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Una madre e un figlio. Un grembo e il suo germoglio

Cola lo chiamano “sciocco”. Lui è inabile nell’intelletto. È pur sempre un dono di Dio, il più amato, il prediletto.

Lo scorso 31 maggio, nel moderno e ampio spazio del Teatro Metropolitan, la Nuova Compagnia Sipario ha già progettato da qualche giorno la sua nuova stagione, di cui qua e là ne scorgiamo affisse le locandine. Contestualmente, concludendo la terminante composita programmazione. Concludendo con tre atti di divertimento ed emozione. Di divertimento tangibile e di emozione comprensibile. La stessa afferrabile fra l’uno o l’altro spettatore. Decifrabili l’intenerimento e la commozione. Inevitabili anche per me, scrivente tra le righe di questa recensione. Tre atti e un brano ad annunciarli. Tre atti e una melodia di Franco Anfuso ad avviarli: Catania Al Chiar Di Luna fra tre atti e due intervalli. Tre atti di poco più di venti minuti, se avessimo voluto cronometrarli.

Mirella Petralia, Raffaele Costanzo, Turi Amore

Franco Anfuso chitarrista, mandolinista e arrangiatore. Turi Amore straordinario regista e primo attore. Alla guida di un sodalizio, un gruppo di prestigio, calibro e spessore. Con lui, infatti, altri nove componenti, a cominciare da Raffaele Costanzo, Adele Ferlito e Federica Amore. Dalle cinque presenze maschili a quelle di pari numero femminili, le sopracitate anche assistenti, coadiuvanti e coadiutori. Dal primo all’ultimo, bisogna ammetterlo, abili e valenti attori: dagli interpreti dei ruoli principali e più importanti, alle parti più piccole, di poche battute quasi come figuranti.

Ognuno di loro, tutti quanti, innegabilmente validi talenti. Fulminei e fulminanti, avvolgenti ed eloquenti, emotivamente coinvolti e coinvolgenti sul piano psichico dei personaggi: stati d’animo immediati e trascinanti, intimamente compenetranti. Nella fusione e identificazione, immedesimati e immedesimanti. Repentinamente dirompenti. Bruscamente trainanti dalla risata di gusto agli istanti più dolenti. Agli istanti suggeriti e sonorizzati malinconicamente.

Magnificamente flessibile e polivalente è la personificazione di Mirella Petralia. Sul palcoscenico duplice è la sua veste. Ma solo una è la più rilevante. La meravigliosa veste di madre amorevole e accudente. Che adesso è anziana e debilitata, prosciugata e immobilizzata parzialmente. Che, tra acciacchi e una malattia, ha visto l’eclissarsi della sua forma smagliante. Ma prima di questo, il suo corpo era stato un ventre. Il ventre di una donna genitrice e generatrice. Creatura creatrice e procreatrice. Quando, prima dell’indebolimento, godeva di una forza, non una qualunque, ma la forza derivante dal coraggio di chi ha cresciuto i figli autonomamente.

Da un atto all’altro l’ancoraggio, tematico e linguistico. Da un atto all’altro il passaggio scenico e scenografico. Quest’ultimo grazie allo zelo e all’intraprendenza di Aurora Sardo. È grazie al suo solerte e operoso dinamismo che possiamo osservare un triplice allestimento. Dapprima un’aria campestre e un panorama dipinto e multicolore, una piccola inferriata e qualche decorazione floreale. A seguire una locanda e un’atmosfera agreste e rurale.

Tra recipienti, brocche e caraffe, vivande e stoviglie, in vetro i bicchieri e le bottiglie, in legno i barili, in vimini i cestelli, i panieri e le ceste. Infine, un interno familiare, tra mobilio, servizi da tavola e vasellame, suppellettili e cassettoni, immagini sacre e devozionali. Un triplice allestimento dettagliato e circostanziato, corredato di ogni elemento, in corrispondenza del quale diventa cangiante e mutevole, in qualche caso, anche l’abbigliamento.

