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La parola come atto di resistenza e libertà.

l Prigioniero: tra avventura, desiderio e potere, Amenábar riscopre il mito di Cervantes e il valore universale del racconto.

Alejandro Amenabàr torna al cinema storico dopo aver esplorato l’Antico Egitto con il deludente Agora e la Spagna Franchista con il più apprezzato Lettera a Franco. Stavolta sceglie la Algeri ottomana di metà Cinquecento e sceglie come protagonista il leggendario scrittore del Don Chiscotte.

Il regista cileno naturalizzato spagnolo è tra i cineasti iberici più apprezzati in patria, in Europa ed oltreoceano, non a caso ogni suo film, all’uscita in sala, suscita sempre notevole interesse e attenzione. Ciò è il risultato di una filmografia che vanta opere come Apri gli occhi (1997), campione di incassi a Madrid e da cui hanno tratto un remake americano di successo (Vanilla Sky), il thriller orrorifico The Others (2001) con Nicole Kidman e Mare Dentro (2004) con cui vinse l’Oscar per il miglior film straniero.

Il prigioniero di cui racconta il film è un giovane di nome Miguel de Cervantes, reduce dalla battaglia di Lepanto e futuro scrittore di quello che diventerà uno dei romanzi più popolari e letti al mondo, Don Chisciotte della Mancia. Il letterato viene fatto prigioniero ad Algeri nel 1575 dai Mori. Gli uomini in cattività sono tenuti in ostaggio nel palazzo del potente Bey di Algeri, Hasan Pascià, un veneziano convertitosi all’Islam.

Miguel è assalito da un fuoco dentro, una passione travolgente che riesce a dare un senso alle sofferenti e interminabili giornate di prigionia: l’arte di raccontare storie. Grazie alla propria straordinaria dote di affabulatore e narratore offre così conforto e svago agli altri prigionieri spagnoli. I racconti di Cervantes ammaliano e stregano chiunque tanto da catturare l’interesse dello stesso Bey che impone al giovane letterato di raccontargli le sue storie a corte.

Nasce così un rapporto ambiguo e conflittuale tra i due personaggi che gioca sul filo della tensione tra attrazione e dominio, interesse e calcolo, giungendo ad ammiccare al melodramma storico sostenuto sempre da un’elevata carica erotica. Il regista è abile nel saper declinare la relazione in modo autentico e sfaccettato, evitando di cadere nel retorico ed ormai inflazionato cliché del legame tra prigioniero e carcerario. Attorno a loro si stagliano figure secondarie che contribuiscono a rendere la prigionia un microcosmo sociale eterogeneo e credibile. Il Prigioniero non sacrifica i momenti d’avventura e d’azione che restituiscono alla narrazione ritmo e vivacità, alternandosi alle sequenze più riflessive in cui l’opera si prende il suo giusto tempo. 

La figura di Cervantes sembra alludere alla bella e affascinante Shahrazad di Le mille e una notte che per sfuggire ad una morte certa per mano del re persiano Shahriyat, che uccide sistematicamente le sue spose al termine della prima notte di nozze, decide di raccontare ogni sera una storia al sovrano, rimandando il finale alla notte seguente. Il potere incantatorio e seduttivo dei racconti della donna, come quelli di Cervantes, riescono a conquistare e incantare l’arido cuore del sultano, trasformando il carnefice in ascoltatore. Ciò che più di ogni altro aspetto risuona oggi come saggio monito del capolavoro arabo è l’insegnamento secondo cui “per vivere bisogna raccontare”. Ed è proprio da questo principio che il regista spagnolo prende le mosse. Il Prigioniero è difatti prima di tutto un film sulla forza creativa dell’immaginazione e del racconto. Tra il film e l’opera letteraria medio-orientale si rilevano anche delle similitudini sul piano della struttura narrativa: l’espediente di Shahrazad da cui si dipanano i più di mille racconti intrecciati fra loro in una concatenazione labirintica sempre in bilico tra realtà e finzione, sembra essere stato per il regista di The Others una preziosa fonte d’ispirazione. (oltre ad aver attinto dalla stessa ambientazione e immaginario)

Il film, come si può già dedurre dalla sinossi, si allontana completamente dal classico biopic che segue cronologicamente gli eventi del personaggio storico e preferisce invece concentrare la trama, volutamente romanzata, in un determinato momento della sua vita. Amenabàr sceglie infatti di raccontare non tanto la nascita dello scrittore, quanto di un giovane uomo che fa della propria parola l’arma più potente per garantire a sé stesso e agli altri la libertà. 

La regia di Amenbar è ben curata e la ricostruzione di Algeri sotto il dominio musulmano svela un mondo ai nostri occhi lontano e soltanto vagheggiato attraverso miti e leggende, che però non perde la propria necessaria credibilità e scongiura il pericolo di venir filmata a mo’ di cartolina pubblicitaria, anche grazie ad una fotografia sobria ed elegante. 

L’unico vero limite del film si riscontra proprio nel suo protagonista: il giovanissimo Julio Pena, diventato noto al grande pubblico per il ruolo di Ares Hidalgo nella fortunata trilogia teen Dalla mia finestra, paga l’inesperienza nel dover sostenere un personaggio così complesso e articolato non riuscendo a imprimere l’adeguata intensità e il sufficiente tormento.  D’altro canto, invece il Bey è interpretato da un minaccioso e allo stesso tempo affascinante Alessandro Borghi che regala una prova attoriale d’altissimo livello, in molte scene ai danni dello stesso Pena che si vede sovrastare dall’attore italiano.

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Il prigioniero – Regia: Alejandro Amenábar – Sceneggiatura: Alejandro Amenábar e Alejandro Hernández Con: Julio Peña, Alessandro Borghi, Miguel Rellán, Fernando Tejero, Luis Callejo, José Manuel Poga, Roberto Álam – Scenografia: Juan Pedro De Gaspar – Costumi: Nicoletta Taranta – Musica: Alejandro Amenábar – Montaggio: Carolina Martínez Urbina – Fotografia: Alex Catalán – Produzione: Mod Producciones, Himenóptero, Misent Producciones, Propaganda Italia, Rai Cinema, Netflix, RTVE, con il sostegno di ICAA, Generalitat Valenciana, Regione Lazio, Eurimages – Uscita nelle sale 10 giugno 2026

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