di Edoardo Vezzi

 

Il consueto appuntamento estivo con la rassegna Dominio Pubblico si è chiusa il 4 luglio con lo spettacolo “La foresta”. Allo Spazio Rossellini la voce dei giovani si è espressa nei giorni precedenti con spettacoli, performance ed eventi musicali. Una veste nuova e diversa per un trasloco causato dalla sospensione delle attività previste negli spazi del Teatro di Roma. Gli eventi, infatti, avrebbero dovuto avere casa al Teatro India, la cui atmosfera avrebbe accolto e accompagnato gli spettatori lungo un viaggio teatrale di nove giorni. Grazie al lavoro degli organizzatori è stato possibile proporre comunque l’intero programma, anche se in una location meno coinvolgente ed elegante.

“La foresta”, messo in scena grazie all’incontro di due compagnie, I Pesci e Ortika, è una delirante performance in cui i due protagonisti (Alice Conti e Fiorenzo Madonna) si ritrovano completamente travolti dalla “Festa”, un luogo quasi onirico che li estranea dalla realtà, che li aliena dalla vita civile e nel suo caos li appaga. I due, però, si allontanano nella foresta in cerca di un’ultima dose e nell’attesa infinita si sviluppa il loro estremo rapporto.

Nel loro mondo turbolento la società non esiste, si sono tagliati fuori dalla normalità e sono liberi da ogni etichettatura, non rendendosi conto di essere schiavi della loro stessa condizione. Si ritrovano a parlare, anzi ad urlare, creando un nuovo spazio vitale in cui riconoscersi, ma il senso si perde e quello che mettono in mostra è un’autentica follia.

Quello che non è chiaro è se questa follia sia lucida o meno. Non si capisce se il delirante dialogo possa portare loro a una condizione migliore o a trascinarli ancora di più nell’oblio delle loro dipendenze. Ballano come impossessati, poi si fermano e parlano di Dio, cadono a terra stremati, si rialzano e ballano ancora. Sono liberi davvero come credono di essere o sono bloccati in un’allucinazione senza fine? Basta farsi delle domande per capire di non essere fatti per questo mondo? O se le risposte sono tutt’altro che lucide si ricade nella stessa disgrazia di chi ci vive e non si rende conto?

Cercano incessantemente uno stato di estasi che non potranno raggiungere o che, una volta raggiunto, non potranno comunque mantenere. Vogliono scappare dalla realtà attraverso le droghe, o le droghe sono la raffigurazione stessa della nostra realtà?Forse non si può scappare. Alla fine, questa continua evasione non porta a nulla e allora non resta che rassegnarsi. Possono solo aspettare, tra gli alberi incombenti della foresta, che qualcosa accada, che qualcuno li salvi. Ma probabilmente non c’è nessuno.

Mario De Masi dirige uno spettacolo ambiguo. I due attori navigano in un mare complesso da domare. La pazzia è un sentimento (ma non è un sentimento) complicato da trasmettere e inscenare. Da una prova eccelsa si può cadere in un banale susseguirsi di risate, grida e movimenti troppo esagerati o poco credibili. In questo caso la loro condizione è coinvolgente, interessante, anche se talvolta sembra, appunto, un po’ sopra le righe. Tra battute ironiche, altre invecchiate male (Dio che è un personaggio di fantasia – come le battute sulla Bibbia che è un fantasy eccetera eccetera – possono essere anche superate), riflessioni esistenziali, monologhi onirici, si assiste ad un ritorno al tema dell’evasione. Quello che non si coglie è se ci siano stati più spunti realmente interessanti o più quelli prettamente deliranti.

I giovani sono già esausti e per accettare il loro posto devono avere coscienza di chi sono oppure perdersi in un mondo incontrollabile. Torna alla mente il monologo iniziale di “Trainspotting” ma si arriva a chiudere con David Bowie e un pensiero al romanzo “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Per necessità, per difficoltà di accettare sé stessi in questo mondo, si cerca di allontanarsi, per poi rimanere ancora più incastrati.

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