Da un atto all’altro la fine di una stagione, il suo trionfante completamento. In attesa di un’altra interamente nuova e del suo avviamento. In una sala enorme, ed enorme quella sera l’affollamento. Quella sera un vero e proprio coronamento avvenuto con un testo in dialetto che, come si è detto, non esclude attimi di gioia e momenti di diletto.

Un testo quasi cabarettistico per com’è, a tratti, divertente. E un testo, parimenti, struggente ed emozionante: insomma, è ambedue le cose contemporaneamente, e non è facile metterle insieme entrambe. Un testo in dialetto, dunque. Un testo traboccante di modi di dire gergali e regionali, oppure, in particolare, di espressioni tradizionalmente e anticamente pronunciate per riverire, e con deferenza ossequiare.

Un testo scorrevole e fluente che, però, di colpo e inaspettatamente non può fare a meno di toccare le corde più profonde, perlomeno quelle di chi sa porgere orecchio attentamente, di chi sa scorrere tra le scene empaticamente. Un testo di Francesca Sabato Agnetta, drammaturga siciliana del Novecento, a cui dobbiamo parole di riso e parole di pianto: il riso, quello intenso, il pianto, altrettanto immenso. A cui dobbiamo la storia di un uomo fermo nel tempo, ed il legame indivisibile e indissolubile, inseparabile ed eterno col grembo materno.

Un uomo cosiddetto “speciale”, cognitivamente fragile e diverso, ma il più vero in un mondo falso. Un mondo di ipocrisia e di menzogna. Dove il giudizio se non è manifesto, è celato. Taciuto e camuffato, velato e dissimulato dalla maschera della più bugiarda compassione: la più insincera commiserazione, il più finto compatimento. Un mondo dove il pregiudizio non andrebbe considerato un vanto. Ma siamo costretti a dire che, purtroppo, lo è, e pure tanto.

Ieri come oggi, oggi come domani. In fondo, questi meccanismi sociali da noi non sono poi così lontani. Sì certo, erano altri tempi, ma cosa cambia rispetto a quelli odierni? Nulla, se siamo nell’era peggiore, quella del virtuale. Nulla se aggiungiamo la messaggistica istantanea e i commenti. Così facendo, nei social, così come nella vita reale, di pregiudizi se ne contano ancora tanti. Anche troppi. Se parlassimo in numeri, non sarebbero rincuoranti. E sembra che si peggiori andando avanti. Perciò, la realtà del passato e quella del presente: pensando al futuro, è difficile scegliere cosa sia più desolante.

Dicevamo di quest’uomo “speciale”. Non è strano, non è anormale, non è come la società lo vuole fare passare. U sapiti com’è, lasciatelo stare. È scemo e stupido, incapace e inetto. “U babbu” è il giudizio di quel mondo corrotto. Non è benvoluto, non è benaccetto. Ma lui è così com’è, è perfetto. Ed ha un bellissimo difetto: osserva ogni cosa, racconta tutto. C’è chi dice che parla troppo. Ma lui è autentico, è sincero. In mezzo ai bugiardi, lui dice il vero. È un messaggero. “Profeta” e rivelatore, è spontaneo, candido e puro. Accanto alla madre si sente al sicuro. Con tutti è affettuoso, benevolo e premuroso. Ma questo non basta per non essere offeso. Ma se c’è la sua mamma, è da lei che viene difeso.

Lui è così com’è. È un adulto rimasto fanciullo, di Dio il più bel germoglio. E tutti pronti a giudicarlo. A giudicare il cuore d’oro, il cuore buono, di un tenero e sensibile bambinone che fa Cola di nome. Ed è legittimo il suo nodo in gola, il suo magone. Vede la madre peggiorare, quella donna ormai non riesce più nemmeno a parlare. Quella donna lo sta per lasciare, ma lui senza di lei non vuole rimanere, non può stare. Ha bisogno del suo incondizionato amore. Ma lei sarà sempre lì, sarà sempre il suo scudo, da lassù il suo angelo protettore. Da tutti i sassi che gli vorranno lanciare, da tutti le bastonate lo dovrà riparare.

