Pixar parla ancora agli adulti e li trattiene nel tempo in cui sono stati bambini
A oltre trent’anni dal primo capitolo, Toy Story 5 conferma la capacità della Pixar Animation Studios — ormai in coproduzione con la Walt Disney Pictures — di restare al passo con i tempi senza rinunciare alla propria identità. Il nuovo episodio porta il mondo dei giocattoli a confrontarsi con una realtà sempre più dominata dal digitale, tuttavia sarebbe riduttivo leggerlo solo come un aggiornamento tecnologico della saga.

Bonnie ha otto anni e la sua quotidianità è segnata da una condizione di isolamento. In una dinamica di progressivo ritiro sociale finisce per trovare rifugio nel dispositivo tecnologico Lilypad, un tablet intelligente che diventa rapidamente il centro della sua attenzione e delle sue interazioni. Non è dunque la tecnologia a invadere la sua vita: essa si manifesta piuttosto nella forma di uno strumento che intercetta un vuoto relazionale già presente.
Accanto a questa situazione emergono nuovi giocattoli e figure ibride tra analogico e digitale, che contribuiscono a ridefinire gli equilibri della stanza dei giochi e costringono Woody (Angelo Maggi), Buzz (Massimo Dapporto) e Jessie (Ilaria Stagni) a interrogarsi ancora una volta sul loro ruolo. Tra le novità si inseriscono Smarty Pants (Federico Basso), Atlas (Simone Mori), Snappy (Jacqueline Luna) e una comunità di giocattoli dimenticati tra cui l’eccentrico Pizza cu ’e llente (Sal Da Vinci).
Ciò che continua a rendere Toy Story efficace è la scrittura. Il racconto è attraversato da sarcasmo, ironia sottile e osservazioni sul presente che colpiscono soprattutto gli adulti. Dietro l’avventura si nasconde una riflessione sul rapporto tra infanzia e tecnologia, tra oggetti fisici e universi virtuali, tra immaginazione e nuove forme di intrattenimento. Una lettura che finisce spesso per assumere i contorni di un’analisi quasi sociologica del presente.
Eppure il film resta inevitabilmente legato allo schema narrativo originario, percorso da avventure su automobili in corsa e missioni intergalattiche miniaturizzate. Il mondo dei giocattoli è ancora il luogo in cui la fantasia infantile prende forma, uno spazio sociale in cui gli oggetti costruiscono relazioni, conflitti e identità. Ma è anche un mondo destinato a fare i conti con il tempo: i bambini crescono, i giocattoli invecchiano, vengono dimenticati e sostituiti.
Ciò che dovrebbe essere centrale — il confronto tra giocattoli e tecnologia — finisce così per risultare quasi laterale. Perché Toy Story non è mai stato davvero un film sui bambini. Per quanto i protagonisti agiscano in funzione del loro benessere, il cuore della saga sono i giocattoli stessi: soggetti del racconto, portatori di emozioni, crisi e trasformazioni profondamente umane. I bambini restano sullo sfondo, necessari ma non decisivi.
Nel quinto capitolo quest’aspetto emerge con particolare chiarezza. Il gioco immaginativo di Bonnie viene rappresentato attraverso animazioni ad acquerello, come se la fantasia infantile appartenesse ormai più alla dimensione dell’evocazione che a quella dell’esperienza concreta. La vita dei giocattoli prende forma soprattutto nell’immaginazione dei bambini, più che nella loro quotidianità. In questa stessa logica anche Bullseye, il cavallo di Jessie, assume una nuova e autonoma identità parlante (Gianluca Gazzoli), contribuendo a rafforzare l’idea di un universo giocattolo sempre più interiorizzato e vivo sul piano della rappresentazione.
Per chi è cresciuto negli anni Novanta, l’infanzia era già attraversata da dispositivi digitali: lavagnette elettroniche sostituivano carta e penna; i Tamagotchi erano l’evoluzione plastica di bambole in gomma, e ancor prima, in porcellana; Game Boy e console portatili introducevano forme di gioco costruite in simulazioni e scenari lontani dalla realtà. La tecnologia non sostituiva il giocattolo, lo trasformava. E il film sembra riconoscerlo, inserendo anche questi oggetti nello stesso destino di obsolescenza e dimenticanza: nel cassettone d’occasione insieme alle pile.
La Pixar costruisce inizialmente una contrapposizione tra analogico e digitale, per poi spostarla su un piano più complesso. La tecnologia non è negata: è riconosciuta come strumento di connessione, potenzialmente utile e necessario. Il punto, però, è nel suo paradosso: ciò che dovrebbe facilitare la connessione può trasformarsi in una forma di isolamento. È un cortocircuito quasi ontologico del digitale, in cui la relazione viene sostituita dall’interazione e la presenza dalla disponibilità continua. L’alienazione non ha radici nell’apparato tecnologico in sé, ma nel modo in cui viene integrato in una logica di consumo rapido a sostituzione permanente. Per questo Toy Story propone più un compromesso che una condanna: la connessione è uno strumento valido, ma il suo valore dipende da come viene vissuta e integrata nelle relazioni, senza ridursi a meccanismo automatico che finisce per erodere il legame più che edificarlo.
Come sempre, la Pixar sembra parlare più ai bambini di ieri che a quelli di oggi, insistendo su un nodo costante: cosa succede a ciò che abbiamo amato quando smette di servirci? Cosa resta dell’infanzia negli adulti che la osservano da lontano? Un fanciullino che non bussa più alla porta, ma che resta a portata di mano, in uno scatolone laggiù in cantina.

È qui che emerge il nucleo più interessante del film: tutto ciò che appartiene all’infanzia è destinato a essere consumato, superato e infine abbandonato. L’alienazione non riguarda solo la crescita individuale, ma lo scarto progressivo delle proprie fantasie, riposte, alla fine, in uno scaffale del tempo vissuto. Uno scollamento generato da un mondo in cui ogni esperienza è rapidamente sostituibile. I giocattoli soffrono perché vogliono essere visti, utilizzati, ricordati, e temono l’abbandono più della distruzione: la loro frattura diventa la crisi di tutto ciò che perde significato quando smette di essere riconosciuto.
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Toy Story 5 – Regia: Andrew Stanton, Kenna Harris. Produzione: Pixar Animation Studios. Produttore: Pete Docter, Lindsey Lindsey Collins, Jonas Rivera. Distribuzione: Walt Disney Pictures. Cast vocale italiano: Angelo Maggi, Massimo Dapporto, Ilaria Stagni, Katia Follesa, Federico Basso, Simone Mori, Jacqueline Luna Di Giacomo, Sal Da Vinci





