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La tovaglia di Trilussa e il gusto della libertà

Al Teatro de’ Servi, Ariele Vincenti racconta il poeta di Roma tra ironia, memoria e una schiettezza capace di attraversare il tempo.

Al Teatro de’ Servi, il 17 settembre, nell’ambito di Visioni di Roma, festival cittadino dedicato al teatro, alla musica e alla poesia, diretto da Pino StrabioliAriele Vincenti porta in scena La tovaglia di Trilussa, un racconto teatrale che intreccia la vita del poeta romano con la memoria di una città ormai lontana.

La rassegna, dedicata al dialogo tra la tradizione culturale e le tematiche del presente, trova in questo spettacolo un’occasione per riscoprire una figura che appartiene profondamente all’identità di Roma, ma che continua a parlare anche al nostro tempo.

Al centro della narrazione c’è il nonno (immaginario) dell’attore, Remo, custode dello Zoo di Roma, che durante le sue passeggiate tra le gabbie degli animali stringe amicizia con Trilussa. Ma è una cena in osteria, tra vino e piatti della tradizione, a diventare il filo conduttore di un racconto che restituisce il poeta nella sua dimensione più umana: gli amori, le abitudini, i viaggi, le difficoltà economiche e quella libertà di spirito che ne ha segnato l’intera esistenza. Le poesie, i sonetti e le favole di Trilussa si intrecciano così agli aneddoti della sua vita, dipingendo il ritratto di un artista capace di raccontare, con ironia pungente e malinconia, le contraddizioni della società e del potere. 

La scena è essenziale: un tavolo, due sedie e Vincenti che, entrando, comincia a raccontare e ad apparecchiare la tavola dell’osteria. Gesti semplici, scanditi con precisione, accompagnano una narrazione costruita con cura, nella quale la vita del poeta e la sua produzione artistica si fondono con naturale armonia. È evidente lo studio approfondito dell’attore, tanto nel racconto biografico quanto nell’interpretazione delle poesie e nel richiamo ai rapporti con altri grandi artisti dell’epoca, da Pirandello a De Filippo. La sua recitazione è misurata, mai eccessiva, e riesce a instaurare con il pubblico una relazione immediata, fatta di ascolto, sorrisi e complicità. Le musiche sostengono il racconto e accompagnano lo spettatore in un’immagine di Roma che suscita emozione e nostalgia.

Trilussa non era un clown, né un comico che cercava la risata a tutti i costi. Era un artista sarcastico, capace di dire verità scomode attraverso l’umorismo, suscitando sorrisi e approvazione. Un poeta amato dal suo pubblico, che riuscì a vivere della propria arte, senza rinunciare alla sua indipendenza. Ed è proprio la sua libertà ciò che più colpisce. Trilussa non temeva il Duce, non temeva il Vaticano, non temeva nemmeno i creditori. Era libero, veritiero, capace di osservare il mondo con un’ironia particolarmente pungente, senza piegarsi alle convenienze. Era Trilussa, il poeta di Roma.

Il racconto di Vincenti ci dona l’immagine di una città che non c’è più, ma che continua a vivere nelle parole del suo poeta. Una romanità fatta di schiettezza, relazioni spontanee e valori popolari, che attraversa il tempo e ci ricorda quanto certi aspetti della società e del potere tendano a ripetersi.

Portare in scena Trilussa e la cultura romana non significa soltanto custodire una memoria, ma interrogarsi su ciò che quella memoria può ancora insegnarci. E credo che il suo insegnamento più importante sia proprio la libertà di esprimersi, di andare oltre le ideologie del presente e di rimanere fedeli a sé stessi. Forse è proprio questo il dono che ci lascia lo spettacolo: un po’ di romanità, il ricordo di un grande poeta e, soprattutto, il gusto della libertà.

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La tovaglia di Trilussa di e con Ariele Vincenti – musiche Pino Cangialosi – Rassegna, Visioni di Roma – Teatro de’ Servi, giovedì 17 settembre 2026

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