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Nella Verona del 1943 l’amore immortale di Romeo e Giulietta

All’Opera di Roma i due amanti shakespeariani, nella versione di Gounod, parlano di guerra e di amore

Di amore e di guerra. Potrebbe riassumersi così il Roméo et Juliette di Gounod andato in scena al Teatro dell’Opera di Roma dal 28 aprile al 6 maggio. A dar vita all’allestimento, destinato a far parte di un progetto più grande in collaborazione col Teatro di Roma, la regia di Luca De Fusco, che della Fondazione Teatro di Roma è direttore artistico. Sul podio, a guidare l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, il Maestro Daniel Oren, che torna al Costanzi e cura la partitura di Gounod con la maestria che abbiamo imparato a conoscere. E c’è Verona, che si riempie del Coro del Teatro dell’Opera guidato dal Maestro Ciro Visco, con cui questo Roméo et Juliette si apre sotto la pioggia, mentre Alessandra Panzavolta ha curato la parte coreografica dell’opera, che ha visto in scena ballerini-schermidori ed eterei movimenti a due, l’amore dei protagonisti che si è fatto danza.

Per la più immortale delle storie d’amore De Fusco ha scelto il 1943, l’anno in cui la Guerra Mondiale si fece Guerra Civile, anche se resta sfumata la differenza tra le parti, mantenendo al centro il dolore del conflitto, di tutti i conflitti.  A Marta Crisolini Malatesta il compito di curare scene e costumi, di prendere l’idea di De Fusco e crearne un mondo. Da qui la scelta dei toni del grigio per gli abiti di tutti tranne che dei due protagonisti, mentre la scenografia ci porta per lo più nel palazzo signorile dei Capuleti, dentro e fuori a seconda dei momenti. Il tempo passa, lo si vede dal mutare dei colori in cielo oltre le finestre ad arco del palazzo signorile, che un po’ ci ricordano l’arena simbolo di Verona. 

Sul palco le voci degli amanti sono quelle di Duke Kim e Vannina Santoni. A lei spetta la potenza del dramma; con i suoi acuti che a tratti graffiano, Santoni ci restituisce una Juliette quasi consapevole, nel profondo del cuore, del non-futuro che le si para davanti. Diverso è Roméo; Kim ha un tono a tratti più battagliero, che alterna l’animo innamorato a quello bellicoso. Si spaventa scoprendo chi sia Juliette, ma questa paura è breve. La sua voce non tradisce ansia, la trasporta il desiderio di andar oltre alle rivalità già scritte. Questo Roméo, rispetto allo shakespeariano, ci appare più eroico, meno sognatore. 

Ad accompagnarlo nella sua quotidianità veronese, d’amicizia e di guerra, sono la voce possente di Mihai Damian, un ottimo Mercutio, e il Benvolio di Raffaele Feo. In loro riconosciamo il segno dell’amicizia al maschile, che si apre sino al parlare di donne e amori, in un continuo salire e scendere di tensione legato al cognome che questo sentimento porta.

Dall’altra parte, neanche a dirlo, il Tybalt di Valerio Borgioni, che è forse il più novecentesco tra gli interpreti. Merito forse della camicia nera, che volente o nolente resta un richiamo, il suo canto racchiude autorevolezza e violenza, una presenza quasi istituzionale in questa Verona dove i Capuleti sono lo Stato. Buone interpretazioni anche per AlejoÁlvarez Castillo, nei panni di Pâris, e per il Gregorio di Alessio Verna, oltre alla performance di Aya Wakizono e al suo Stéphano en travesti, molto apprezzato. 

Quella di Romeo e Giulietta, dopotutto, dovrebbe essere una storia di giovani, giovanissimi, se guardiamo al dramma Shakespeariano, e sono pochi i personaggi considerabili adulti nella drammaturgia originale: quelli responsabili dell’odio tra le famiglie, di cui qui vediamo solo Capuleti, un Christian Senn che sa mostrare l’amore di un padre più dell’odio da faida – per il quale basta Tybalt – e quelli che vorrebbero invece aiutare la coppia. 

Gèraldine Chauvet nei panni di Gertrude, nutrice di Juliette, è quasi una fata madrina senza poteri magici. Non può trasformare una zucca in carrozza per far fuggire gli innamorati, ma la sua tenerezza è un insieme di vocalità e azione scenica. Carezze, abbracci, un amore che si può definire materno, al punto da accettare di sfidare un odio prescritto dalla vita e dalla storia.

E poi c’è Nicholas Courjal, al quale questo allestimento ha affidato il doppio ruolo di Frère Laurent e del Duca di Verona. Nei panni del frate amico, che sposerà i due amanti regalandogli uno dei pochi momenti di vera gioia dell’opera, la sua voce profonda è quella di chi parla per conto di Dio, benché non sia sufficiente. Nel ruolo del Duca, invece, è la scelta costumistica a dover essere sottolineata, perché qui vien fuori tutto l’animo anni ’40 voluto da De Fusco, un chiaro riferimento a quel nord tra fine del Ventennio e Repubblica Sociale Italiana.

Nello straziante finale, quello che li unirà per sempre ma troppo presto, Roméo et Juliette sono soli su un palco troppo grande rispetto alla cripta immaginata da Shakesperare. C’è aria, spazio, un vuoto incolmabile intorno a loro e a quello che sarà un letto di morte, lontano dall’idea di intimità tipica dell’opera. E tutto questo vuoto, il nulla che li circonda, diventa quasi indicazione. Guardarli, fissarli, ascoltarli mentre vanno incontro a una morte prematura, a un progetto di futuro che si è fatto fine del tempo. 

Non c’è posto, nell’opera di Gounod, per la riconciliazione tra le famiglie, il dolore ultimo che porta a rivedere tutto quello di prima, non c’è nessun dopo neanche per chi resta.

“Seigneur, Seigneur, pardonnez-nous!” invocano alla fine i due amanti morenti. 
Perdonaci, Signore, consapevoli di star rinunciando al bene primario della vita in nome dell’amore.

La guerra, questa volta, ha avuto la meglio anche sul sentimento più forte di tutti. 
Una riflessione che ci accompagna mentre i telefoni si riaccendono e le notizie sul nostro mondo in fiamme tornano a raggiungerci. 

Un mondo di troppi Romeo e Giulietta, da Verona al Medioriente.

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Roméo et Juliet – Musica di Charles Gounod – Libretto di Jules Barbier e Michel Carré – Direttore Daniel Oren – Regia Luca De Fusco – Maestro del Coro Ciro Visco – Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta – Luci Gigi Saccomandi- Video Alessandro Papa – Movimenti coreografici Alessandra Panzavolta – Personaggi e interpreti – Juliette Vannina Santoni (Nino Machaidze I cast) – Roméo Duke Kim (Vittorio Grigolo I Cast) – Frère Laurent Nicolas Courjal – Mercutio Mihai Damian – Stéphano Aya Wakizono – Capulet Christian Senn – Tybalt Valerio Borgioni  Gertrude Géraldine Chauvet – Le Duc de Vérone Nicolas Courjal – Pâris Alejo Álvarez Castillo (Dal progetto “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma) – Benvolio Raffaele Feo – Gregorio Alessio Verna – Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma – Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma nell’ambito di un progetto triennale in collaborazione con il Teatro di Roma – Teatro dell’Opera di Roma dal 28 aprile al 6 maggio 2026

ph © Fabrizio Sansoni


La recensione fa riferimento allo spettacolo del 5 maggio – nelle foto i protagonisti della prima replica del giorno 28 aprile

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