Tra il pathos dell’amore e una modernizzazione che non trova fino in fondo il suo senso.
Dopo l’esordio di maggio 2026, al Teatro di Siracusa (successo di critica e di pubblico), è transitata per due giorni, a luglio, nell’affocata arena estiva di Ostia antica – il cui festival questa volta si intitolava Il senso del passato – la versione di Filippo Dini di Alcesti, di Euripide.

Filippo Dini
Il senso del passato … Bel titolo, ma impegnativo. Quale senso infatti vuol comunicarci il regista con questa messinscena. Quale linea di senso ha teso ad enucleare nell’ambiguo testo euripideo? E che senso ha la cornice moderna (scenografia e costumi) in cui cala il tutto? Per es., perché una casa moderna, con guardaroba e attrezzi ginnici a vista. Sembra che nella versione di Siracusa ci fosse anche una piscina, e attorno ad essa donnine seminude sui lettini. Come l’idea fosse di spostare il sottotesto politico delle origini in una atmosfera di ricca corruzione altoborghese. Nella versione di Ostia questo manca. Niente piscina, ed un deserto, un post factum. Solo bottiglie rovesciate sparse qua e là, segno di una passata nottata, mentre la casa incombe in verticale, su tre livelli, con due scalinate, una centrale, dalla cavea alla stanza nuziale (un cubo tendato), e una laterale, che sale verso un terzo livello balconato, dove come un occhio nel vuoto, si vede una porta trasparente illuminata da dentro. Una versatile macchina scenica verticale, questa di Gregorio Zurla, funzionale all’ordito di svariati piani di movimento
Ma niente piscina, donnine, orgia?
Il segno di qualche dubbio del regista stesso? Prima di entrare nel merito, ripassiamo le linee del testo greco.
Il testo – quarto di una tetralogia – avrebbe dovuto essere un damma satiresco (e di ciò conserva tracce nella figura a tratti comica di Ercole), ma Euripide ha innovato scegliendo di farne un dramma a lieto fine. E qualcuno parla anche di influssi della tradizione mistico orfica, e dei riti di morte e rinascita.
Infatti il nucleo è il sacrificio della moglie di Admeto, che accetta di morire per lui, ma che Ercole riporterà poi in vita dall’oltretomba.
Ad Admeto, re di Fere infatti, per intercessione di Apollo, è stato concesso di non morire se qualcuno morirà al posto suo. Inutile qui ricordare la lunga catena di liti e maledizioni per cui Apollo era al suo servizio, e Admeto minacciato di morte da Artemide. Sta di fatto che i genitori non si sacrificano, ma la moglie sì, e Admeto commosso, nell’atto del disperato addio sogna di avere il potere di Orfeo, e di fronte all’impossibile le dice di aspettarlo nell’aldilà, dove faranno casa insieme per sempre.
Sembrerebbe dunque un poema sull’amore oltre la morte, se non fosse che in parallelo cresce piano piano l’ombra dell’ipocrisia, dell’egoismo e del potere.
Già nel suo lamento Alcesti accusa i genitori di lui di egoismo, e invoca prima il letto nuziale e poi il marito stesso perché una nuova moglie non la sostituisca, e non sia disgrazia ai figli (come accade dove il talamo e la figliazione sono strumenti di potere). Lei poteva scegliere di risposarsi, e lasciare morire il marito. Invece è stata fedele. Lo sia anche lui.
E’ amore questo, in senso moderno? O è l’amore come sacro dovere, ruolo?
In ogni caso, in questa Grecia misogena, che le esclude dal potere, le donne sembrano in realtà nell’arte giganteggiare. Sia nel sacrificio (Alcesti, Antigone), sia nel furore della passione e della vendetta (Clitennestra, Medea).
Vi è poi la questione dell’egoismo e del potere. Admeto accusa il padre, ma quello rivendica violentemente il diritto all’egoismo vitale (convincente qui la recitazione collerica e sprezzante Filippo Dini), e dà della paternità una versione puramente patriarcale e legalitaria.
Peggio. Fa crudelmente notare al figlio come sia lui il primo egoista, che si è voluto salvare la pelle a danno della moglie. Amore il suo? O attaccamento alla vita e al potere? Admeto è furente, sul momento, ma poi assume dentro di sé l’incrinatura di questa indiscutibile verità. Rimpiange sì la moglie, ma anche si accusa. E fa voto di fedeltà post mortem.
L’arrivo di Ercole, col suo vitalismo dionisiaco, ospite ignaro inizialmente del lutto, sembra voler spostare il duello vita morte su un livello più leggero.
Salvo poi, saputa la verità, farsi segretamente salvatore. Porterà infatti Alcesti dall’oltretomba, ma muta, sgomenta (solo dopo 3 giorni le anima si riprendono), convincendo Admeto ad accettarla (a lui ancora ignota) per amore della vita.
Quindi sostanzialmente 3 i temi: l’amore romantico e il sacrificio; egoismo, ipocrisia, potere; vita e morte come fenomeni naturali interconnessi.
