Ad aprire il Mithos Troina Festival il 3 luglio all’Anfiteatro della Radura, sarà la prima nazionale di “Chi ha paura del Minotauro? Voci di donne in tempo di guerra”. Intervista al drammaturgo e regista Marco Carniti
Ispirandosi a Guardando le donne, guardando la guerra di Victòria Amelina, Carniti realizza uno spettacolo contro le dittature e contro le guerre, un’opera che non vuole dare risposte ma fare delle domande, interrogarsi su una storia che si ripete, quella di una follia inumana in cui è il potere a decidere il bene e il male.
Chi ha paura del Minotauro? ha come riferimento focale l’opera e la figura di Victòria Amelina scrittrice, attivista e poetessa ucraina morta nel 2023 in seguito a un bombardamento di un ristorante a Kramators’k da parte dell’esercito russo. Come è avvenuto l’incontro con la sua opera: Guardando le donne, guardando la guerra?
In primo luogo, sono stato molto colpito da come è avvenuta la morte di Victòria Amelina. Nel 2023 la scrittrice si siede insieme a cinque amici scrittori ad un tavolo di un ristorante di Kramators’k. Un amico le chiede di scambiarsi di posto, dopo dieci minuti arriva un attacco missilistico nella piazza e ciò che accade è che muore lei e non muore lui. È questa stessa scena a dare inizio allo spettacolo, assieme alla voce dell’amico che riuscì a salvarsi: Héctor Abad. Quest’ultimo scrisse poi un libro a proposito, in cui rifletteva su come per noi sedersi o scambiarsi il posto ad un ristorante, andarsi a lavare le mani il minuto prima o quello dopo può non avere nessun significato. In realtà si è legati come nella tragedia greca al Fato. Ecco, questa fatalità, che in qualche modo ci accomuna tutti, è quello che mi ha portato ad addentrarmi nei racconti del diario postumo di Victòria Amelina, diario in cui lei per prima paragona il nostro momento storico, al mito del Minotauro. Da lì sono partito, da questa domanda: in cosa la nostra epoca è simile a quella del Minotauro? Per poi costruirvi una struttura drammaturgica che da Amelina si collega a Dürrenmatt, da Dürrenmatt ad una poesia di Letizia Russo contro la dittatura, e contro la guerra. Questa drammaturgia è una riflessione sulla guerra attraverso l’esempio dell’Ucraina e attraverso un’analisi filosofica sul potere e su come i grandi miti rispecchino ancora il meccanismo del potere.
Ne “I cretesi” Euripide descrisse il minotauro come «un’ibrida forma e una mostruosa creatura […] una mescolanza di toro e di uomo, di duplice natura.». La sua figura incarna il dualismo incessante tra due forze parimenti presenti nell’animo umano, da un lato la razionalità, dall’altro la carica istintuale, ferina, propria della sfera semantica animale. Cosa rappresenta per lei oggi ritornare ai tempi del Minotauro?
Attraverso questa drammaturgia ho cercato di interrogarmi sulla domanda posta da Victoria Amelina, di chiedermi quale fosse la reale affinità che lega il nostro tempo e quello del Minotauro. Da un lato c’è Minosse, il potente, colui che ha sempre bisogno di un capro espiatorio per difendere il proprio potere, dall’altro vi è il Minotauro, il diverso, rinchiuso dal potere, trasformato dal potente in oggetto di paura. Oggi il Minotauro rappresenta il capro espiatorio che il potere usa per poter difendere sé stesso, il diverso che i potenti identificano con la minaccia. Ad etichettarlo è la sua stessa diversità. Il Minotauro è una creatura del potere, e da esso strumentalizzata per liberarsi la coscienza, sfruttata per innestare e poi diffondere un business della paura, una macchina dell’odio. Agenzie di sicurezza, telegiornali, fabbriche d’armi: senza l’idea di un Minotauro, tutto ciò fallirebbe.
Minosse, il dittatore, è chiunque abbia bisogno di un mostro per mantenere la sua parte di potere, il leader che disobbedisce al dio. E che cos’è il dio se non la Costituzione, il diritto internazionale? Il dittatore disobbedisce e attribuisce la colpa al Minotauro, al mostro che- come afferma Dürrenmatt- di per sé, nasce buono, vive nella sua solitudine pensando di essere amato. Solo quando si rende conto che l’uomo lo vuole uccidere, diventa sospettoso e inizia a odiare.
Verrebbe da pensare ad una frase della stessa Victòria Amelina che in uno dei suoi componimenti scriveva come la nuova realtà della guerra stesse divorando la coerenza della trama. Una realtà abituale, quotidiana, apparentemente salda che di colpo viene rovesciata.
Per questo credo che questo spettacolo sia urgente, necessario. Perché, attraverso questi frammenti di poesie, giornali, diari, restituisce la realtà quotidiana. Ad essere raccontata non è la guerra, né i combattimenti; al contrario, lo sguardo è rivolto al momento prima che tutto accada, quel preciso momento in cui nonostante le avvisaglie di un’imminente apocalisse, il paese ancora appare ancorato ad un sogno di pace. È questo il concetto che più di tutti ci riguarda poiché spinge a domandarsi se l’Europa sia ancora un posto sicuro. Amelina e altri scrittori ci mettono in guardia sulla natura di tale sicurezza, ci allertano sul fatto che siamo in realtà appesi a un filo. Riguardo a tale condizione la scrittrice ucraina rifletteva infatti: “mi sentivo come un insetto. Poteva succedermi di tutto e a nessuno importava niente.”
