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L’ontologia della coppia filosofica nella dialettica del gender impermanente

Una sofisticata commedia che sa gemellare  Storia e intimità con originale e rara intelligenza

Charlotte e Theodore dimostra come l’intelligenza e la sensibilità possano, anzi debbano, accompagnarsi brillantemente in un testo che parla di quei sentimenti privi di scadenza, ma anche di contemporaneità. Onore al merito a Giada Prandi, Stefano Switala e DO7 Factory, per aver scelto il testo di un autore da noi quasi sconosciuto, per il quale l’aggettivo “geniale” non è scontato (perché ogni tanto bisognerà pure utilizzarlo non a sproposito) nell’ottima traduzione di Enrico Luttman, che ha sempre meritevolmente coltivato uno sguardo sottile e proficuamente internazionale. 

Fin da subito, nell’originale scomposizione temporale di queste scoppiettanti ‘scene da un matrimonio’, si respira quella meravigliosa qualità anglosassone che consiste nel saper restituire una verità emotiva che chiunque saprebbe riconoscere, attraverso quelle situazioni paradossali delle quali si intesse -ogni giorno di più- il quotidiano di ciascuno, il surreale che pervade la natura stessa della relazione, la paura di rompere gli schemi e l’urgenza di trovarci appartenenza; la scansione delle epoche e degli attimi di un amore e due carriere, racconto sincero e mai banale, raffinato ed elegante come la scarna scena, intrecciato sapientemente con la Storia umana, nelle sue pieghe più attuali e spesso incoscientemente subite e meccanicamente agite. Craig mette in campo dunque l’intelligenza di saper narrare con sottigliezza la vita e le sue inevitabili evoluzioni, vita che, in questo caso, assume le fattezze di una coppia di accademici, esponenti di due parallele vene filosofiche: più classico, greco, platonico forse, nella sua iniziale rigidità Theodore, impetuosa, ironica, selvaggia, progressivamente sempre più ambiziosa, Charlotte. 

Per non spoilerare la trama, che attraversa i dieci anni intercorsi tra il loro incontro e il loro possibile saluto, si potrebbe suggerire lo spessore del testo attraverso le domande che solleva, tra le quali: quanto possono un uomo e una donna sposarsi pur lavorando insieme? È ammissibile che l’ambizione femminile possa superare quella maschile? Cedere qualcosa del proprio potere personale è un atto di amore o una tentazione troppo rischiosa? Capita anche alle donne di trascurare i figli per la carriera? Con quanta sincerità ci si può esprimere sui territori del potere? E via così…

Il testo sviluppa dunque l’amore tra due filosofi, per quanto dialetticamente -appunto- antitetici, seppure avvitati in una spirale di esilaranti paradossi interni: lui marmoreo nella sua vis polemica, lei amazzone, tribale eppure sempre più devota alla diplomazia necessaria alla carriera accademica, tanto per cominciare, seppur senza eguagliare il gelo calcolatore di Julia Roberts nell’ultimo Guadagnino. Si trasformano visibilmente i nostri eroi, nell’arco di una relazione epica e insieme semplice come tante altre, riassunta in un’ora e mezza scarsa, si trasformano ognuno secondo il suo viaggio campbelliano, imprevedibile, sorprendente, mai indolore, come tutti i viaggi che si rispettano. 

Lui, inizialmente schematico e autocompiaciuto impara ad ammorbidirsi, fino al ruolo imprevedibile di mammo, tanto da rischiare di perdere se stesso; lei dapprima goffa e caotica in apparenza, diventa sempre più audace ed affermata, tanto da incarnare vicendevolmente una sorta di antiarchetipo del maschio e della femmina tradizionalmente intesi, questa sì sorprendente narrazione di individualità oltre lo stereotipo codificato. Negli snodi più duri è anche la succitata intelligenza a salvarli, la capacità di mettersi in discussione, smussare gli angoli, affrontare -con il loro comune talento superiore- le banalità del mondo, venirsi incontro per mantenere viva quella architettura difficile che è la coppia, peraltro con due figli altrettanto inevitabilmente non banali, in un processo che però, man mano, diventa sempre più simile a una lama che rasenta l’osso, il nucleo duro, il sasso contro il vetro, il coltello che scava l’essenza irriducibile e forse inconciliabile che solo il confronto serrato con l’altro, l’altra può rendere visibile per precipitare alla resa dei conti -ciascuno con se stesso e poi verso il partner scelto.