Ora, tornando alla scena modernizzata, ma di seconda versione. Sembrerebbe che Dini non se la sia sentita – o non abbia trovato il modo – di accentuare la falsa coscienza del potere, la sua violenza egoista, di cui piscina e orgia potevano essere simbolo. Di questa modernizzazione restano dunque segni esteriori e poco funzionalizzati.
Anzi. Contraddittori.
Perché le serve, il coro, la stessa Alcesti, vestono in modo sacro e arcaico, ed Admeto e figli invece in camicia e pantaloni? E che senso ha che Alcesti, prima di morire (anche se ciò la rende suggestivamente fragile) giri portandosi appresso il bastone della flebo?
Già più interessante allora il lato circense.
Apollo a torso nudo e pantaloni dorati, Eracle come borgataro veneto in bicicletta, dalla sgambata arlecchinesca. Ma soprattutto – forse la cosa più azzeccata, quasi brechtiana – Thanatos in occhialini ed impermeabile grigio, che nel polemizzare con Apollo sull’inesorabilità legale della morte e della sua funzione, cartelletta della pratica sottobraccio, usa toni freddamente ed impersonalmente burocratici, con movenze e tono quasi robotici (un perfetto Luigi Bignone). In questo Dini ha operato una efficace scissione tra due aspetti della morte, vista nel suo lato filosofico (il fato, la necessità), e nel suo lato bestiale abissale, incarnato da una specie di scimmiesco Calibano a quattro zampe (a Siracusa erano tre), che si aggira e sbava impaziente attorno alla preda.
Se il lato modernizzante e di critica al potere e all’ipocrisia resta quindi un po’ appeso, e fa acqua, dall’altro lato troppo enfatica appare a questo punto la linea sentimentale e del tormento, che diventa il filone principale: brava Deniz Ozdogan (Alcesti), direi la più brava di tutti, nel suo patetismo tra urlo, perorazione pacata, rantolo, a cui fa da correlato una gestualità altrettanto varia ed epilettica; meno convincente Aldo Ottobrino (Admeto), sempre sulle note dell’urlato, che sia rabbia o patetismo.
Anche se interessanti alcuni spunti fisici.
Per es quando messosi agli attrezzi ginnici per i pettorali, usa l’ostacolo per lo sforzo come vettore emotivo del suo lamento, e commovente quando poi scende nella cavea e chino sui pupazzi funebri (bambole mummificate prima accatastate dal coro in un rito funebre) elabora il lutto con mestizia introversa, per poi accelerare l’esplosione della disperazione salendo a retromarcia per le scale, e lanciandosi infine in un ossessivo tapis roulant, battendosi il petto in frenetici mea culpa. Qui dà il meglio come stimolo la struttura a più livelli della scena, come stimolatore delle azioni.
Tuttavia forse la parte più suggestiva sono le coreografie di gruppo del coro, nei suoi multipli momenti di lamentazione e lutto, belle nell’ideazione (Alessio Maria Romano), anche se non sempre accompagnate dalla padronanza fisica degli interpreti.
Forse meglio quando danzano battendo i piedi a ritmo, con rigidità aggressiva rituale; un po’ più rigide quando fiammeggiano, rosso vestite in duplice cerchio, a braccia levate.
Infine, per concludere, brava lei, e bella come immagine finale, quando Alcesti (Deniz Ozdogan), rediviva, e atona immobile statua perplessa, improvvisamente, come sgomenta, fugge su per duplice rampa di scale, e si affaccia alla balconata, a braccia levate, come un urlo muto.

Bella perché è una immagine aperta. E’ stupore il suo? Ricordo della morte?
O non è forse anche in lotta con un sentimento per il marito che non può più essere lo stesso.
Come se fosse una Euridice ribelle ad Orfeo.
La domanda rimane, interiormente sospesa.
E questo fa bene allo spettacolo.
_________________________
Alcesti di Euripide – Regia: Filippo Dini – Traduzione: Elena Fabbro – Con: Alessio Del Mastro (Apollo), Luigi Bignone (Thanatos), Sandra Toffolatti (Ancella), Deniz Ozdogan (Alcesti), Aldo Ottobrino (Admeto), Denis Fasolo (Eracle), Filippo Dini (Ferete, padre di Admeto), Bruno Ricci (Servo), Caterina Dini (Figlia di Alcesti), Giorgio Signorelli (Eumelo, figlio di Alcesti) – Capo coro Carlo Orlando – Coro Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba, Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli, Carla Bongiovanni, Francesca Totti Musiche, Paolo Fresu – Scena: Gregorio Zurla – Costumi: Alessio Rosati – Movimenti: Alessio Maria Romano – Disegno luci: Pasquale Mari – Assistente alla regia: Arianna Sorci – Assistente costumista: Giulia Giannino – Assistente compagnia: Giuseppe Orto – Direttore di scena: Giovanni Ragusa – Produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Fondazione INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico – Teatro Ostia Antica Festival Il senso del passato – Teatro romano di Ostia, 17 e 18 luglio 2026
Foto ©Franca Centaro





