Iscriviti alla NewsLetter
Cerca

Un “mostro” d’arte e un’intervista da realizzare: una storia da ribaltare

Rimbalzano le parole tra una giornalista e un pittore.

Rimbalzano le parole da un’attrice a un attore. Abilissima l’attrice, validissimo l’attore. Validissimo anche a guidare, dirigere e coordinare una vorticosa ipnosi di parole. Loriana Rosto è l’attrice, Rosario Minardi il regista e, parimenti, l’attore. Rimbalzano le parole da un’attrice ad un’altra attrice, da un attore ad un altro attore. Lydia Giordano l’attrice, Concetto Venti l’attore. E sono in quattro a interpretare, sulla scena, valenti a raffigurare, per il tramite delle parole. Parole da ascoltare, parole per mostrare. Per trascinare lo spettatore. Per farlo sprofondare in una dinamica sensoriale dove c’è sempre l’uno o l’altro attore a fondere e armonizzare i silenzi con le parole. La parola al singolare. La parola a sovrastare. Ciascuna parola a significare, da quella scritta a quella orale.

Rosario Minardi, Lydia Giordano

E di Edoardo Erba è il testo da cui partire. Il testo originario e originale di uno spettacolo che possiamo ritenere una sorta di esperimento affidato alla macchina teatrale. A quel dispositivo pluridimensionale che, fra i molti poteri che gli dobbiamo attribuire, possiede anche la capacità di condurci ad immaginare qualcosa di diverso, qualcosa di irreale. Qualcosa che possiamo definire “ucronia” teatrale, e cioè: inventare e deviare, capovolgere e rivoltare. Trasformare la storia, invertirne il suo decorso normale. Che poi, a pensarci bene, così normale non è stato. Eppure, è quello che la realtà ci ha tristemente consegnato.

Non c’è niente di normale nemmeno in quello che sul palcoscenico viene rappresentato. Non c’è niente che sia degno, niente che abbia valore nell’universo oscuro di un fantomatico pittore. Un pittore nella sua vita finzionale. Giacchè in quella concreta e reale si è “orgogliosamente” dedicato ad un altro mestiere, se così si può chiamare. Un mestiere folle e “anormale”. Ed è folle e anormale il suo modo di parlare e con chiunque interagire: tutti schiavi da asservire.

Ed è folle e anormale la sua arroganza più totale, ed Eva, la compagna (Lydia Giordano) costretta, nell’amore, a subire. Subire e adulare. Subire e divinizzare Adolf, il pittore. Un pittore anormale in quel suo modo scriteriato di dipingere e disegnare. Niente è normale, tutto è anormale, niente si può normalizzare. Cosa c’è da normalizzare nell’universo di un pittore che in un’altra vita avrebbe fatto il dittatore?

Adolf è un uomo inquieto e disturbato. Un uomo nevrotico e alienato che né l’arte, né la storia avrebbero voluto. Soprattutto la storia, se solo avesse potuto. La storia, quella Storia, quella Grande Storia che al Teatro Canovaccio, dal 15 al 17 maggio, replicando ancora il 22 e il 23, prende forma secondo un altro intreccio. La Storia, l’atroce Storia di corpi ridotti uno straccio. La Storia, quella che tra i protagonisti ebbe Adolf Hitler con la sua vanagloria.

Il dittatore che se si fosse dato alla pittura, anche in essa avrebbe sfoderato la sua deplorevole indole, la sua orrenda natura. Se si fosse dato alla pittura non ci avrebbe risparmiato da disegni sommari, privi di stile, che solo a guardarli avrebbero fatto paura. Lo scopriamo in un’intervista per un giornale di arte e cultura. Un’intervista che alla fine non avrà né credito, né considerazione. Nessuna futura pubblicazione. E, da una parte, menomale. Ma dall’altra? Dall’altra c’è un’inclinazione da rivelare, passo dopo passo, in tutto il suo orrore.

Immaginiamo che a volergli parlare sia una diarista e scrittrice tedesca. Tedesca ed ebrea. E gli ebrei lui, se avesse potuto, li avrebbe ammazzati tutti. Ed, infatti, è quello che ha fatto. In un enorme massacro, un immenso sterminio che nello spettacolo viene accennato come qualcosa che qualcuno aveva soltanto profetizzato, ma che da nessuna parte era accaduto.

Dunque, ad intervistare Adolf il pittore è un’ebrea da Francoforte. È con un’ebrea che avviene il confronto, è lei la giornalista che vuole interpellare e interrogare l’artista. Il suo nome è Anna Frank, proprio lei. L’ebrea, deportata fra i deportati. Deportata fino alla morte. Nello spettacolo, premuto il grilletto, la stessa sorte. Luce rosso sangue. Un corpo morto e nel camino tanta legna. Luce rosso fuoco.

