pagine con lo sfondo della guerra, un conflitto tetro e malinconico, sporco e impreciso, lontano dalle guerre moderne. Mortai, bombe, blitz casa per casa. Veloci avanzate, lunghi momenti di attesa e lente ritirate.

Questo reportage non è una dissertazione accademica o una analisi geopolitica, di cui siamo pieni questi giorni. È, piuttosto, una presa di coscienza sulle ambizioni e le idee delle persone, che questa guerra non se la sono ritrovata da un giorno all’altro il 24 febbraio 2022, ma la vivevano costantemente già da otto lunghi anni.  

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