Cronaca di una serata al Vascello tra riti di passaggio, icone del ‘900 e ferite ancora aperte
Roma, il teatro, il mese di luglio: un trinomio che, nell’immaginario collettivo degli appassionati, evoca immediatamente lo spirito vibrante del Fringe Festival. Anche quest’anno, lo storico palco del Teatro Vascello è tornato a farsi specchio della scena emergente, inaugurando lo scorso 13 luglio una rassegna che si conferma punto di riferimento imprescindibile per la scoperta di nuovi linguaggi. Il merito va ascritto alla direzione artistica di Fabio Galadini, la cui guida accurata e competente continua a selezionare compagnie di altissima levatura, capaci di coniugare impegno civile e ricerca estetica con una cifra stilistica mai banale.

Pigiama Party : Viviana Barboni, Camilla Benzi Alice Casales, Tiziana Di Tella, Roberta Russo (Kyoto), Caterina Petrarulo
Ad aprire il festival è stato Pigiama Party, Inventario per un corpo eretico, un’opera corale firmata da Martina Badiluzzi che si impone come un’indagine viscerale sulla percezione della femminilità. Sul palco, un quintetto di interpreti dalla notevole presenza scenica – Viviana Barboni, Camilla Benzi, Alice Casales, Tiziana Di Tella e Caterina Petrarulo – trasforma lo spazio teatrale in un laboratorio di anatomia politica. Lo spettacolo riesce nell’intento di scardinare le visioni preconcette e piatte sulla figura della donna-strega, proponendo invece una narrazione ibrida dove il vissuto personale delle attrici si fonde con memorie storiche. I corpi delle protagoniste diventano il baricentro di un rito di passaggio che attraversa il dolore e il sangue per approdare a una nuova consapevolezza. Di grande impatto la partitura sonora di Roberta Russo (Kyoto), che accompagna l’azione fino al potente momento conclusivo: un anatema collettivo : . «[…] Ascolta questo canto che ci smuove per tutte le mie figlie più non piove. Per tutti i figli miei, per tutta la mia gente, la fine delle guerre solamente …. », contro i soprusi del potere che trasforma la platea in una comunità pulsante e partecipe.
Il registro cambia, pur restando nell’alveo delle lotte femminili, con il ritorno di Manuela Fischietti in Mi chiamavano Tina. L’attrice, già premiata al Fringe dello scorso anno come miglior interprete, conferma la sua straordinaria capacità di abitare caratteri complessi, prestando il volto alla leggendaria fotografa e rivoluzionaria Tina Modotti. Sotto la guida registica di Maura Pettorruso, la Fischietti restituisce al pubblico il ritratto di un’anima inquieta che ha saputo fondere l’arte fotografica con l’impegno nelle barricate. Il monologo ripercorre un’esistenza nomade della Modotti: dalla partenza dall’Italia alla relazione con Edward Weston, fino all’impegno antifascista in Messico, Spagna e Russia. che la portò nel cuore dei conflitti europei. Sebbene la narrazione, forse, avrebbe tratto giovamento da una recitazione ancora più “di nerbo e tagliente” – per come è stato descritto il carattere indipendente, passionale e profondamente empatico della Modotti – nei passaggi dedicati alla lotta politica, la prova della Fischietti resta di altissimo profilo, sostenuta da un apparato visivo e sonoro che rende giustizia alla grandezza di una figura artistica , una antesignana del “femminismo attivo” per emancipazione e autonomia, spesso confinata in angusti margini critici e non sempre adeguatamente valorizzata.
A chiudere la serata la cruda riflessione di Quello che tu hai fatto a me, opera del Collettivo Corpi Disabitati per la regia di Giovanni Gazzanni, con la drammaturgia dello stesso Gazzani e Achille Mandolfo. Qui il teatro si fa denuncia e indagine psicologica, scavando nelle macerie lasciate da una violenza sessuale e nelle mancanze di un sistema giudiziario spesso troppo farraginoso. Gli interpreti Giulia Eugeni e Luca Cicolella, affiancati dai solidi Achille Mandolfo e Andrea Grasso, portano in scena un duello emotivo tra la ricerca di dignità e il desiderio di rivalsa. La forza del testo risiede nella capacità di non dipingere mostri, ma di mostrare come il male possa annidarsi nella banale quotidianità di persone comuni. La regia di Gazzanni evita sapientemente ogni sensazionalismo, preferendo concentrarsi sulle sfumature tragiche dei personaggi, incluso un commissario dal passato tormentato, offrendo così una prospettiva inedita e disturbante sulla responsabilità collettiva.

Quello che hai fatto a me: collettivo CORPI DISABITATI
Questa prima serata del Fringe Festival si è rivelata un caleidoscopio di linguaggi necessari. Grazie alla visione di Galadini e alla maestria di interpreti capaci di abitare il palco con tale urgenza, il pubblico ha potuto confrontarsi con storie che, partendo dal particolare, riescono a parlare a tutti noi, lasciandoci addosso il sapore di un teatro che è ancora, profondamente, uno strumento di civiltà.
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Prima serata Fringe Festival 2026 – direzione del festival Fabio Galadini, in copetina Manuela Fischietti, Teatro Vascello 13 luglio 2026
Foto ©Grazia Menna





