di Claudio Riccardi

 

Certe parole solitamente si evita di pronunciarle. Sono impopolari, perché evocano immagini e pensieri di angoscia, dolore, terrore. Come in ogni libro aperto, l’arte ne è strumento di espressione diretto, eloquente, provocatorio.

La mostra “Inferno”,  alle Scuderie del Quirinale fino a oggi, è un’esperienza che scuote. Ci ha preso in pieno il curatore Jean Clair, e non è certamente un caso. Storico dell’arte e intellettuale di caratura mondiale, protagonista del progetto Centre Pompidou, per anni lo ricordiamo alla guida del Musée Picasso di Parigi. Ha poi diretto la Biennale di Venezia nell’anno del Centenario ed è stato autore di altre retrospettive di grande successo.

Agganciandosi alla ricorrenza dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, Jean Clair ha dato forma e racconto a “Inferno”.  Una prima volta assoluta su questo tema: la presenza nella storia dell’arte e nel pensiero del concetto di inferno e dannazione, dal Medioevo ai nostri giorni.

Più di duecento opere d’arte concesse in prestito da grandi musei, raccolte pubbliche e prestigiose collezioni private provenienti, oltre che dall’Italia e dal Vaticano, da Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Bulgaria.

Lungo e di prestigio l’elenco delle firme: Beato Angelico, Botticelli, Bosch, Bruegel, Goya, Manet, Delacroix, Rodin, Cezanne, von Stuck, Balla, Dix, Taslitzky, Richter, Kiefer.

I versi e le rappresentazioni della Divina Commedia sono il trait d’union di un percorso che, articolato su 2 piani, ha le stimmate di un girone dantesco. Oltre la morte, cosa? Luoghi terrificanti, visioni laceranti di mondi oscuri e bruti, così sono stati rappresentati dagli artisti di tutte le epoche: dalle bocche e dagli scheletri medievali si passa ai diavoli rinascimentali e barocchi, per lasciare poi il posto ai tormenti romantici e alle crude interpretazioni del Novecento. Inferno che viene dapprima raffigurato mondo lontano, buco nero di espiazione e punizione definitiva per gli umani peccatori. Poi però improvvisamente risale in superficie e si fa Inferno in terra: la follia, il lavoro alienante nato dalla rivoluzione industriale, la guerra, l’olocausto, la prevaricazione. Sensazione di immortalità terrena suggerita dal benessere. Cieca deviazione dell’individualismo.
Da spettatori ci si sente accusati, e anche un po’ colpevoli. Com’è possibile arrivare a cotanta bestialità, ci si chiede. Ecco che puntuali compaiono in una teca le bozze di “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

Jean Clair lancia però una fune. Oltrepassato il culmine del Male una salvezza forse ci può essere.
E arriva volgendo gli occhi al cielo. La mostra si chiude nell’ultima stanza con illustrazioni degli astri, la Via Lattea e citazioni di speranza. Da Dante a Leopardi, alle “Città invisibili” di Calvino.

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