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Left Blank: l’archivista delle vite mai vissute

Cosa resta di noi nei fascicoli dei destini mancati? Al Fringe Festival va in scena l’insensatezza del caso.

L’ultimo gruppo di spettacoli del Fringe Festival, in cartellone al Teatro Vascello, la sera del 22 luglio è stato aperto da una pièce dagli alti connotati intellettuali: Left Blank, opera scritta e interpretata da Federico Di Dedda per la regia di Anna Chiara Giordani. Lo spettacolo, accolto con calore da un pubblico attento, si è rivelato un’indagine profonda e malinconica sui meandri della nostra esistenza, muovendosi tra gli interstizi di ciò che siamo e ciò che avremmo potuto essere.

Federico Di Dedda

L’Archivio dei Destini Possibili, è un non-luogo burocratico e quasi mitologico,  nel quale si sviluppa la narrazione drammaturgica, dove vengono meticolosamente catalogate le “vite che non sono successe”. In questo labirinto di carta e rimpianti, il protagonista, la Matricola 741B, trascorre le sue giornate a timbrare fascicoli relativi a versioni alternative della realtà, fermatesi un istante prima di compiersi per un banale colpo di tosse, un semaforo rosso o un momento di esitazione. È un mondo dove il destino non è un disegno divino, ma una stanza piena di porte che si chiudono, o si aprono, per puro caso.

Per un lettore appassionato, è impossibile non cogliere l’eco profonda e la straordinaria affinità conTutti i nomi, il capolavoro con cui José Saramago ottenne il Nobel nel 1998. Come il Signor José di Saramago, l’impiegato di Di Dedda è una “funzione” più che un uomo, una penna con le scarpe schiacciata da un sistema burocratico che riduce la complessità dell’anima a una pratica amministrativa. Entrambi i protagonisti vivono un’esistenza solitaria e metodica finché non compiono l’atto proibito: la trasgressione del protocollo. Se in Saramago l’indagine scatta per una scheda rubata, in Left Blank la crisi esplode quando l’archivista decide di aprire il proprio fascicolo.

La scoperta è lacerante: il fascicolo è vuoto. Non ci sono destini alternativi, non ci sono “altri sé” che hanno avuto successo laddove lui ha fallito. Questa rivelazione genera una “paura animale, uno smarrimento identitario che Di Dedda rende con una recitazione che evolve dal distacco burocratico iniziale verso un’angoscia esistenziale vibrante. Il protagonista rievoca la sua vocazione artistica di pittore, abbandonata per una malintesa paura della libertà, comprendendo di aver vissuto per interposta persona, catalogando i passi falsi altrui per non dover compiere i propri.

Sotto il profilo tecnico, lo spettacolo alterna momenti di catalogazione ritmica e ripetitiva – come nella sistemazione delle scatole nei vari alloggiamenti dell’archivio – a monologhi densi e accelerati. Tuttavia corre l’obbligo di muovere un piccolo appunto: la recitazione, pur valida, avrebbe tratto enorme giovamento dall’assenza del microfono. In uno spazio teatrale, quale quello del Vascello, la vocalità pura è uno strumento insostituibile per far emergere con efficacia le pause, i respiri e i sottili cambi di tonalità legati ai vari quadri scenici. Senza il filtro dell’amplificazione, il passaggio dal tono “burocratico” a quello “intimo e poetico” dei ricordi d’infanzia avrebbe acquisito una verità scenica ancor più cruda e immediata, permettendo al pubblico di percepire meglio le sfumature di un testo così ricco di echi psicologici.

Federico Di Dedda

Nonostante questo dettaglio tecnico, Left Blank resta un’opera interessante che affronta problematiche universali: la vita vissuta come mera funzione e il deterioramento dell’identità causato dall’osservazione costante del “cosa sarebbe successo se”. Il messaggio finale è però di una serenità inaspettata: accettare il vuoto del proprio fascicolo significa liberarsi dal peso dei destini scartati e dal giudizio di un “tribunale invisibile”.

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Left Blank – di e con Federico Di Dedda, regia Anna Chiara Giordani, Fringe Festival 2026, Teatro Vascello 22 luglio 2026

Foto ©Grazia Menna

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