di Laura Dotta Rossa

 

Lo Spazio 18, un piccolo e grazioso angolo di teatro, situato nel quartiere della Garbatella, presenta la rassegna “Rewind”, al cui interno viene proposto lo spettacolo già vincitore della rassegna sostantivo gender 2018/2019  “Rieducazione sentimentale”di Alice Lutraio, in scena fino a domenica 20 ottobre.

La prima immagine sembra una maschera di cera, un’insegnante il cui vestito richiama quello della signorina Rottermeier, con il viso che non lascia trapelare molte emozioni, una rigidità fisica corrispondente a un’inflessibilità anche mentale. L’insegnante, alla sua allieva Gilda, non impone regole, ma una cura profonda fatta di ammissione, introspezione, simulazione, caduta, isolamento, contemplazione, rivelazione e, infine, esorcismo.

Gilda, una ragazza omosessuale, viene rinchiusa in quattro mura dalla sua famiglia per essere rieducata alla sua “vera” natura. Il rosario, la religione, la parola di Dio, il sacrificio, accompagnano questo percorso che dovrebbe portare a una vera consapevolezza del proprio sé, della propria inclinazione.

“Gilda, tu vuoi guarire?”.

“ Io voglio finire”.

“È la stessa cosa”.

“Io non credo proprio…”.

E allora si ricomincia, l’insegnante gira le lancette dell’orologio appese nella stanza, perché ancora una volta, la ragazzina insolente, egoista e capricciosa ha deluso le sue aspettative, ancora una volta non ha voluto assecondare la sua “vera” natura. La docente tocca e accarezza le sue piante nell’angolo dell’aula: sono belle, rigogliose, forti, e sono così perché si sono limitate a fare quello per cui Dio le ha create… crescere, nutrirsi e non si affannano a essere ciò che non sono. L’uomo deve comportarsi nella stessa maniera, mangiare, svilupparsi, riprodursi e accettare la morte quando sarà la sua ora. Nulla di più.

Le due interpreti, Elisa RoccaGaia Petronio, sono ben coordinate tra loro, riescono a rendere il clima di lipotimia percepibile e palpabile. Elisa Rocca è potente, solida e matura.

Gaia Petronio, pur essendo giovane, rimane centrata e coerente, pur dovendo ancora approfondire sfumature più profonde della personalità del suo personaggio.

La regia riesce a rendere elegante e raffinata una scenografia semplice senza troppe pretese, sembra di assistere a un racconto poetico anche se crudo e perfido.

In un’ora di esibizione le certezze vengono annullate, i punti fermi scardinati e, per quanto si abbia un’idea precisa di quello che è giusto e sbagliato, la maestria delle interpreti fa vacillare le nostre convinzioni, ci si sente in un vicolo cieco e, quando l’insegnante afferma che nella serratura dell’unica porta dell’aula non ci sia mai stata la chiave, lo spettatore si chiede se realmente sia così o se fino a quel momento, anche lui, ha visto solo quello che desiderava.

Un fiammifero illumina il volto della docente, buio… e si ricomincia, ma questa volta, forse, le lancette non potranno più essere riportate indietro.