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Irving Penn a Roma: la fotografia come forma di eleganza senza tempo

I Capolavori dalla collezione della Maison Européenne de la Photographies di Parigi

Dal 30 gennaio al 29 giugno 2026 nelle sale del nuovo Centro della Fotografia di Roma, aperto recentemente nella zona Testaccio presso l’Ex-Mattatoio, sono visibili gli scatti di un maestro della fotografia del Novecento, lo statunitense Irving Penn, realizzati tra il 1939 e il 2007, provenienti dalla Maison Européenne de la Photographie di Parigi e ricollocati sotto la supervisione curatoriale di Alessandra Mauro, Pascal Hoël Frédérique Dolivet. Le fotografie raffinate riprendono il vivere di individui comuni alle prese con la quotidianità o di nomi illustri intenti a fermarsi un istante e pensare al proprio modo di abitare un posto nel mondo, rimanendo vive nell’immaginario di chi ama il fascino e il buon gusto. Una delle principali tecniche sperimentate da Penn nel suo studio di New York o nei suoi viaggi in giro per l’Europa è la stampa al platino, che gli permetteva di concentrarsi sul monocromatico. Il bianco e il nero ci restituiscono una marcata linearità dei primi piani, aiutandoci a fare un salto indietro nel tempo per rivivere le tappe della sua fotografia classica e minimale.

Le serie iniziali riguardano i Primi lavori (1939-1947), cioè le fotografie realizzate a New York, nel sud degli Stati Uniti, in Messico, in Europa e in Italia, dove Penn, da autista volontario di ambulanze dell’esercito americano, prendeva in mano la macchina fotografica per inquadrare i momenti travagliati del dopo-guerra. Poi si spostò in Perù e in Nepal, in Camerun in Nuova Guinea per ritrarre gli indigeni immersi nell’aria aperta. E ancora, si dedicò ai Nudi femminili (1949-1967), che contrastavano con le pagine delle riviste dell’epoca in cui le modelle erano magre e poco espressive, rivisitando i canoni della fisicità femminile con curve morbide, attraenti e mai volgari. Still Life (1949 –2007) riguarda invece dei frammenti di natura morta e degli utensili che richiamano la naturalezza, un elemento ricorrente nel materiale espositivo dell’artista, istintivamente sembra volerci ricordare di non dimenticarci di esporci senza filtri.

Spiccano per il forte rilievo sullo sfondo nella messa a fuoco le sezioni sui Viaggi (1948-1971), sulla Moda(1949-2007) e sui Ritratti (1947-1996). Per attraversare la sezione riservata ai viaggi effettuati in California, è necessario spogliarsi della vergogna, la vergogna che si potrebbe provare nel guardare ad altri corpi, scaturita dal confronto con le idee perfezionistiche dei nostri giorni sull’apparenza fisica, insicurezze che nel 1967 non avevano davanti l’obiettivo i corpi nudi, privi di abiti e di insicurezze, della compagnia di ballo del Dancers’ Workshop di San Francisco, disinvolti e padroni del movimento.

Le gestualità dei ballerini e delle ballerine, esplorate in primis dalla danzatrice Anna Halprin, vanno a sfiorarsi intensamente, rimanendo impresse nella mente dei visitatori, che si sentono osservati e osservano le figure per cogliere i desideri, le fragilità e le personalità, rendendosi conto che i diretti interessati degli scatti stanno facendo esattamente lo stesso tra di loro ma toccandosi, abbracciandosi, contorcendosi, dunque ci si accorge che è questo che appaga la vista: il contatto umano che genera sinergia.

Nelle pose plastiche le donne e gli uomini si fondono così intensamente da rendere l’unione di anime un avvincente gioco di parti in cui l’unica regola é lasciarsi guidare dal dare e dal ricevere, dare amore e ricevere protezione, ricevere attenzioni e dare sostegno. Non c’è nient’altro in mezzo a loro, solo il vuoto riempito dalla forza delle connessioni, pelli che sembrano voler entrare dentro quelle degli altri.
I protagonisti delle scene si moltiplicano e dall’io in relazione con l’alterità nasce un “noi”, una relazione che va coltivata come i fiori, dandogli l’acqua per resistere alle intemperie, la paura di mostrarsi imperfetti infatti non trova spazio per insediarsi nelle fotografie, essendo stata travolta dalla potenza dei legami fisici e interiori.

