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Van Gogh e Gauguin, genio e tormento in scena al Teatro 7

Intervista alla regista Vanessa Gasbarri, tra successo e fallimento

Debutterà al Teatro 7 di Roma il 1° e 2 aprile “Il resto arriverà – Van Gogh & Gauguin. Le nove settimane di convivenza che cambiarono la storia dell’arte”, testo di Danny Bignotti che vede in scena lo stesso autore insieme ad Alessandro Salvatori e Gemma Maria La Cecilia, con la regia di Vanessa Gasbarri. Lo spettacolo porta sul palco uno dei sodalizi più intensi e tormentati della storia dell’arte, quello tra Vincent van Gogh e Paul Gauguin, restituendone una dimensione intima, fragile e profondamente umana, lontana dall’immagine cristallizzata dei grandi maestri. Abbiamo incontrato la regista per approfondire il lavoro e le scelte dietro questa nuova produzione.

Cosa ti ha colpito di questa storia? 

Mi ha colpito l’estrema fragilità umana che si nasconde dietro i giganti dell’arte. Spesso vediamo Van Gogh e Gauguin come icone immobili nei musei, ma il testo di Danny Bignotti ci restituisce la loro dimensione più cruda: due uomini che, in nove settimane di convivenza, hanno cercato disperatamente di non affogare nelle proprie solitudini. È una storia di sogni che si scontrano con la realtà materiale e psicologica.

Com’è stato misurarsi con la vera storia di due tra i più grandi e celebri artisti del passato?

È stata una sfida di “sottrazione”. Il rischio è sempre quello di cadere nel didascalico o nella biografia. Invece, abbiamo cercato di spogliarli del loro mito per trovare l’uomo. Misurarsi con loro significa accettare che l’arte non è solo bellezza, ma anche sudore, sporcizia, assenzio e conflitti feroci.

Come hai lavorato sui personaggi?

Abbiamo lavorato molto sui contrasti. Da una parte la tensione nervosa e l’idealismo quasi infantile di Vincent, dall’altra il cinismo pragmatico e la stanchezza esistenziale di Paul. Ho chiesto agli attori di non recitare “i pittori”, ma di recitare la fame: fame di riconoscimento, fame di vita e, paradossalmente, fame l’uno dell’altro come specchi in cui riflettersi.

Abbiamo lavorato sull’irrequietezza: il mio Vincent è un uomo “consumato” che cerca costantemente l’approvazione, che promette di “tagliarsi una mano” pur di far accettare un quadro. Gauguin è il suo contrappunto: cinico, ambizioso, già proiettato verso i Tropici o la Bretagna, incapace di gestire la fragilità esplosiva di Vincent. Ho chiesto agli attori di far emergere questa “agitazione” costante, che rende il dialogo serrato e quasi insostenibile. 

In che modo l’amicizia tra Van Gogh e Gauguin fu tormentata? Quali erano i punti di conflitto?

Il conflitto era metodologico e spirituale. Van Gogh voleva creare una comunità, un rifugio per artisti ad Arles (la sua “bolla” di speranza); Gauguin, invece, vedeva Arles solo come una tappa di passaggio, un luogo che alla fine sentiva stretto. Il punto di rottura, in questa storia, è l’incompatibilità tra chi vive per l’arte come missione salvifica e chi la vive come una fuga o una condanna.

Ma il conflitto era anche artistico, umano ed economico. Vincent viveva nel terrore di essere considerato un “matto patentato”, mentre Paul non sopportava la sporcizia morale e materiale di quella casa che “odora di piscio”. 

C’è lo scontro tra l’aspirazione al mito e la cruda realtà della fame. 

Un punto centrale che ho voluto sottolineare è il valore dell’oggetto: Vincent vede l’anima in un vecchio “paio di scarpe”, Paul vi vede solo spazzatura che non starebbe mai nel salotto di un collezionista. È lo scontro tra l’arte come sentimento e l’arte come mercato. ​

Si racconta che le nove settimane ad Arles furono un vero inferno. Ma uscirne è veramente ciò che hanno tentato di fare?

In realtà, credo che entrambi abbiano cercato di restare fino all’ultimo. Quel “piccolo inferno” era l’unico posto in cui si sentissero davvero compresi, pur distruggendosi a vicenda. Come dice Paul nel testo: “Vendere non è la cosa più importante. La cosa più importante è fare”. Uscirne significava ammettere il fallimento del loro sogno comune.

