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Teatro nel teatro e domande sull’esistenza nel nuovo allestimento di Stefania Porrino

Intervista alla regista che torna al Teatro di Documenti con uno spettacolo tra ironia e filosofia sulla paura del tempo che passa e sul mistero dell’esistenza.

di Elisa Fantinel

Con piacere accogliamo il ritorno nella suggestiva cornice del Teatro di Documenti dello spettacolo Quando verrà la fin di vita(e questa storia è già finita?), scritto e diretto da Stefania Porrino.

Sul palco Giulio Farnese, Nunzia Greco, Evelina Nazzari, Rosario Tronnolone e Carla Kaamini Carretti, interpreti de La Compagnia del Mutamento, daranno vita dal 13 al 22 marzo a un testo che ha già incontrato il favore del pubblico e che torna ora a coinvolgere gli spettatori con particolare intensità, affrontando con intelligenza, ironia e sensibilità temi universali come il tempo che passa, la vecchiaia e il mistero dell’esistenza.

Attraverso un intreccio che mescola dimensione quotidiana, riflessione filosofica e gioco metateatrale, lo spettacolo invita il pubblico a interrogarsi su alcune delle grandi domande che accompagnano la vita di ognuno di noi.

Per l’occasione ho incontrato l’autrice e regista Stefania Porrino, che ci ha raccontato la genesi di questo lavoro, le novità del riallestimento e le riflessioni che lo attraversano.

Quali consapevolezze ti porti dalla scorsa esperienza e quali novità per questa nuova edizione?

L’esperienza dell’anno passato mi ha molto confortato nel constatare che – come era mia intenzione – sia possibile parlare in teatro di argomenti impegnativi e addirittura filosofici senza “spaventare” il pubblico, senza annoiarlo ma anzi riuscendo anche a farlo sorridere delle comuni paure e paranoie con le quali spesso ci affliggiamo da soli l’esistenza.

Quindi nel riallestimento di questa stagione abbiamo cercato di evidenziare ancor più lo sguardo ironico e compassionevole con cui i personaggi esprimono e commentano le loro problematiche soprattutto quando, entrando in una dimensione ultraterrena, sono in grado di rivedere il loro vissuto con uno sguardo più distaccato e consapevole.

Per chi ancora non ha visto lo spettacolo, cosa possiamo anticipare al pubblico senza svelare troppo della trama?

La storia si svolge su due piani paralleli: uno più realistico e uno più filosofico, metateatrale.  Da una parte infatti c’è la storia di Virgilio e Beatrice, due maturi coniugi senza figli, che per cercare di esorcizzare la paura della vecchiaia e della morte provano a pianificare nel miglior modo possibile, grazie a un’eredità ricevuta da un cugino di lui, l’ultima fase della loro vita.  Dall’altra si muovono Vir e Bea che sono i veri autori della storia di Virgilio e Beatrice, la loro stessa coscienza immateriale che agisce fuori dal tempo. Una situazione di “teatro nel teatro”, o meglio: “giallo nel giallo”.

Perché poi, accanto a Virgilio e Beatrice, si muove Pia, un’ambigua figura dal passato complesso, che diverrà elemento essenziale allo sviluppo del “giallo”, fino al suo paradossale epilogo.  Ma il vero “giallo” dello spettacolo non riguarda tanto l’intreccio della storia narrata quanto il particolare rapporto esistente tra le due coppie dei protagonisti: è quello che rappresenta per me il vero nodo drammaturgico del testo.

In questa edizione dello spettacolo, si inserisce anche un appuntamento che si preannuncia imperdibile…ce ne vuoi parlare?

Partendo dal tema centrale del mio testo mi è sembrato interessante proporre al pubblico un incontro per approfondire l’argomento “vecchiaia”, un argomento che spesso viene evitato perché considerato triste e deprimente.

Io credo invece che per imparare ad affrontare meglio questa parte difficile – ma anche molto interessante della vita – sia necessario parlarne e cercare di trovare nuove prospettive e modalità di pensiero, imparare a guardare questa nuova fase dell’esistenza superando luoghi comuni e paure.

E chi meglio di Dacia Maraini può rappresentare un magnifico esempio di come si possa vivere pienamente e positivamente questo periodo della vita?

