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Il Banchiere Anarchico: quando la logica lotta con la morale

L’adattamento di Edouard Penaud porta il paradosso di Pessoa in una dimensione fisica, ironica e profondamente contemporanea

«Benvenuti, oggi è il mio compleanno», dice Jeremie Galiana accogliendo il pubblico nella sala a cielo aperto del Festival In una notte d’estate di Lunaria Teatro. L’atmosfera conviviale dura appena un istante: il palcoscenico di Piazza San Matteo si trasforma presto nel terreno di uno scontro tra logica e morale, ribellione e potere.

Il Banchiere Anarchico, adattamento e regia di Edouard Penaud, prende il nucleo filosofico del racconto di Fernando Pessoa del 1922, il paradosso dell’anarchico che si arricchisce per liberarsi, e lo trasporta in una dimensione inattesa. 

In scena Galiana non rimane solo a lungo: un militante anarchico (Riccardo Rampazzo) irrompe armato di pistola nell’ufficio di un banchiere che sui giornali si proclama anarchico. Vuole ucciderlo, o forse soltanto comprenderlo. Da questo confronto nasce un serrato duello dialettico che Penaud trasforma in un’esperienza teatrale sorprendentemente fisica, dove il corpo diventa il naturale prolungamento del pensiero. 

I due attori diventano così macchine da guerra scenica: reale e surreale si intrecciano nelle loro trasformazioni continue, restituendo tutta l’instabilità dell’essere umano. È come se la logica implacabile del banchiere si fosse incarnata in un organismo che si contorce, si espande, si autodistrugge e rinasce sotto i nostri occhi.

Tra vino, banconote che volano e cibo divorato in scena, l’immaginario richiama tanto La grande abbuffata di Marco Ferreri quanto The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese: due universi in cui l’eccesso diventa linguaggio e il corpo si trasforma nel luogo in cui il potere, il denaro e il desiderio finiscono per divorare se stessi.

Qui il cuore dello spettacolo: la logica come arma seduttiva, capace di sovvertire ogni certezza morale. Penaud non si limita al monologo originario di Pessoa, dà voce piena all’interlocutore, trasformando il testo in un confronto dialettico serrato. 

Il Banchiere non nega la morale; la ridefinisce attraverso una coerenza interna ferrea. Ogni obiezione del militante viene catturata, rovesciata, restituita, trasformata. La pistola, simbolo di violenza rivoluzionaria, diventa via via più inutile, quasi ridicola, di fronte all’implacabile coerenza del banchiere. A cosa serve sparare quando la logica dell’avversario ha già disarmato il gesto? È una tragedia della ragione, come recita la sinossi: ha torto chi ha ragione, e chi ha torto non riesce a dimostrarlo.

La regia è essenziale, asciutta fino alla crudeltà: niente scenografie illustrative, solo lo spazio nudo e due interpreti che lo riempiono di tensione pura. Musiche e luci di Stefano Gualtieri e Luca Nasciuti sottolineano il crescendo senza mai invadere.

In un presente dominato da identità costruite e moralità esibite, il ragionamento del banchiere acquista una forza sorprendentemente attuale. Lo spettacolo è permeato di un’ironia sagace, tagliente, e così sorridiamo mentre assistiamo allo smantellamento delle nostre convinzioni cristallizzate. Ridiamo della rabbia del militante, della sufficienza del banchiere, e soprattutto ridiamo di noi stessi, che ogni giorno navighiamo tra ribellione da like e compromessi da stipendio.

La fisicità studiata dei due attori eleva il confronto a un livello viscerale. Non è solo un duello di idee: è un corpo che suda, trema, resiste e cede. Galiana porta in scena la glaciale eleganza del sistema che tutto incorpora, mentre Rampazzo incarna la vitalità caotica dell’ideale. Il dialogo scenico tra Galiana e Rampazzo è il vero motore dello spettacolo, frutto di una direzione attenta che sa tenere insieme emozione e pensiero. 

All’uscita, la domanda resta sospesa come la pistola nell’ultima immagine: può la logica da sola reggere un’etica? O è proprio la pretesa di coerenza assoluta a renderci mostri o, peggio, ipocriti raffinati? 

In un panorama teatrale dove spesso prevalgono tesi dichiarate più che domande autentiche, Il Banchiere Anarchico sceglie la strada del dubbio. Costringe lo spettatore a pensare, a mettere in crisi le proprie convinzioni e perfino a ridere della propria fragilità morale. È proprio questa capacità di lasciare domande aperte, più che risposte, a renderlo uno degli spettacoli più stimolanti del festival.

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Il banchiere anarchico da Fernando Pessoa – Adattamento e regia Edouard Penaud – con Jeremie Galiana e Riccardo Rampazzo – musiche e luci Stefano Gualtieri e Luca Nasciuti – produzione Compagnie du Tous Vents – FRANCIA. Genova, 23 luglio 2026.

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