Celebriamo i sessant’anni del celebre brano di Gianni Morandi
Questo doveva essere un articolo di celebrazione dei 60 anni dalla pubblicazione di un evergreen del pop nostrano: C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones; ma la suggestione analitica prende facilmente il sopravvento e, si sa, la chiave analitica apre più porte di quelle che pensavamo di affrontare.
Il brano uscì nel 1966 e negli anni (appunto sei decenni) è diventato una specie di dovere esecutivo per chi lo ha portato al successo, Gianni Morandi, il quale lo ripropone – a corale richiesta del pubblico – in ogni sua uscita pubblica.

Gianni Morandi – © Museo del Festival
Qualcuno ricorderà però che il brano (almeno nella parte musicale) era opera di un cantautore senese, Mauro Lusini, che lo propose per completarlo nella veste letteraria al famoso Franco Migliacci (il paroliere, per intenderci, di Nel blu dipinto di blu).
Già, ma allora chi deve legittimamente rivendicare la paternità di un brano capace di scavalcare i decenni e anche i confini nazionali (divenne un successo anche negli USA nella versione di Joan Baez e perfino nella cupa Unione Sovietica di Breznev)?
Il merito a prima vista non sembra riferibile alla linea melodica, in fondo semplice, come le tante altre ballate coeve. La quota letteraria, certo suggestiva, poi, non sembrava avere niente di particolarmente indimenticabile, se non quel ruffiano riferimento ai Beatles e ai Rolling Stones, che intercettava il gusto dei giovani del tempo. Che sia stato allora tutto merito dell’interpretazione del Gianni nazionale, allora in sella a un successo che sembrava intramontabile?
Ma anche questo non sembra un indicatore sufficiente a spiegarci oggi, sessant’anni dopo, perché quel pezzo riesce a sfidare – con lo stesso smalto – anche tempi profondamente cambiati e ad essere apprezzato da chi neanche c’era al tempo della sua uscita. Anche considerando che Morandi passava con disinvoltura proprio in quell’anno, delineando a pieno la sua sostanza pop, in da pezzi romantici come La fisarmonica o Notte di Ferragosto e – appunto – la rivoluzionaria C’era un ragazzo che come me…
Non resta, a noi che ci siamo incartati nell’analisi del “fenomeno” di quel brano, che cominciare a impegnare la carta del coraggio: magari il pezzo rappresentava una novità in un panorama musicale ancora imbrigliato nelle “trappole” del melodico (se è vero, come è vero che al vertice della classifica dei 45 giri più venduti quell’anno figurava ancora Gigliola Cinquetti con la sua Non ho l’età, trionfatrice due anni prima a Sanremo).
Il coraggio forse non è un intruso in questa storia, se è vero come è vero che la severa censura Rai aveva imposto alle prime esibizioni pubbliche del brano che la parola “Vietnam” o “vietcong” non venisse pronunciata e che fossero sostituite da loffi e neutri surrogati, per non indispettire l’amico americano.
Ma basta dare un’occhiata ai brani usciti proprio in quell’anno, il 1966, per comprendere che probabilmente fu l’atmosfera complessiva che aveva generato quel brano, intriso di una protesta appena accennata, montata sul ritmo incalzante della musica di Lusini. Quell’anno, anche la musica aveva cambiato veste: si spegnevano negli ultimi successi le voci di Bobby Solo e di Rita Pavone e avanzavano i pezzi di Luigi Tenco (Lontano Lontano e Un giorno dopo l’altro), di Francesco Guccini (Dio è morto, Auschwitz, Noi non ci saremo) mentre Fabrizio De Andrè timidamente pubblicava i suoi primi 45 giri (Amore che vieni, amore che vai e La canzone dell’amore perduto), Enzo Jannacci cristallizzava la sua originalità, cantando i suoi emarginati (Faceva il palo), e anche Mina imboccava una strada nuova (Se telefonando e La banda) e perfino i Beatles, dopo la psichedelica Yellow Submarine, licenziavano un brano malinconico e suggestivo come Eleanor Rigby, che parlava di solitudine e depressione.
In definitiva quell’ anno fortemente denunciava il colore di un’epoca nuova: il Vietnam era diventato l’imboscata in cui era caduta non soltanto l’America, con il tributo di sangue dei suoi 60 mila morti, ma un’intera generazione (proprio in quell’anno i militari impegnati su quel fronte erano arrivati a quasi 400 mila). Impossibile che la società nella sua interezza non elaborasse una risposta a tutti i livelli. E che anche il mondo del pop, con i suoi giovani affacciati verso il nuovo (il ’68 era alle porte) non dicesse la sua.
Dunque, in definitiva, a conclusione della nostra modesta cavalcata analitica, possiamo concludere che il successo imperituro del brano non può che essere rivendicato dal fermento di quei tempi.

Morandi nel 1966, anno di pubblicazione di “C’era un ragazzo…” – © Oggi
L’eco lontana di quella canzone ci ricorda che la lotta per un futuro migliore è una battaglia che deve essere combattuta, e che, sebbene il tempo passi, il desiderio di libertà e giustizia è eterno. I giovani di oggi, come quelli di ieri, hanno il potere di plasmare il mondo. E, come quel ragazzo, devono avere il coraggio di rispondere a quella chiamata.
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C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones – di Gianni Morandi – scritta da Franco Migliacci, Mauro Lusini – RCA Italiana – 1966





