di Edoardo Vezzi

 

Un cerchio che si chiude

Platone parlava di anaciclosi per descrivere il continuum ciclico delle forme di governo. Ogni regime, dopo essersi deteriorato e corrotto, avrebbe lasciato il posto a quello successivo, che avrebbe subito la stessa sorte, fino a morire e lasciare spazio ad un altro tipo di controllo e così via, fino a tornare al regime iniziale. Vent’anni dopo in Afghanistan si ricomincia, il ritiro delle truppe occidentali ha riportato il paese (quasi) a com’era vent’anni prima. Il ciclo che si chiude e il regime precedente che ritorna al potere. Come se non fosse cambiato nulla.

Molte dinamiche hanno reso questo cerchio ancora più suggestivo, quasi surreale. Venti anni e un ritiro il cui termine sarebbe stato proprio l’11 settembre, per poi realizzarsi solo qualche giorno prima. Sono soprattutto le immagini, però, a chiudere questo cerchio. Una è quella che mostra l’evacuazione da Saigon, Vietnam, nel 1975, che su Twitter è stata postata migliaia di volte insieme alle immagini durante l’evacuazione da Kabul.

L’altra è quella dei falling man afghani che, pur di scappare, si aggrappano a qualunque pezzo di aereo, ali, carrelli, per poi precipitare nel vuoto una volta arrivati in alta quota. Proprio come la storica e struggente “The Falling Man”, la fotografia scattata da Richard Drew che immortala un uomo che si lancia nel vuoto dall’alto della torre.

Ci si aggrappa alle immagini per ricordare, per capire cosa è successo quell’11 settembre. Sembra più facile visualizzare la storia quando si vede una fine, analizzarla quando si ha punto di arrivo oltre a un punto di partenza. Questa non è sicuramente la fine della storia, ma la conclusione di un capitolo, quello sì. Un capitolo iniziato con l’evento che ha segnato un prima e un dopo nella storia recente. Il mondo stava già cambiando, e l’Undici Settembre accelerò il processo.

 

Prima

L’attentato del 2001 è stato uno spartiacque. L’Occidente, apparentemente al sicuro, era stato colpito a casa propria. Quattro attentati con altrettanti aerei di linea, dirottati da 19 terroristi affiliati al movimento islamista sunnita paramilitare al-Qaeda, rivolti a obiettivi civili e militari. Quasi tremila morti e seimila feriti. Era stato colpito il cuore dell’America.

Quell’evento cambiò tutto. Anzi, accelerò un processo ormai in atto. Quello che fu davvero evidente da lì in poi è che il mondo era diventato a tutti gli effetti un mondo aperto. Gli Stati Uniti, nati e cresciuti nell’isolazionismo più stringente, già durante il Novecento avevano colto il cambiamento spaziale in atto, puntando più di qualsiasi altra potenza sulla nuova air age, l’era dell’aria. Si preparavano a diventare i numeri uno al mondo, potendo contare sulla conquista aerea e spaziale.

Nel 1941 il giornalista Henry R. Luce scriveva su “Life” che gli Stati Uniti dovevano prepararsi ad assumere la “leadership of the world”. Si autoproclamarono, così, garanti del mondo liberale, pronti a esportare la democrazia (una frase diventata iconica proprio negli anni successivi all’11 settembre) e i valori americani in giro per il mondo.

Le guerre vinte, il processo tecnologico e militare, il ruolo di guida nel mondo bipolare postbellico resero l’America sempre più decisa a inseguire il loro fine, trasformando sé stessi da paese isolazionista a impero nel giro di poche decine di anni.

Quando Blériot trasvolò la Manica nel 1909, molti avevano accolto l’evento come il segno di un futuro votato alla fraternità tra popoli, un nuovo mondo di vicinanza e solidarietà. Freud intese invece che sì, era stato certamente un passo in avanti colossale per l’umanità, ma sarebbe stata la guerra a essere senza barriere, non la pace. Era, appunto, il 1909 quando stava per iniziare, per dirla alla Hobsbawm, il secolo breve. Lo sviluppo tecnologico esponenziale continuò ad appiattire il tempo e lo spazio. I flussi erano diventati le nuove ferrovie, i satelliti le nuove stazioni. McLuhan parlava di un distacco fisico e psichico dell’uomo dalla terra, aumentando il senso di disorientamento e contribuendo sempre di più alla follia del terrorismo.