Eppure, malgrado lo spessore intellettuale non comune, si raccontano un uomo e una donna in costante rimessa in discussione, scomodi, umani, onestamente applicati a trasmettere il cambiamento stesso che a tratti li travolge. Dalla forma alla sostanza quasi antipatica, un po’ misiogina, non prova di arroganza Theodore; dalla furia tribale, disordinata di un’autenticità quasi geneticamente ostinata al machiavellismo necessario che conduce alla semi abdicazione del ruolo di madre per dedicarsi alle politiche del mondo Charlotte.

Proprio il loro lavoro, l’insegnamento, la ricerca, il confronto intellettuale, permettono scorribande costanti dentro e sul linguaggio stesso, le sue pieghe nascoste, il suo snodarsi nelle correnti di pensiero, rivolgendosi alle mode, alle circostanze, alle giravolte del pensiero articolato dal potere stesso come dalle imperanti convenzioni, le sue semplificazioni costanti, che narrano nello specifico tutti i falsi schermi di progresso che, per diffondere idee di parità e inclusione incasellano invece in schemi asfissianti da teatro dell’assurdo. 

Il gender, i trans, la cancel culture, la disabilità, l’obesità, fanno da sfondo alla girandola di contemporanee ossessioni, dei loro costanti eccessi, della applicazione letterale che diventa stupidità pura, strumentalizzazione, abitudine e nevrosi, conformismo progressista… nel Regno Unito come qui. 

Quella fissazione quasi psicotica sulla differenza che diventa -per la legge dell’enantiodromia che vede anche per Jung avverarsi proprio ciò che più si teme- negazione dell’unica stessa differenza possibile, ovvero la beata individualità, così ineliminabile e così insieme difficile da conquistare nel percorso che pretenderebbe, forse per sua natura, l’anima stessa nella sua chiamata. Solo che noi fatichiamo a vederlo, descriverlo, narrarlo, valorizzarne anche l’attrazione commerciale, perché troppo impegnati a distillare da ogni contesto umano luoghi comuni e ipersemplificazioni, pensando siano rassicuranti, quando creano invece solo conformismo perpetuo, mediocrità eretta a sistema (ancora più grave quando è il presupposto progressismo a renderla tavole della legge) covi di repressione e contagiosi naufragi dello sguardo.  Intelligenza dunque quasi sempre eroicamente autoprodotta, che la convenzione più facilmente attrae finanziamenti e la via di mezzo non è semplice da identificare. 

Prezioso e lodato dunque sia chi sfida questo cumulo di pregiudizi e disabitudini, che alla prima del 3 marzo, presso il Cometa Off di Roma, si è ripetutamente riso a scena aperta. Incantevoli e precisi Giada Prandi e Salvatore Palombi, sapientemente vestiti in cambi rapidi e appropriati di abiti da Michela Marino, diretti nelle torsioni ironiche, sorprendenti e tristi che la loro relazione impone, da un Massimiliano Farau delicato e attento. Notevoli le musiche appositamente composte da Stefano Switala, con la protagonista femminile coraggioso produttore. 

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Charlotte e Theodore di Ryan Craig – Regia: Massimiliano Farau – Con: Giada Prandi Salvatore Palombi – Traduzione: Enrico Luttman – Musiche originali: Stefano Switala – Costumi Michela Marino – Produzione: DO7 Factory – Cometa Off dal 3 all’8 marzo 2026

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