Entrambi dicono di voler fuggire – Paul minaccia di tornare a Parigi o di sparire nei bordelli – ma sono legati da una dipendenza reciproca. Vincent ha bisogno del genio di Paul per sentirsi parte di un movimento; Paul ha bisogno della struttura (anche economica, tramite Theo il fratello di Vincent) che la convivenza ad Arles gli garantisce. Restano in quell’inferno perché fuori c’è solo la solitudine o l’elemosina in un vicolo di Parigi. 

Oltre ai personaggi di Vincent e Paul, in questo racconto si introduce anche un personaggio femminile…chi è e che ruolo ha?

Madame Ginoux, qui interpretata da Gemma Maria La Cecilia, è la proprietaria del Café de la Gare dove i due pittori mangiavano. Questa donna rappresenta il punto in cui le visioni di Vincent e Paul divergono drasticamente. Mentre per Vincent è un’amica, una figura familiare da ritrarre con empatia e colori vibranti, per Gauguin è un soggetto da “usare”  ritraendola con un’aria quasi sprezzante o da “sensale”, come si vede nel suo celebre quadro con l’assenzio.

​Madame Ginoux è, per i due artisti, l’unico legame con la realtà esterna di Arles: è il simbolo di una quotidianità che Vincent cerca di idealizzare per non sentirsi solo e che Paul, invece, osserva con il distacco superiore dell’artista parigino. Rappresenta la tregua apparente davanti a un bicchiere di assenzio, prima che la tensione tra i due esploda definitivamente.

Che taglio registico hai dato a questo racconto?

Ho puntato su una regia d’atmosfera, quasi claustrofobica. La scena è carica di oggetti – tele, pennelli, bottiglie – che sembrano chiudersi addosso ai protagonisti. Le luci giocano un ruolo fondamentale: passano dal calore giallo del sole di Arles, alle ombre fredde e allucinate delle loro crisi notturne. Sono molto drammatiche e c’è un uso forte del buio contrapposto ai fasci che illuminano i dettagli: la fotografia scenica è pensata per isolare i personaggi, creando dei ‘quadri viventi’ che ricordano la violenza cromatica dei loro stessi dipinti, dove il buio della casa è rotto solo da luci taglienti che sottolineano la loro solitudine.

Volevo che lo spettatore si sentisse seduto a quel tavolo con loro, tra l’odore dell’olio e quello dell’assenzio. Ho scelto un taglio viscerale e materico. Come si vede sulla scena, non c’è spazio per la cortesia: la scena è un campo di battaglia dove i colori vengono stesi con un “movimento a spatola di muratore”, quasi a voler scolpire la realtà sulla tela. La regia lavora sulla saturazione dei sentimenti: si passa da momenti di euforia creativa a scoppi di violenza verbale e fisica. Volevo che il pubblico sentisse il peso del sacrificio dietro ogni pennellata. 

Perché il pubblico dovrebbe venire a vedere questo spettacolo? 

Il pubblico deve correre a vedere questo spettacolo perché è uno spettacolo “incazzato”, vivo, che non fa sconti. Vedranno due uomini lottare per la propria dignità. In un mondo che oggi corre verso il successo facile, questa pièce ricorda che “l’importante è fare”, che la pittura serve a elevare le cose della vita fino a farne dei miti, anche quando si ha l’acqua alla gola. Il pubblico uscirà con la sensazione che, nonostante il dolore, “il resto arriverà “. 

Perché è un viaggio emotivo che parla a chiunque abbia mai inseguito un sogno a costo di farsi male. Non serve essere esperti di storia dell’arte per emozionarsi davanti alla lotta di questi due uomini. È uno spettacolo che interroga il nostro rapporto con il successo e con il fallimento. 

Non ultimo, il pubblico dovrebbe assistere allo spettacolo perché in scena ci sono tre attori meravigliosi che mi emozionano ad ogni battuta.

Che programmi hai per il futuro?

Continuare a esplorare il confine tra la vita vera e la creazione artistica. Il teatro, proprio come la pittura per Vincent, è quel luogo dove “il resto arriverà”, se hai il coraggio di restare in scena nonostante tutto. Filosofia a parte vi aspetto al teatro 7 dal 21 aprile con Refusi di Roberta Skerl e con Andrea Perrozzi, Alessandro Salvatori, Veronica Milaneschi e Walter Del Greco.

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