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Tra Edipo e Iago: viaggio nelle zone oscure dell’animo umano

Intervista a Fabrizio Ferrari, uno dei protagonisti dell’impact Festival 2026

Alla vigilia dell’apertura dell’edizione 2026 dell’Impact FestivalFabrizio Ferrari, attore e figura di riferimento della Compagnia del Teatro Hamlet, presenta una rassegna che dal 20 settembre al 22 novembre porterà al Teatro Francigena di Capranica grandi artisti ed eventi speciali.

Fabrizio Ferrari, tra Edipo e Iago: viaggio nelle zone oscure dell’animo umano

Curato da Teatro Hamlet APS con il contributo della Regione Lazio e del Comune di Capranica, il festival punta a valorizzare le arti dal vivo attraverso un programma capace di dialogare con la comunità e con il patrimonio culturale del territorio.

Fabrizio Ferrari sarà protagonista anche dei due spettacoli che incorniciano il festival: L’Eredità di Edipo, in apertura il 20 settembre, e Il Volto di Otello, che chiuderà la rassegna il 22 novembre. Due lavori diretti da Gina Merulla che partono da figure centrali della tradizione teatrale per restituirne la forza e l’attualità attraverso una lettura scenica contemporanea.

Da diversi anni il tuo nome è legato alla Compagnia del Teatro Hamlet. Come è nato questo sodalizio e in che modo ha influenzato il tuo percorso di attore?

Mi ero trasferito da poco a Roma e, in quel periodo, continuavo a fare l’attore pur lavorando come ingegnere. Una sera il mio coinquilino mi fece trovare un volantino del Teatro Hamlet. Da lì è iniziato tutto. Ho conosciuto Gina Merulla, direttrice artistica, poi il Maestro Mamadou Dioume, e sono entrato nella compagnia stabile. Con il tempo l’Hamlet è diventato molto più di una seconda casa: per usare un’espressione che mi rappresenta, casa, chiesa e bottega.

La Compagnia del Teatro Hamlet, diretta da Gina Merulla, è una realtà che da anni porta avanti un percorso dedicato all’esplorazione del mondo interiore dell’essere umano, attraverso un teatro di ricerca nel quale le partiture fisiche rappresentano un elemento fondamentale. Che cosa ti affascina maggiormente di questo approccio? Quali corde riesce a toccare del tuo animo artistico?

Le partiture fisiche di Gina Merulla hanno qualcosa di magnetico, per gli attori come per gli spettatori. È un linguaggio che arriva prima di tutto alla pancia, in modo diretto e potente, e che ogni volta riesce a portare in superficie aspetti di sé spesso nascosti molto in profondità. È un lavoro intenso, certamente non consolatorio, ma proprio per questo estremamente affascinante: mette in moto un processo di scoperta. Per un attore, poi, questa possibilità si raddoppia, perché non si tratta soltanto di esplorare qualcosa di sé, ma anche di accompagnare il pubblico nella stessa esperienza.

Sei tra i protagonisti dello spettacolo inaugurale dell’Impact Festival 2026, L’Eredità di Edipo, in programma il 20 settembre al Teatro Francigena di Capranica. Attraverso il linguaggio del teatro di ricerca, qual è la rilettura che Gina Merulla propone di questa storia senza tempo?

La rilettura di Gina Merulla passa inevitabilmente attraverso le partiture fisiche, che sono uno dei tratti più riconoscibili del suo linguaggio teatrale. I corpi degli attori non si limitano a incarnare i personaggi, ma diventano vere e proprie architetture sceniche, quasi dei totem, capaci di restituire la dimensione archetipica di figure come Giocasta, Laio e Tiresia. Maschere, posture e composizioni corali trasformano così i personaggi in simboli universali.

Un altro elemento centrale è quello delle corde, che attraversano lo spettacolo come una grande metafora visiva. Da un lato rappresentano il destino di Edipo, che lo accompagna fin dalla nascita e sembra stringersi progressivamente intorno a lui; dall’altro evocano una condizione più ampia, quella dell’essere umano, continuamente sospeso tra libertà e necessità, vita e inevitabile finitezza.

Edipo è un personaggio che cerca la verità fino alle estreme conseguenze. Come hai lavorato su questa tensione e perché pensi che continui ancora oggi a rappresentare un archetipo così potente?

Interpreto Edipo, e il punto di partenza del mio lavoro è stato proprio il suo bisogno inarrestabile di sapere. Mi interessava indagare quella volontà che, a un certo punto, smette di essere semplice ricerca della verità e diventa necessità, quasi ossessione. Edipo non riesce a fermarsi, nemmeno quando i segnali intorno a lui suggerirebbero prudenza.

È forse questo uno degli aspetti che lo rende ancora così attuale. Il desiderio di conoscere è una delle forze che hanno permesso all’uomo di evolversi, scoprire, inventare, superare i propri limiti. Ma la stessa spinta può diventare dolorosa quando ci conduce oltre una soglia che non siamo pronti ad attraversare. Edipo continua a parlarci perché incarna questa tensione profondamente umana: voler sapere a ogni costo, anche quando la verità può cambiare per sempre ciò che siamo.

