di Edoardo Vezzi

 

Un getto di speranza e tristezza, di amore e rassegnazione. Un dialogo con il pubblico sui sentimenti e le emozioni. In versi e in musica. Non sono scarabocchi, sono pensieri vitali, quelli che ci fanno sognare e ci fanno perdere quando la realtà appare troppo complessa. E la musica li accompagna talvolta con leggerezza, altre volte con inquietudine, come d’altronde è la colonna sonora di ogni vita.

Al Teatro Trastevere torna “Scarabocchi”, nell’ambito del Festival Inventaria, dopo la scorsa data di luglio. Giuseppe Mortelliti, accompagnato sul palco dal musicista Simone Martino, propone in salsa teatrale dal vivo un format pensato per l’online nei mesi di lockdown, quando il teatro vero era solo un ricordo. Non solo hanno riaperto ma da poco la capienza è finalmente aumentata al 100%. E allora perché non portare sul palco questo esperimento? Tra le vibrazioni musicali e i versi a volte indefiniti si svolge una serata profonda e divertente, che ci lascia con i pensieri pieni e confusi.

“Scrivere è un bisogno naturale, un atto comunicativo multiforme: è anzitutto un mezzo per comunicare con sé stessi; e poi, con gli altri, se le parole non finiscono chiuse in un cassetto”. Non bisogna chiudere le parole nel cassetto perché c’è il rischio di scordarle, là, per sempre. Non è semplice tirarle fuori, non è sempre facile dargli un senso. Nel vortice della serata, con un climax inaspettato che parte con piglio divertente per poi farsi più serio, le parole fanno quello che vogliono e la musica le spinge al pubblico.

Ci siamo già scordati di come eravamo durante il primo lockdown? Qualcuno forse vuole dimenticarlo, qualcuno preferisce ricordare le aspettative che avevamo durante quel periodo. Le sensazioni provate quando ci affacciavamo al balcone, l’aria stranamente pulita, il canto degli animali.

È stato, ed è tutt’ora, un periodo complicato. Abbiamo dovuto fare i conti con noi stessi, ci siamo chiusi in casa dove i nostri pensieri rimbombavano più che mai. Che cosa rimane oggi di noi? Siamo gli stessi di prima? Non lo sappiamo. L’importante è continuare a fare quello che ci viene meglio, con la passione e la lucidità che non dobbiamo farci portare via.

I versi aiutano l’autore. Bisogna continuare a parlare. Si parla di ogni cosa durante la serata. Di desideri e speranze. Delle persone che incontriamo e che non incontreremo mai. Della follia che ci porta a stare con in piedi per aria piuttosto che con le gambe fisse a terra. Si parla delle stagioni. Si parla di sentimenti. Si parla, ovviamente, anche di amore. E infine si parla di identità.

I versi sono parlati e cantati, sussurrati e urlati. L’interpretazione di Mortelliti è affascinante e coinvolgente. Le musiche, acustiche ed elettroniche, di Martino aiutano a interpretare testi non di facile comprensione. Non è una passeggiata riuscire a comprendere l’autore, ma la poesia è questa e bisogna farci i conti.

In Scarabocchi una cosa è certa: come urlato dal palco siamo stati in balia del coprifuoco per molto tempo. Ma cosa è il coprifuoco quando da soli ci copriamo tutti i giorni, copriamo la nostra identità, le nostre sicurezze. Scopriamoci, staremo meglio.

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