di Edoardo Vezzi

«Ho amato tutte le cose piccole e grandi. Ho goduto della mia vita al massimo». Così il novantenne Gianni Berengo Gardin ricorda la sua lunga carriera e la sua vita. La fotografia lo ha accompagnato in ogni sua scelta. «Ho fatto i miei sbagli, è indubbio, ma ho avuto una vita meravigliosa». L’amore per la fotografia lo ha allontanato della famiglia per molti periodi. Durante i suoi viaggi stava lontano da casa anche per mesi. Ma è sempre stato sostenuto, e ora la figlia Susanna ci racconta, attraverso le interviste rivolte al padre, il lungo viaggio nella memoria di un grande fotoreporter italiano.

Il documentario è andato in onda su Rai 5 ed è disponibile su Rai Play. L’opera fa parte del programma Art Night, che ha voluto dedicare la prima puntata della nuova stagione proprio al fotografo italiano. Di Daniele Cini e Claudia Pampinella, “Il ragazzo con la Leica” ripercorre i passi, tanti, che Berengo Gardin ha fatto da quando si è approcciato per la prima volta alla macchina fotografica. Cultore del bianco e nero, non ha mai cambiato il modo di vedere il mondo, con lo sguardo contrastato in scale di grigi e la perenne determinazione di un giovane ragazzo.

Il racconto si districa tra i molti luoghi immortalati. Alcuni solo narrati, altri rivissuti. La figlia Susanna accompagna il padre Gianni in un viaggio nell’Italia che ha fotografato, tra gli altri, anche per il Touring Club. “Abbiamo cominciato da Milano. Siamo stati in Liguria e a Venezia, e poi, all’inizio dell’autunno, a Vercelli, a Luzzara. Tornare sui luoghi serve sicuramente a riaccendere la memoria’’. Susanna crede che sia fondamentale ritoccare quegli spazi che hanno accesso la passione di suo padre. Uno su tutti l’hotel Imperiale, a Santa Margherita Ligure, dove Berengo Gardin è nato nel 1930. Da qui il fotografo inizia a raccontare la sua avventura, portando la figlia emozionata che quel posto non l’aveva mai visto.

Ora Susanna ha in mano un archivio di due milioni di foto, che insieme al padre cura e gestisce, per far tornare in vita un lavoro visuale immenso. Ci si immerge presto nelle parole di Gianni che, come un saggio, ricorda i momenti più importanti, ma lo fa con evidente umiltà e con gli occhi limpidi di un bambino, un bambino di novant’anni.

C’è l’incontro con Cartier-Bresson e anche la sua “benedizione”, tanto che lui, Gianni, dice: “sarei potuto morire anche il giorno dopo e sarei stato felice”. Bresson è storia, ma anche Berengo Gardin, e già da tanto tempo. C’è l’incontro e l’amicizia con un altro grande fotografo, Ferdinando Scianna, compagno di tanti scatti. Ci sono le storie di molte fotografie, come il famoso bacio sotto le volte di Piazza San Marco a Venezia. Una lunga esposizione per far vedere il movimento delle colombe e far capire che “quello non era un bacetto ma un bacio serio e passionale”. C’è il racconto dei lavori per le industrie, dei lavori meno esaltanti e di quelli più avvincenti. Il racconto del lavoro fatto sui manicomi, poco prima che venissero soppressi con la legge Basaglia. C’è il racconto di un Italia che cambia volto, ma sotto sotto è la stessa. E il racconto di un fotografo che si evolve, ma, anche lui, sotto sotto è lo stesso. Un artista con la passione e la determinazione di un sognatore.

Il documentario porta alla scoperta di un fotografo che ha scritto la storia del fotogiornalismo italiano, storia che nonostante una pandemia e i suoi novant’anni continua a scrivere. Gianni Berengo Gardin, il giorno dei suoi novant’anni ha accettato un altro lavoro, un reportage in un enorme forno in una fonderia di Brescia. E allora, ancora una volta, il ragazzo con la Leica scrive un altro capitolo della sua storia. Una storia che, come sempre, scrive con la luce.

 

 

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