Edipo è uno dei personaggi più celebri della tragedia di Sofocle, drammaturgo dell’antica Grecia. In che modo la sua storia riesce a parlare ancora all’uomo contemporaneo?

Per quanto ci sforziamo di mostrare una maschera felice e invidiabile al prossimo, sia sui social che nella vita vera, è sempre maggiore il peso dei dubbi e dei drammi che ci portiamo dentro. E questo peso aumenta tanto quanto cerchiamo di nascondere il nostro malessere. Edipo si porta dentro un peso enorme che cresce all’aumentare della sua conoscenza dei fatti realmente accaduti, fino alla distruzione finale quando scoprirà la verità. Il destino lo ha condannato e l’unica possibilità che gli resta è quella di scegliere di ignorare la verità. Ma non ci riesce. 

Il 22 novembre interpreterai Iago ne Il Volto di Otello, spettacolo conclusivo dell’Impact Festival 2026. Iago è un personaggio costruito su ambiguità, manipolazione e controllo. Qual è stata la chiave che ti ha permesso di entrare nel personaggio e di renderlo credibile sulla scena?

Iago è indubbiamente uno dei miei personaggi preferiti. È freddo ma spinto da una volontà di vendetta che gli accende dentro un fuoco violento. È lucido e distaccato ma non vede l’ora che arrivi il suo riscatto. Ha la calma nelle parole ma un tornado nel cuore. È una sfida nient’affatto facile dargli giustizia in scena. Ma è una sfida bellissima e affascinante. 

In Il Volto di Otello sarai al fianco di Mamadou Dioume, che interpreta Otello e che da diversi anni collabora con la Compagnia del Teatro Hamlet. Che cosa significa per te lavorare accanto a un professionista del suo calibro, che è stato attore e collaboratore di Peter Brook?

Con Mamadou ho un rapporto speciale che dura da più di dieci anni. Mi chiama, scherzando, “figlio di tinta sbagliata”, e questa battuta racconta bene il legame che si è creato tra noi. All’inizio lavorare con lui è stato tutt’altro che semplice: il suo metodo è diretto, esigente, e nei primi stage mi ha spinto con forza a superare certe resistenze.

Poi c’era anche il peso, quasi emotivo, di trovarsi in scena accanto a un maestro della sua statura. All’inizio lo vivevo con soggezione; oggi, grazie alla sua grande disponibilità e alla generosità con cui condivide il lavoro, quella distanza si è trasformata in un rapporto umano e artistico molto profondo.

Il Volto di Otello ha debuttato nell’estate del 2025 al Teatro Mercadante di Napoli, nell’ambito del Campania Teatro Festival. Che cosa ha rappresentato per te confrontarti con un palcoscenico e con una storia teatrale così importanti?

È uno degli aspetti che amo di questo lavoro. L’energia che ti regala un palco come quello del Teatro Mercadante e una manifestazione come il Campania Teatro Festival è ineguagliabile. Avevo già recitato con il Maestro Dioume in situazioni importanti come il Festival di Teatro di Segesta e ammetto che ogni volta l’emozione è tanta e le gambe un po’ tremano. È certamente un orgoglio entrare a fare parte della storia del Teatro scritta su quelle assi di legno.

Due spettacoli, Edipo e Otello, due figure che mettono a nudo le contraddizioni, le fragilità e le zone d’ombra dell’essere umano. È forse proprio questa la forza del teatro di ricerca?

E non solo! Mi piace pensare che ogni esplorazione fatta per approfondire un personaggio porti ad una nuova scoperta. Un aspetto diverso del suo carattere, una nuova lettura di quella battuta. Sono molteplici le sfaccettature che possono emergere dalla ricerca e occorre dare loro voce e corpo. 

Oggi siamo abituati a fruire contenuti in modo rapido, frammentato e spesso mediato da uno schermo. Che valore assume, in questo contesto, l’esperienza dal vivo e perché ritieni importante continuare a difenderla?

Credo che il valore del teatro stia proprio nella sua irriducibilità al meccanismo dello schermo. Siamo sempre più abituati a interrompere, mettere in pausa, cambiare contenuto, decidere in ogni momento dove spostare la nostra attenzione. Questa apparente libertà di controllo rischia però di renderci meno disponibili all’ascolto e alla permanenza dentro un’esperienza.

L’eredità di Edipo

Il teatro, invece, ci chiede presenza. Non possiamo fermare una scena, tornare indietro o rimandare a un altro momento: siamo lì, insieme agli attori e agli altri spettatori, dentro qualcosa che accade una volta sola. Ed è proprio questo che lo rende prezioso. Ci costringe, nel senso più fertile del termine, a restare, ad ascoltare, a lasciarci attraversare da ciò che succede.

Gli antichi parlavano di “hic et nunc”: qui e ora. Forse oggi questa dimensione è ancora più necessaria, perché ci ricorda che non tutto può essere filtrato, controllato o consumato in differita.

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