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“Into the Black”: un noir fatto di amore, colpa e menzogna

Ritmo serrato e una scena carica di tensione per l’opera di Antonello Toti, diretta da Christian Angeli, al Tor di Nona

È tornato in scena, dal 12 al 15 marzo scorso in Sala Strasberg del Teatro Tor di Nona, Into the Black, testo di Antonello Toti con la regia di Christian Angeli. Una ripresa che rinnova parzialmente il cast, accogliendo Andrea Lami nel ruolo maschile e confermando Alessia Filiberti, e che restituisce al pubblico un lavoro stratificato, cupo, capace di insinuarsi lentamente nella percezione dello spettatore.

Into the black – Alessia Filiberti, Andrea Lami

La pièce si configura fin dalle prime battute come un dichiarato omaggio al noir americano degli anni Quaranta, evocandone atmosfere dense, disilluse, quasi soffocanti. Le luci scolpiscono lo spazio in tagli netti, creando ambienti chiusi, a tratti claustrofobici, dove i personaggi sembrano intrappolati prima ancora che dalla vicenda, da sé stessi. In questo universo si muove una figura centrale che richiama l’archetipo dell’anti-eroe, n questo caso dell’anti-eroina: disincantata, isolata, segnata da una realtà che non concede redenzione. Intorno a lei si sviluppa una trama fatta di inganni e tensioni, dove il desiderio e il tradimento si intrecciano, e la presenza di una femminilità ambigua e magnetica richiama chiaramente la figura della femme fatale. Anche la costruzione narrativa, spezzata, introspettiva, sembra dialogare con la tradizione hard-boiled, rielaborandola in chiave teatrale.

All’interno di questo impianto si inserisce la vicenda di Alessia – omonima dell’interprete femminile –   donna determinata e fragile al tempo stesso, che agisce spinta da un amore assoluto, quasi ossessivo. Il suo obiettivo è salvare l’uomo che ama da una fine già scritta, e per farlo si immerge in un’indagine che è insieme ricerca di verità e discesa personale. È l’amore, dichiarato e ribadito più volte – “per amore si fanno le più grandi follie” –   il motore di ogni azione. Un amore che qui assume i contorni dell’urgenza, della follia lucida, della resa totale.

La struttura narrativa prende avvio da un delitto – quello di Molly, la femme fatale – secondo i codici del genere, ma presto si allontana da una progressione lineare per trasformarsi in un percorso frammentato, fatto di deviazioni, ritorni e slittamenti. Il ritmo è sostenuto, a tratti incalzante, e i dialoghi – volutamente spezzati, talvolta stranianti – contribuiscono a costruire un clima di instabilità che coinvolge e , forse, confonde il pubblico che ha gremito la sala del teatro; gli spettatori sono chiamati a orientarsi in una trama che non offre certezze immediate, non ci sono appigli sicuri ma solo traiettorie spezzate, non lineari.

L’impianto scenico, essenziale ma significativo, accompagna questa costruzione. Le scatole di cartone disposte sulle pareti evocano un passato in disordine, mentre i quattro cubi neri sul palco, segnati da una “M” rossa, introducono un elemento simbolico che trova progressivamente senso nel corso dello spettacolo, cinque dei sette personaggi portati in scena, hanno le loro iniziali del nome con la “M”. Le luci, più che illuminare, interrogano lo spazio, trasformandolo in una geografia emotiva.

In questo contesto si muovono i due interpreti, impegnati in un continuo gioco di trasformazioni. È qui che emerge la prova attoriale di Andrea Lami, chiamato a incarnare cinque personaggi distinti. La sua interpretazione è precisa e controllata: ogni figura è costruita attraverso variazioni riconoscibili di voce, postura e ritmo. Il passaggio da un’identità all’altra è fluido e contribuisce a mantenere saldo il filo della narrazione. Ben riuscita è la resa di Mister M, personaggio complesso, sospeso tra brutalità e umanità, restituito attraverso un uso consapevole dello spazio scenico e della presenza fisica.

Forse meno efficace la prova di Alessia Filiberti, ma solo nel doppio ruolo – quello di Alessia e quello di Molly – che richiederebbe una netta distinzione. Pur mostrando intensità e partecipazione nei passaggi interpretativi che la vedono protagonista solo come Alessia, l’attrice non sempre riesce a delineare un confine chiaro invece tra le due identità di Alessia e Molly: la modulazione vocale resta talvolta uniforme e fatica a creare una reale discontinuità. Il risultato è una certa sfumatura che, invece di amplificare il mistero, tende in alcuni momenti a ridurne l’efficacia.

Uno dei passaggi più incisivi è quello della reclusione di Alessia nella casa di Mister M: qui la tensione si fa più concreta, le dinamiche relazionali emergono con maggiore chiarezza e il pubblico riesce a riconoscere traiettorie emotive più definite. È in questa parte che lo spettacolo trova una delle sue espressioni più efficaci, grazie anche alla capacità di Lami di costruire un personaggio che oscilla tra durezza e fragilità.

Into the black – Alessia Filiberti, Andrea Lami

La regia di Christian Angeli si mantiene coerente e rigorosa lungo tutto il percorso. Non ci sono concessioni al superfluo: ogni elemento è funzionale alla costruzione della tensione. I silenzi diventano parte integrante del linguaggio scenico, mentre le accelerazioni del testo arrivano improvvise, senza preavviso, trascinando lo spettatore in un flusso continuo. Into the Black può sicuramente essere annoverato tra i noir teatrali che privilegiano l’atmosfera e l’indagine interiore rispetto alla linearità narrativa.

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Into the Black – di Antonello Toti, regia di Christian Angeli, con Alessia Filiberti e Andrea Lami, voce fuori campo Enrico Catani, Teatro Tor di Nona dal 12 al 15 marzo 2026

Foto ©Grazia Menna

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