Ma prima delle fiamme, le parole. Rimbalzano le parole in una Germania anni Cinquanta nel suo massimo splendore, economico e sociale. Non c’era mai stato il conflitto mondiale, così nello spettacolo ma non nella vita reale. Rimbalzano le parole della giornalista al pittore. Domande da formulare e un universo da scoprire. Anna vuole capire.

Cosa intende rappresentare un uomo irrisolto e irrazionale qual è Adolf il pittore? E da che cosa si lascia ispirare? La risposta è semplice: dalle parole. Tante parole a martellare, troppe parole che a noi fanno male, tutte parole che fanno rumore nella testa di Adolf il pittore. Rimbalzano le parole dalla giornalista al pittore e la sua veste sempre uguale: la veste “ariana” di nazista, razzista, la sua è la razza superiore e tutto il resto, per contraltare, è feccia e fa vomitare. E di offese e insulti, per bocca sua, c’è n’è per tutti. Rimbalzano le parole del pittore.

Rimbalzano parole che la giornalista non può sopportare: “eliminare e trattamento speciale, sopprimere e spazzare via, cancellare e fulminare, mettere al muro e far pulizia, liquidare e cancellare”. Rimbalzano le parole, che solo a sentirle fanno rabbrividire. Rimbalzano le parole e le immagini dalle parole. “Nascono immagini” da quelle parole. Da quelle immagini “nasce il potere”. Sempre a suo dire. Il potere di un pittore che se non fosse stato tale avrebbe fatto il dittatore. Il potere di un dittatore che se fosse stato davvero pittore, sarebbe stato di certo il peggiore.

Il peggior pittore, colui che adopera i pennelli come fossero coltelli. Rimbalzano le immagini del peggior pittore. “Immagini tremende” di “cumuli di cadaveri e corpi scheletrici sotto le docce”, “soldati sorridenti” e “nubi di fumo soffocanti”. Rimbalzano le immagini del peggior visionario pittore, colui che si sente migliore di ogni artista, di ogni altro pittore.

E che combinazione, di Pablo Picasso in particolare, di chi si distinse nella storia dell’arte mondiale per essere un totale oppositore. Oppositore del nazismo. Oppositore di Hitler, il dittatore. Rimbalzano le immagini del peggior pittore che su tutto ha da ridire. E che nessuno osi contraddire Hitler il grande (peggior) pittore, aspirante dittatore. Lui è perfetto, c’è poco da fare: non sbaglia mai, ha sempre ragione.

Il grande (peggior) pittore e in ogni tela pennellate di odio e di rancore, di astio e di livore. Praticamente l’opposto di quel che l’arte dovrebbe comunicare. Il grande (peggior) pittore, di quadri sulla scena da immaginare. Quadri immaginati, quadri pubblici e privati: in ambedue i casi, sgradevoli e sgraditi. I primi sono da esporre, gli altri da “occultare”. “Gli altri sono privati e non vanno toccati: sono segreti, sono imbustati”.

Il grande (narcisista) pittore, spietato e col ghigno incorporato, la violenza dove sguazzare e l’obbedienza per compiacere. L’obbedienza che devono a lui, al narcisista pittore, zero anima e zero cuore. Che se non sa esperire amore, sa come trafiggere e ferire. E che semmai avesse un sostenitore, anche lui finirebbe per dubitare: che razza di artista e che ci sarebbe da ammirare!

Che ci sarebbe da ammirare di un pittore litigioso e manipolatore che di pacifismo non ne vuole sapere. Colui che parla di guerra e di politica, e di una “sacra identità razziale”: l’identità tedesca da difendere e da conservare, perché nessuno la possa sprecare. Perché nessuno la possa sporcare e scalfire. E la guerra? La guerra la bisogna fare. Lo dice Hitler il pittore che in essa ci vede entusiasmo, estasi e fervore.

Lydia Giordano, Loriana Rosto

La guerra non è un crimine. A dirlo un assassino dittatore, aspirante pittore. Un’opinione che non si può sentire su argomenti che con l’arte, l’incanto e lo stupore non hanno nulla da spartire. E la guerra? Quella maledetta guerra? Che ve lo dico a fare. Se solo la Storia la potessimo reinventare senza bombe sotto il sedere e senza morti da contare. Una Storia Senza Hitler e ogni altro criminale. E l’arte? L’arte ad abbagliare e illuminare, a irradiare il suo nitore.

________________

Senza Hitler – di Edoardo Erba – regia: Rosario Minardi – con: Lydia Giordano, Rosario Minardi, Loriana Rosto, Concetto Venti – assistente alla regia: Rita Stivale – assistente tecnico: Francesco Rizzo – luci: Marco Napoli – costumi: Rosy Bellomia – scene: Bernardo Perrone – trucco e parrucco: Alfredo Danese – foto: Agatino Di Polito – produzione: Associazione culturale In Arte e Teatro del Canovaccio – Teatro del Canovaccio di Catania dal 15 al 17 maggio e dal 22-23 maggio 2026)

Foto ©Agatino Di Polito

error: Contenuto protetto per copyright [Content is protected !!]