In questi ultimi mesi ho avuto la gioia di condividere con lei e le altre scrittrici del gruppo Controparola una felice avventura editoriale: a ottobre 2025 è uscito, con la casa editrice Il Mulino, il libro “Amiche – undici storie di legami e sorellanza”. In tale occasione, tra riunioni, interviste e presentazioni pubbliche, ho potuto constatare da vicino la grande energia di questa donna davvero speciale e mi è venuta l’idea di proporle di realizzare un incontro intitolato, prendendo spunto proprio da una sua frase, “La vecchiaia non è una malattia”.

Dacia ha accettato e così il 15 marzo alle ore 16,30, al Teatro di Documenti, prima dello spettacolo, dialogherò con lei sull’argomento.

Hai dichiarato che uno degli interrogativi che ti sei posta quando hai cominciato a scrivere questa storia era “ciascuno di noi è davvero padrone della sua vita?” ..che risposta ti sei data?

Io credo che ciascuno di noi rappresenti una cellula di un grande organismo con una funzione ben precisa e necessaria all’esistenza stessa di quell’organismo. In questo senso quindi nessuno è libero di fare qualunque scelta in totale autonomia ma può essere padrone della sua vita solo nell’ambito di quella libertà di scelta che non sia in conflitto con il disegno generale di cui fa parte.

Quindi gli angeli custodi esistono veramente, ci proteggono e ci indicano la strada?

Non credo alla presenza di angeli custodi nel senso che comunemente si intende però penso che sia vero che ciascuno di noi ha qualcuno che lo protegge e gli indica la strada, solo che questo cosiddetto “angelo” non è fuori di noi ma in noi, siamo noi stessi ad un altro livello di consapevolezza, quando riusciamo ad usare quella parte superiore e intuitiva che è in noi e che è capace di andare oltre la razionalità e di guidarla verso la realizzazione del proprio essere e della propria vita.

La vecchiaia e la morte ti fanno paura?

Come dice Virgilio, nel mio testo: “Certo, anche a me spaventa!” Spaventa soprattutto la malattia, il rischio di perdere le proprie facoltà mentali, di diventare non autosufficienti… ma credo sia indispensabile, per vivere bene la parte finale della propria vita, attuare un cambiamento di prospettiva, dare un diverso valore gerarchico alle cose: occuparsi di più di ciò che sta dentro di noi piuttosto che di ciò che sta fuori.

Sul dopo morte invece nutro grandi speranze: è vero che ogni cambiamento porta sempre con sé delle incognite e che l’ignoto mette sempre paura ma credo che “quando verrà la fin di vita”… avremo la bella sorpresa di constatare che, con la conclusione dell’esperienza sul piano fisico, non termini affatto la nostra esistenza ma che anzi ne inizi un’altra ancora più ricca e piena.

“L’immagine della morte è bastevole ad occupare tutto un intelletto.” scriveva Italo Svevo in “Senilità”. Che ne pensi?

Così è stato per me che ho perso mio padre quando avevo due anni e che già intorno ai dieci anni mi interrogavo sulla morte e sull’oltre e mi stupivo vedendo la gente che viveva la sua vita quotidiana senza preoccuparsi troppo di capirne il senso e la finalità.

Finché non sono riuscita a trovare delle risposte plausibili sul dopo morte è stato impossibile per me vivere serenamente il presente. Poi alcune risposte sono arrivate e mi hanno consentito, avendo pacificato le tormentose elucubrazioni della mente, di vivere pienamente la mia vita e il mio presente.

Mentre Oscar Wilde diceva “I vecchi credono a tutto; gli uomini di mezza età sospettano di tutto; i giovani sanno tutto.” …aveva ragione?

Non credo si possa generalizzare per categorie d’età: ciascuno di noi rappresenta un particolare e unico modo di percepire e comprendere la realtà a prescindere dall’età anagrafica. E in ogni caso se posso convenire sul fatto che i giovani pensino di sapere già tutto e gli uomini di mezza età siano più sospettosi, non vedo intorno a me molti anziani che credono a tutto. Anzi, spesso sono i più delusi e poco inclini a credere a qualsiasi cosa! E comunque, come ho detto, non mi piace generalizzare.

Cosa bolle in pentola per la prossima stagione?

Ho in mente da tempo di mettere in scena un mio testo che parla della ricerca del Graal e mette insieme personaggi antichi, tratti dal ciclo di Artù, e personaggi di oggi anch’essi in cerca di un moderno Graal. È un progetto molto complesso e che vorrei rielaborare “su misura” per agli attori della Compagnia del Mutamento con cui l’anno prossimo compiremo dieci anni di lavoro comune. Sarebbe un bel modo di celebrare questo decennale!

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