di Laura Dotta Rosso

“U picciriddu mia”: siamo in Sicilia, nelle sette isole Eolie, con la musicalità che solo quei luoghi hanno, quel sapore di mare misto a canti popolari, poesie, leggende, la fatica che si coglie dalle mani, dalle rughe del viso, dalla stanchezza della voce. Una lanterna illumina il buio della scena, una donna con un lungo vestito azzurro e un mantello grigio con le maniche, fa capolino da uno sfondo di tessuto blu che richiama il “MARE”. Spettacolo di e con Francesca Pica, andato in scena il 20 novembre all’interno del Festival “Flautissimo verso sud”, organizzato dal Teatro Vascello dal 2 novembre all’11 dicembre.

“U picciriddu mia” le parole scorrono dalla bocca della donna: sta raccontando la nascita del suo bambino, l’incontro con​ l’amore della sua vita, le difficoltà del mestiere di pescatrice. Scopriamo che, in passato, le donne pescavano, coltivavano i campi esattamente come gli uomini. Le isole, quelle che nell’immaginario comune sono arretrate rispetto al resto del mondo, si scoprono essere più progredite dell’Italia del 2019. In un sogno si incontrano due donne e sfogarsi sembra essere la più naturale conseguenza. La donna rema perchè è l’unico modo per portare il pane a casa. Rema quando è incinta, quando ha il figlio piccolo, rema per guardare cosa c’è oltre alle sue isole, oltre quell’unico mondo che conosce, dove non può far nulla da sola, perchè il mare è pericoloso e bisogna affrontarlo in due.

Il corpo di Francesca Pica è capace di mutare, adattarsi ai vari personaggi interpretati: diventa giovane, vecchia, infantile, audace, con il solo movimento delle sue dita rende concrete le scena udite dalla sua bocca. La mano di Francesca si trasforma in un pesce, un attimo prima rappresentava un bambino; il movimento non risulta forzato ma naturale e spontaneo. Attraverso questo testo conosciamo le majare, antiche donne per metà streghe e per metà fate che conoscevano e sapevano manipolare le forze della natura. Si facevano aiutare dal diavolo, dagli angeli, dai santi, per risolvere i problemi delle persone comuni accorse in loro aiuto. Un tappeto di pailettes blu nel proscenio rievoca lo scintillio del mare alla luce del sole, un inatteso gesto finale porta il livello della narrazione ad una visione più ampia e attuale. L’interprete riesce ad analizzare problematiche attuali senza troppi approfondimenti, offrendo alla platea spunti precisi di riflessione. “Non sono le isole che ingabbiano la mente se tu decidi di non farti ingabbiare il cervello”.

Il profumo del finocchio selvatico, gli scogli, le serpi con i capelli, il non poter guardare un uomo per la paura di essere sfrontate. Le isole preparano alla vita e, certi suggerimenti, si possono avere solo dalle “sette isole dove tutto è uguale, ma tutto cambia in continuazione”. Il pubblico apprezza, urla complimenti forse perché, a volte, succede che il teatro sia diverso dalla realtà e che la platea, per quanto attirata dalla pièce non si senta rappresentata, Lipari, Salina, Vulcano, Stromboli, Filicudi, Alicudi, Panarea… Anche se non si è Siciliani fanno parte della nostra storia, delle nostre tradizioni, di quella verità che tutti noi ci siamo sentiti raccontare dai nostri parenti e che sentiamo vicina.

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