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“Lontano nel Tempo”: storia di un uomo in cerca d’amore

Un viaggio teatrale tra musica, memoria e mistero sulla scomparsa di Luigi Tenco al Festival di Sanremo del 1967.

di Elisa Fantinel

Lontano nel Tempo, andato in scena al Teatro Tordinona, inizia già al botteghino: al pubblico viene chiesto di votare le canzoni in gara al Festival di Sanremo del 1967, stilando una personale classifica delle prime tre preferite. Un piccolo gioco che introduce subito gli spettatori nell’atmosfera di quell’edizione destinata a restare nella storia.

Entrati in sala, lo spettacolo prende forma come una conversazione informale tra Renato Giordano – autore, regista e interprete – e il pubblico. Giordano racconta la genesi del progetto: all’inizio degli anni Novanta un caro amico gli confidò una versione sulla morte di Luigi Tenco molto diversa da quella ufficiale, una versione che negli anni avrebbe trovato nuove ombre e interrogativi. Da quel momento nacque il desiderio di indagare e raccontare quella storia attraverso il linguaggio teatrale.

Su uno schermo in fondo alla scena scorrono gli articoli usciti sulla stampa dopo il debutto al Festival: molti giornalisti reagirono con indignazione all’ipotesi che la morte del cantautore non fosse un suicidio, ma un possibile omicidio.

La serata del 6 marzo 2026 ha avuto anche un ospite speciale: Johnny Charlton, chitarrista dei The Rokes, presenti proprio a Sanremo nel 1967 con Bisogna saper perdere. Invitato sul palco, Charlton ha condiviso alcuni aneddoti curiosi di quell’edizione. Tra questi, quello di Lucio Dalla che, dimenticati i pantaloni a casa, salì sul palco dell’Ariston con un paio di jeans neri prestati dallo stesso Tenco, arrotolati sulle caviglie per via della differenza di statura.

Dopo questa introduzione conviviale, lo spettacolo entra nel vivo. Renato Giordano interpreta l’amico che gli raccontò quella storia, dialogando con il musicista Vito Caporale, qui nei panni di un fotografo di cronaca nera: colui che scattò la prima fotografia al corpo senza vita di Tenco nella stanza dell’Hotel Savoy di Sanremo.

Il confronto tra i due è intervallato da momenti musicali dal vivo: Caporale alla tastiera e voce e la cantante Piera D’Isanto, che arricchiscono il racconto con un tessuto sonoro intenso e suggestivo.

Quando Luigi Tenco fu trovato morto nella sua stanza d’albergo, la versione ufficiale parlò di suicidio. Lontano nel Tempo propone invece l’ipotesi di un omicidio, rimasto nell’ombra a causa di possibili depistaggi e errori nelle indagini.

Al di là del giallo investigativo, ciò che colpisce maggiormente dello spettacolo è il ritratto umano del cantautore. Emergono dettagli intimi del suo carattere malinconico e sensibile. Quando gli amici gli facevano notare, con una certa invidia, quanto fosse fortunato ad avere accanto una donna come Dalida, Tenco rispondeva pensieroso: «Sì, avete ragione… ma io voglio gli amici».

Si racconta anche che l’ultimo verso di Ciao amore, ciao – “un bel giorno dire basta e andare via” – venne scritto su una tovaglia di carta in una pizzeria, quasi un presagio. E nei giorni precedenti alla morte, confidò di temere per la propria vita: disse di avere paura di essere ucciso, dopo che qualcuno aveva tentato più volte di farlo uscire di strada con l’auto.

«Si esiste solo se c’è qualcuno che pensa a te, sia come uomo che come artista», disse un giorno all’amico.

Nel proporre una possibile rilettura della sua morte, Renato Giordano costruisce soprattutto un ritratto delicato e struggente di Luigi Tenco: un artista fragile e profondamente sensibile, un uomo che cercava amore e comprensione.

Un cantautore che l’Italia, ancora oggi, non riesce a dimenticare.

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Lontani nel tempo – Scritto e diretto da Renato Giordano – Con Vito Caporale, Renato Giordano, Piera D’Isanto – Teatro Tor di Nona dal 5 all’8 marzo

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