Lei che gli insegnò tutto, a lavarsi e a lavare, a provare a lavorare, a lasciarsi scivolare la derisione, l’insulto sociale. Gli insegnò anche a pregare. Allora Cola chiede il miracolo: che la sua mamma possa presto guarire. “Mamma”: cinque lettere di una parola che non smetterà mai di pronunciare. A dirotto, lacrime amare. Uno strazio, un dolore che non può sopportare. Pian piano, capirà che soltanto in paradiso la sua mamma avrà smesso di soffrire, e dal paradiso continuerà a guardare, a vegliare su di lui e sul male che gli vorranno fare. In quel mondo di lupi dove nemmeno del fratello si può fidare.

Un fratello che dice di volergli bene. Un fratello con un’amante affianco e una moglie tenuta in catene. Sì, Cola ha un fratello: si chiama Gaetano. Ed è il figlio che la società chiama aitante e sano. E Cola, invece? Lui è un fardello, prima per la madre, poi per il fratello. Quest’ultimo è il totale opposto di Cola, ma non per un fatto di ridotto intelletto. Almeno, non per noi. È più una questione di comportamento e rispetto. Da parte sua né sorrisi, né dimostrazioni d’affetto. A nulla è valso il lutto. Gaetano è pessimo nell’atteggiamento. Da sempre assente con la madre, ora lo è con il fratello. Lasciato solo in mezzo al branco.

In un’epoca retrograda di onore e disonore, Gaetano ne sa qualcosa. In questo è certamente eccezionale. Ed è per questo che a Cola non può lontanamente somigliare. Lo abbiamo detto, è il suo opposto. A differenza sua, agisce di nascosto. A differenza sua, è tutto tranne che onesto. Lui vive di garbugli e imbrogli, se c’è lui ci sono grovigli, per lui la verità non ha spiragli. Si dice “buon sangue non mente”, ma non sempre è giusto. Spesso frequentazioni sbagliate e cattiva strada fanno il loro decorso. Gaetano si comporta come un mostro. Sempre imbronciato, è violento è iracondo. Aggressivo e incline al tradimento. Indifferente alla madre e al suo tormento. Uno schiaffo alla moglie. Un ceffone al fratello.

Sposa una donna forzatamente. Sposa una donna di cui non prova niente. Con la quale litiga continuamente. A lui tutto è concesso, per lei nessun permesso. Cola continua a pregare, questa volta perché in casa si possano riappacificare. Tra le mani una corona del rosario e ci vuol provare. Ma senza la sua mamma non riesce a ricordare. Dio, la Madonna e il suo angelo personale stanno lì, lo stesso, ad ascoltare. Ma nessuna riconciliazione. I due continuano a litigare.

Nuccio Nicastro, Raffaele Costanzo, Diego D’Arrigo

Finché Gaetano ha la soluzione. Prende un coltello. Però, sbaglia mira, colpisce il fratello. Tra moglie e marito non mettere il dito. Tra i due litiganti, il terzo “è ferito”. Cola ignorato, Cola pugnalato. La sua mamma soltanto non lo ha mai abbandonato. Ora è con lei in paradiso. Dolcemente accarezzato, Cola è come un bambino che si è stancato. Un bambino che vuole dormire. Una ninna nanna da intonare. Stretti madre e figlio tra le braccia del Creatore. Quaggiù è un orrore, lassù è un posto migliore.

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U sapiti com’è – di Francesca Sabato Agnetta – regia: Turi Amore – con: Turi Amore, Federica Amore, Mirella Petralia, Raffaele Costanzo, Adele Ferlito, Gabriella Rodia, Martina Laudani, Nuccio Nicastro, Salvo Scuderi, Diego D’Arrigo – aiuto regia: Federica Amore – assistente alla regia: Adele Ferlito – scenografia: Aurora Sardo – luci e fonica: Noè – responsabile di botteghino: Barbara Arena – Nuova Compagnia Sipario – Teatro Metropolitan di Catania (31 maggio 2026)

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