Dalla quotidianità, al disegno, all’aura professionale, ecco l’intervista a Giacomo e Gianfrancesco Lazotti.
Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano, ha lasciato un’eredità viva, fatta di ossessione per il vero, curiosità per l’umano e una rara capacità di saperlo rappresentare sul grande schermo. A raccontarlo, in una conversazione intima e ricca di aneddoti, sono suo nipote Giacomo Lazotti e suo genero Gianfrancesco Lazotti, regista, che del maestro ha imparato il mestiere senza quasi accorgersene, per poi ritrovarselo dentro, con gli anni.
Ai nostri microfoni abbiamo avuto il piacere di ascoltare ricordi di quotidiana familiarità, curiosità e riflessioni sull’eredità artistica, sul cinema di ieri e di oggi, su cosa resti della grande scuola italiana dagli anni Sessanta agli Ottanta.
“Mi ha insegnato il mestiere”, racconta Gianfrancesco.“Non me ne sono accorto subito. Con il tempo ho capito che certi insegnamenti, non solo pratici, tecnici, certi personaggi che Scola ha creato mi hanno accompagnato per tutta la vita”. Una riconoscenza profonda per il maestro, che nel privato non aveva nulla della star: “Ettore non aveva assolutamente la postura e il comportamento della grande star. Era un uomo talmente quotidiano e accessibile. Non c’era un’aura o un perimetro che non si poteva valicare”.
Professionalmente, invece, il suo spessore emergeva eccome: “Lavorativamente parlando fu un’altra cosa. Già da giovane mi rendevo conto di un calibro speciale. Vedevo star internazionali che andavano a trovarlo, che gli scrivevano, che lo cercavano. Ma ciò, poi, non si rifletteva nella vita quotidiana. Se qualcuno lo chiamava maestro si infastidiva”.
Tanto Giacomo quanto Gianfrancesco concordano: Scola riusciva a tenere molto ben separate la vita professionale da quella privata. “Non mi sono mai accorto di qualcuno che si è avvicinato a me, nella vita, in quanto nipote di Ettore Scola”, dice Giacomo, “Non credo sia successo, o sono stati particolarmente discreti”.
Eppure la famiglia ha ereditato da lui talenti, passioni e mestieri, senza però che fossero il frutto di alcuna pressione. Le figlie, ad esempio, sono sceneggiatrici e scrittrici. Collaborarono con il padre a film comeLa cena, proiettato proprio quella sera nella cornice romana di Casale della Massima. Un’iniziativa della presidente del municipio IX, Titti di Salvo, insieme alle associazioni Marte 2010 e Associak, per riqualificare la zona. Per restituire vita a un luogo e incentivare quel senso di comunità che ben si sposa con gli intenti del cinema. Un’occasione rara per condividere tempo, un pasto e un buon film all’aria aperta.

Disegno di Giacomo Lazotti
Tornando invece ai film di Ettore Scola, ce n’è un altro, “Che strano chiamarsi Federico”, in cui Giacomo ha interpretato una versione giovanile del nonno. “In quella circostanza eravamo sempre nonno e nipote naturalmente, ma lì io ero in veste di attore e lui di regista. È stato diverso. Un’esperienza anomala, anche professionalmente. Ho dovuto interpretare il regista, diretto dal regista stesso. Io dovevo interpretare lui da ragazzo, quando lui, un ragazzo, non era più. Ho cercato semplicemente di attenermi alle indicazioni che mi venivano date, di non prendere iniziative. Dopo non ne abbiamo più parlato. Mi sarebbe anche piaciuto farlo”.
Prima ancora di essere un grande regista, Ettore scola fu un grande sceneggiatore. I suoi primissimi passi, però, Scola li mosse con il disegno. Lavorò all’interno della redazione del Marc’Aurelio, una celebre rivista satirica e umoristica, dove conobbe Fellini. Ed è questo forse l’aspetto che più lega Giacomo al nonno. “Il fatto che a me piacesse disegnare fin da piccolo credo che gli facesse piacere. Ci piaceva disegnare insieme. Lui mi proponeva degli stimoli molto interessanti, che io però all’epoca non ero pronto a cogliere. Mi ricordo che mi mostrò un quadro di Picasso che oggi direi molto bello, ma che da bambino mi fece schifo”.
Parlando di disegni, fumetti e animazione si arriva con facilità a citare uno dei personaggi più chiacchierati del momento. Il fatto che si possa notare una somiglianza espressiva tra i suoi disegni e quelli di Zerocalcare, lusinga Giacomo. “Zerocalcare è un osservatore della realtà, un po’ come dicevamo di nonno. Il disegno è un mezzo per raccontare qualcosa. Non è solo un bel disegno: cosa c’è dietro? Molto poco, in molte persone che ci provano. Lui invece ci riesce, propone la sua visione delle cose”. Disegno e regia, del resto, sono entrambi modi di osservare la realtà, coglierne i dettagli e ricreare spaccati di vita: raccontano l’umano, i sentimenti, la propria visione del mondo.
Ciò che ritorna più volte nel corso dell’intervista è il movente dietro ogni opera di Scola: la curiosità verso l’essere umano. Ma oggi, sappiamo ancora fare cinema? Fare commedia? Secondo Gianfrancesco sì.
“Non credo vada perduta la sua eredità. Cambiano i linguaggi, i gusti, la drammaturgia… Il vero lascito, l’insegnamento di Scola e della sua generazione, nata dal Neorealismo e cresciuta nella commedia all’italiana è l’ossessione per il vero, per il verosimile, per il personaggio che non indossa una maschera ma abita una realtà. Quella commedia lì ce l’abbiamo nel DNA. Oggi noi, come registi, giudichiamo un attore in base alla credibilità. Non si fa così altrove. In Francia o Germania la credibilità non è al primo posto. Per noi lo è. Questa secondo me è la loro intramontabile eredità. È cambiato il significato della parola ‘commedia’, quello sì. Oggi la intendiamo più come evasione mentre prima raccontava l’Italia e gli italiani, ma credo che i registi italiani lo sappiano ancora fare molto bene”.
Alla fine, ciò che resta di Ettore Scola non è solo una filmografia, ma uno sguardo sul mondo. La sua vera lezione, come emerge da ogni parola di chi gli è stato accanto, non sta solo nella tecnica ma in un’attitudine più rara. L’amore sincero per le persone, la voglia di osservarle, ascoltarle, raccontarle senza maschere. “Se un’opera viene recepita è perché chi l’ha scritta ha amore per il fruitore”, conclude Gianfrancesco. Ed è questo il filo rosso che ha connesso tutta l’intervista, i suoi film, i disegni, la scrittura e persino il cinema italiano di oggi. Quando si ha il coraggio di cercare ancora il verosimile, il credibile, l’umanamente vero.