La questione allora è: cosa conta in tutto questo? Qual è il valore delle cose, degli oggetti, di fronte all’idea che improvvisamente si potrebbe esser costretti a lasciare la propria casa? Ci si chiede: cosa porto via se non tornerò mai più? Cos’è veramente importante? Il ciondolo, il libro, le cose sono piccoli dettagli della nostra vita, e noi siamo fatti di piccoli dettagli, oggetti che custodiamo nel mosaico che è la nostra casa. Anche il poema di Letizia Russo, citato nello spettacolo, fa riferimento a questo, racconta la vicenda di un soldato che, chiamato alla guerra, parla alle sue cose, al suo letto, al suo bagno, e contestualmente lascia tracce di sé stesso, affinché possa ritrovarle al suo ritorno, ricordare l’energia, i gesti, che abitavano la sua vita.
Inscindibile dalla simbologia del Minotauro è il concetto di labirinto. La creatura, infatti, vi era stata fatta rinchiudere, secondo il mito, dal re cretese Minosse che si rivolse a Dedalo per costruirlo. Come si articola, se presente, tale legame nella sua opera? In che modo la guerra può assumere la connotazione di labirinto?
Il labirinto non è un muro di pietra, il labirinto sono le leggi, gli algoritmi, le frontiere. Non è più Creta, è invece ogni luogo in cui un potere forte decide che una vita vale meno di un confine.
Il mito del Minotauro ci ricorda come ad Atene ogni anno venissero raccolti dei giovani, sacrificati per esser dati in pasto al Minotauro; oggi in realtà questi sacrificati non sono quattordici, non sono offerti una volta all’anno, ma ogni giorno. Sono i soldati di leva a Kiev, i civili di Rafah, sono i ragazzi dei barconi di Lampedusa: Minosse li rinchiude nel labirinto, diffonde la voce che sia stato il Minotauro a mangiarli, ma in realtà a farlo è proprio lui.
I sacrificati oggi muoiono di labirinto, di corridoi senza uscita, gli stessi che abbiamo costruito noi, con i trattati sulle armi, gli accordi sul gas, i decreti dei flussi, i tagli alla sanità. Siamo noi a costruire il labirinto attraverso i nostri meccanismi di potere, siamo incredibilmente fragili, vittime di un potere egoista e purtroppo mai illuminato.
Lo spettacolo indica inoltre come ad oggi il 75% della popolazione mondiale si trovi sotto una politica dittatoriale: nella sua assurdità ciò conferma quanto davvero sia importante il valore della libertà., di quanto sia facile perderla. Di come siamo alla fine nelle mani di tanti Minosse, sempre più folli, sempre più assatanati di confini.
Ciò che più teme la dittatura è il pensiero, quando si brucia la cultura si brucia il pensiero, lo si distrugge per rendere il popolo inoffensivo. Il labirinto funziona e si attiva a partire dalla paura, la paura di ciascuno quando è teso a difendere il proprio pezzo di muro. Nel mito il labirinto non ha uscite, nella realtà la via d’uscita esiste, consiste nello smettere di credere che serva un mostro per sentirsi una comunità.
“Voci di donne in tempo di guerra” indica il sottotitolo della sua opera. A quali donne dà voce questo spettacolo? Come si dispiegano le loro presenze e/o esperienze nel corso della narrazione?
Questo testo contiene in sé vari elementi ognuno dei quali contribuisce a raccontare la storia delle donne, che durante la guerra cambiano il loro ruolo per potersi mettere al servizio del loro paese, per documentare quello che accade. A questo proposito la stessa Amelina scrive che “quando una generazione tace, la successiva non ha altra scelta che inventare”. Se noi, infatti, non documentiamo quello che è accaduto, la generazione dopo non ha modo di sapere qual è la verità. Troviamo dunque qui un esercito femminile che porta alla luce la verità dei crimini di guerra, che garantisce la sopravvivenza della memoria che va, in fondo, a dimostrare come la nostra pace sia in realtà estremamente fragile. Si tratta di un esercito di donne che da maestre diventano cecchine, da poetesse diventano autiste di ambulanza, da madri diventano testimoni di processi. Insomma, di archiviste del dolore.
In fondo le donne assumono dei ruoli sempre cruciali durante le apocalissi: mentre l’uomo va e combatte, la donna resta sul posto e costruisce un tessuto di informazioni, di dati, di fotografie, di testimonianze, di interviste, e non solo. Le donne Si prendono la responsabilità di salvare il nucleo centrale del paese, che è la cultura, i suoi autori che verrebbero altrimenti bruciati e dimenticati. Sappiamo infatti come la prima azione spesso compiuta dalle dittature sia quella di bruciare i libri, nel tentativo di cancellare un pensiero. Sono donne che raccontano la loro esperienza, che ci raccontano la verità, che cercano di addentrarsi nel fulcro del vissuto, che si pongono contro la guerra, e lo fanno cercando di mantenere insieme elementi che altrimenti verrebbero sfaldati, dimenticati.