A rindossare i vestiti, adesso illuminati dai colori dei tessuti pregiati di Haute couture, sono le modelle rappresentate nella sezione sulla Moda e sulla bellezza, fotografie realizzate da Penn per Vogue dagli anni 40 in poi, prevalentemente a Parigi. Qui, prevale la cifra elegante e ricca di dettagli ambiziosi di capi d’abbigliamento e accessori scelti per simboleggiare frivolezza, ma non superficialità, di coloro che attraverso il vestire si sentono liberi: lo vediamo negli scatti alla modella Caroline Trentini in Chanel.
I lineamenti della donna, volutamente nascosti, la rendono misteriosa nell’identità e indistinguibile nell’esteriorità esuberante. Tali fotografie a colori risaltano nel campo visivo, riempiendo di sfumature lo spazio circostante e la piacevole sensazione di stupore che ci pervade si trasforma in meraviglia.

La favola si confonde con la realtà, la modella acquisisce le sembianze di una creatura eterea, ricoperta da paillettes e da piume di un chiarissimo azzurro che le regalano un’aura leggera e potente allo stesso tempo, è delicata nel guardare in lontananza, verso gli orizzonti sconfinati delle possibilità che dobbiamo concederci per riuscire a incontrare la felicità, e imponente nel rivelare silenziosamente che un pizzico di pura follia, in questo caso nel vestire, é essenziale per sentirsi realizzate. Sentirsi realizzate tramite il sé che diviene arte e trasmette coraggio, altro non è che un pretesto per dire chi siamo, e continuare a farlo anche dopo di lei.

Successivamente si rispengono le sfumature delle stampe fotografiche, ci si addentra in un’atmosfera meno appariscente e più spoglia, grazie ai Ritratti sempre realizzati per la rivista Vogue. Penn chiese ad alcuni esponenti della storia culturale del Novecento di mettersi in posizioni scomode per far sì che si sentissero propensi a tirar fuori una parte intima, magari sconosciuta ai più, mostrando che per brillare di luce propria, negli scatti fotografici e nella vita, è fondamentale conoscersi nel profondo. Marcel Duchamp viene fotografato con un sigaro in bocca che gli da un’aria rigida, si trova in piedi situato fra delle mura che vanno a stringersi intorno a lui, circondandolo e facendolo sentire probabilmente in gabbia.

Le mura potrebbero essere la metafora dell’arte del XX secolo che per certi versi lo limitava, tanto da fargli venire voglia di rivisitarla, proponendo un nuovo stile, il ready made, ovvero la decontestualizzazione di oggetti semplici dal reale trasposti in opere d’arte. Duchamp ha saputo muoversi liberamente nelle strade della creatività artistica rispetto a ciò che concerne un pennello e una tela. Viene considerato il precursore dell’arte concettuale, in cui il significato è più importante della bellezza dell’opera stessa. Eppure, viene fotografato da Irving Penn, che al contrario ricercava precisione e senso estetico estremo in ogni lavoro attribuendo a questo il valore da consegnare agli occhi esterni. Due visioni artistiche diverse quelle di Duchamp e di Penn che chiudono un viaggio, stavolta volto alla scoperta della nostra personale sensibilità.

 


Nella mostra le arti dialogano all’unisono, dimostrando che la fotografia è in grado di racchiudere al suo interno altre prospettive da cui prendere ispirazione o le distanze, sentirci rappresentati o incompresi, e per le anime in cerca dell’armonia visiva accompagnata dal pensiero interiore Irving Penn PHOTOGRAPHS 1939 – 2007 – Capolavori dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie, Parigi è una testimonianza di spessore.

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