Una parte del mondo, infatti, non accettava il cambiamento in corso. Il consumismo, il liberalismo, i valori trainanti dell’Occidente non facevano parte di una cultura che si era ritrovata imposta un’ideologia troppo lontana da lei. La reazione è stata un lungo processo di integralismo e fondamentalismo che ha forgiato una nuova leva, un gruppo, sempre più ampio, di persone che hanno covato rancore e odio per gli “invasori occidentali”. Dopo aver costruito una rete sempre più larga, dopo aver colpito gli USA a Nairobi e nel golfo di Aden, in Yemen, al-Qaeda aveva solamente un pensiero, colpire dove l’America non avrebbe mai immaginato di poter essere attaccata. Dentro casa.

 

Dopo

Cosa è cambiato da quel tragico giorno? Come ha reagito il mondo? Possiamo veramente dire di aver varcato una soglia senza possibilità di ritorno?

Gli Stati Uniti cambiarono la loro agenda politica. La guerra al terrore fu il primo passo verso una nuova concezione di scontro. Non più una guerra tra potenze, tra Stati, ma una caccia a un hostis senza terra, nascosto tra le montagne dell’Afghanistan, nelle città medio orientali, negli stati nordafricani e nelle zone dell’africa orientale. Tradurre tutto ciò in un più americano pragmatismo significava però comunque attaccare. E così ci fu l’invasione americana in Afghanistan, rea di nascondere basi di al-Qaeda e il loro capo, il ricercato numero uno al mondo Osama Bin Laden. Due anni dopo, nel 2003, a farne le spese fu l’Iraq di Saddam.

Il nuovo imperativo occidentale era riportare l’ordine in un’area dove proveniva la minaccia del terrorismo islamico. Il fallimento delle due guerre ha portato però al disimpegno USA dalla politica internazionale (non in assoluto, ovviamente), portando alla ribalta un nuovo patriottismo interno, un nazionalismo isolazionistico accolto da Trump e riformulato nel più semplice “America first”. Un atteggiamento questo che si è poi amplificato anche in tutta Europa, a riprova di come l’America, nonostante i suoi passi indietro, non abbia il potere di chiudersi veramente. È, e continuerà ad essere, la guida dell’Occidente.

Il terrorismo islamico è balzato quindi in cima alle priorità della politica statunitense ed europea. Che cosa ha comportato? Da un lato ha accelerato un processo di controllo da stato di polizia da parte dei governi nei confronti dei cittadini. Il Patriot Act avrebbe permesso di normalizzare l’invasione della privacy, attraverso il controllo delle comunicazioni, degli spostamenti, le intercettazioni e le telecamere di sicurezza in ogni angolo della strada. Il tutto con lo scopo di prevenire gli attentati, di metterci al riparo da queto tipo di violenza.

Dall’altro latro, si è amplificata e alimentata la paura verso l’Islam e i musulmani. Una paura fondata sugli attentati che si sono susseguiti in Europa, ma una paura trasformata in isterismo che ha dato vita ad atti di violenza islamofobica. La paura si è traslata verso la figura del migrante. Orde di uomini, donne e bambini in gran parte musulmani provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente ha “invaso il nostro spazio”, alimentando il dibattito politico europeo sull’ondata di immigrazioni. Anni in cui il fenomeno è stato sfruttato e maneggiato a proprio piacimento dai politici europei, tra litigi, tafferugli, mentre Alan Kurdi, 3 anni, era disteso senza vita a faccia in giù nella sabbia. Vittima dell’indecisione.

Molto è cambiato. I viaggi aerei, il turismo, ma anche la televisione, il cinema. L’arte, che ha provato a rappresentare a questi venti anni di cambiamenti. Ma soprattutto è cambiata la nostra mente, siamo cambiati noi. Non è un caso che quando ci si ricorda dell’11/09 una delle prime domande sia “e tu? Ti ricordi che stavi facendo in quel momento?”.

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