Marco Scollo Lavizzari e la trasmutazione dell’anima attraverso l’amore
Ha la cadenza a tratti del salmo, echi del miglior San Francesco, spunti de Il Cantico dei cantici, profumo alterno di rosa fresca aulentissima e quotidiana disumanità urbana, nel voluto salto costante tra passato e presente, Mani che ti sognano, il libro esordio di Marco Scollo Lavizzari, che ha cesellato nell’impresa le sue parole alchemiche per quindici anni, interminabili e gioiosi insieme. È un opus magnum quello che esce per Lepre Edizioni (sebbene breve) dedicato a ognuno di noi, a quel tu che “… ogni giorno senti il tuo cuore svanire nel cuore del mondo, non esiste un luogo fuori di te, il tuo battito è quello degli altri e questo ti stordisce, sconnette il dolce fluire del pomeriggio, ancora non sai infatti dire Io”. Un’opera di approfondita ricerca e complessa definizione, figlia dichiarata di una “… scrittura narrativa, sorella per quanto possibile della stessa immaginazione evocata dagli Alchimisti nei loro passi oltre l’immediato, per l’adempimento di tutto il visibile”.
La vicenda storica narrata è quella dell’irresistibile amore tra Matilde Calopedio e Gregorio Malatesta, ma anche dell’individuazione di lui, a prescindere dal materialismo paterno e patriarcale, che pure dissipa per cause superiori, Freud e Jung che danzano tra Eros e Thanatos, principio di piacere e principio di realtà, integrazione e uccisione simbolica… “D’altra parte come si può essere padri senza figli o figli senza un padre?” si chiede l’autore, lasciando intuire forse un raggio crepuscolare della propria sfida esistenziale più intima.
“Solo dove regna sovrano il desiderio può essere creato qualcosa …” combatte il protagonista Gregorio, stordito dall’amore per la sua donna, inebriato dai confini vaporosi della sua ricerca, come il matto dei tarocchi, ma riportato minacciosamente a ogni suo passo alla sua provenienza da una famiglia tradizionalmente solida, dove si deve poter camminare a testa alta, orgogliosi e rispettati, grazie alla capacità di cogliere l’essenziale delle cose. Ma al giovane quello sguardo severo, di echi kafkiani, che fa cocci dell’armonia del giorno, continuo “giudizio nato da chissà quale torto subito”, ponte dal pedaggio insopportabile dove questo giullare alla corte di nessuno si congeda dal senso dell’onore che non riconosce, per cercare quella sua voce profonda ove sola poter puntellare il proprio destino, “verità con tutto il suo corteo di sogni, visioni, immagini, intuizioni, segni dal cielo e dalla terra, violente emozioni e vuoti improvvisi”.
Il suo procedere è una ricerca di Graal junghiano incoronato del proprio stesso interrogarsi principiando da se stessi , Opus alchemico iniziatico, oblio erotico, dove tutto diventa occasione di meraviglia e di pietà, cadendo tra le genti, abbandonato inevitabilmente il guscio, quella che diremmo la “comfort zone” odierna, pur ricercando costantemente la raffinatezza del proprio distillato originale poiché “… non c’è cosa, per quanto pura, che non debba essere ulteriormente raffinata, se davvero si vuole svanire in un inestinguibile cono di luce immortale, supini e sfolgoranti di una preghiera esaudita, più bianca delle lenzuola, più rossa di un rubino”.
Il Puer sbeffeggia dunque il Senex dilapidandone il patrimonio in quello che parte del mondo definirebbe “una malintesa pietra filosofale”, che gli restituisce invece il senso del proprio compito, proprio in questa ostinata dissoluzione onorato fino in fondo, un senso di “restaurata libertà a scapito delle parvenze” poiché, platonicamente non siamo che immagini di qualcos’altro di ineffabile, che ci costringe per sua natura a valutare quanto non sappiamo ancora, per diventare proprio quella rosa appassionata che “fiorisce al termine della notte”.
La sarabanda di citazioni che intesse il libro abbraccia Breton, la filosofia rinascimentale, Bulgakhov, Radiguet, Bachelard, Lao Tsu, Meister Eckhart, Margherita Porete, in un costante vortice linguistico di ricostruzioni, riflessioni, dialoghi, epistolari che si interrogano su cosa significhi “falsificare al nucleo” per giungere al traguardo delll’Amare riamati, intesa come trama di tutte le trame.
Solve et coagula! Dunque: ““sciogli ciò che è fisso e fissa ciò che è sciolto””, secondo il tradizionale dettame alchemico, nei passaggi obbligati dell’opera nera, bianca, rossa, dove perfino il ricongiungimento miracoloso di zolfo al padre contestato permette finalmente di sentire all’unisono con il supposto nemico, in realtà trampolino alla ricerca e fa sì che la pietra scartata si trasformi in testata d’angolo. Dietro la classe della elegante cover mistica batte aritmico il cuore di Nostra Sorella Solitudine contemporanea, intesa non come sventura obbligata, ma anche tempo foriero di emozioni e di visioni interiori mirate a spogliarsi di tutto, francescanamente, per percepire infine il mondo stesso come esperienza da perdonare in sé, finanche benedire nella spirale del tempo iniziatico, versus il triste materialismo meccanico imperante, ma questo lo sapevamo già. Molte sono le chiavi con cui l’autore riannoda i fili spaiati della sua stessa infanzia, tra nostalgia, poesia, ricerca, memoria, invitandoci forse ad annodare il nostro personale fagotto sulle spalle, perché non è mai troppo tardi per salire sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto e sporgersi verso l’orizzonte dell’umano esistere, ogni volta, rischiando, un filo appena un po’ più in là.
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Mani che ti sognano di Marco Scollo Lavizzari – La Lepre Edizioni – pp. 168 – Uscita marzo 2026





