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Il Mondiale ai tempi di Shakira

La carriera dell’artista colombiana al tempo di musica, cinema e calcio

C’è qualcosa di profondamente rassicurante, e insieme di vagamente inquietante, nella persistenza geometrica di Shakira Isabel Mebarak Ripoll nelle nostre vite occidentali.

Shakira

Prendete i Mondiali di calcio: dal 2010 – l’anno di quel Waka Waka (This Time for Africa) che piegò le resistenze persino dei sociologi più severi – la cantante colombiana è diventata una sorta di ricorrenza pagana. Cambiano i governi, le epidemie si infiltrano, i ghiacciai si sciolgono, ma a un certo punto, ogni quattro anni, compare lei a ricordarci che il bacino umano possiede articolazioni plasticamente precluse alla maggioranza degli umani. Gli impediti, che restino ad ammirare: è la liturgia del pallone che si fa carne (o forse il contrario).

Quella del 2010 sembrava una fiammata, e invece è diventata un’abitudine ministeriale. Nel 2014, in Brasile, Shakira è tornata a calcare il palco di inaugurazione, con lo strascico lungo della sua presenza, a rimettere ordine nei cocci di un torneo che per i padroni di casa si era trasformato in tragedia nazionale. La sua Dare (La La la) risuonava ancora anche a torneo concluso, mentre il paese cercava di dimenticare l’umiliazione calcistica contro i tedeschi (l’indimenticato 7 a 1 della semifinale più triste per i padroni di casa carioca) dimostrando che il pop, se ben somministrato, possiede insospettabili proprietà anestetiche.

Poi sono arrivati i tempi cupi della geopolitica, laddove la popolarità di Shakira si è dovuta misurare con la sua assenza dalle ribalte di avvio dei mondiali: nel 2018, mentre la Russia di Putin cercava di darsi una ripulita democratica a colpi di fari accecanti, e nel 2022, quando il circo si è spostato nei condizionatori a cielo aperto del Qatar, la sua presenza virtuale – declinata nel suo letterario contrario – ha continuato a fare da barometro morale all’evento. Perché può anche succedere di non cantare sul palco di Mosca o di Doha – risparmiandoti di dover stringere mani imbarazzanti – ma la verità è che nelle orecchie dei tifosi, girava comunque il fantasma dei suoi ritmi: se non c’è lei, la geopolitica del pallone sembra improvvisamente più fredda, priva di quell’alibi perfetto che è la festa globale.

Il punto che ci preme però oggi, però, non è il tifo. Il punto è che la disinvoltura veloce di questi giorni di avvio del Mondiale tende a dimenticare che dietro la macchina da guerra delle cerimonie di apertura e dei fianchi flessuosi c’è anche una vena – neanche troppo piccola – di talento sensibile e letterario. Anni fa, quando Hollywood decise di tradurre in pellicola L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez (impresa rischiosa come scalare l’Everest in infradito) qualcuno deve aver notato che la colonna sonora non poteva essere affidata a un più o meno talentuoso, ma algido, compositore statunitense: ci voleva qualcuno che masticasse quella stessa terra, quel fatalismo sudamericano, dove l’amore somiglia appunto a una pestilenza.

Shakira scrisse Hay Amores. Chiunque l’abbia ascoltata sa che lì dentro non c’è traccia di pop sintetico. C’è il fado, c’è il bolero, c’è la malinconia di chi sa che Florentino Ariza ha aspettato cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese, per sentirsi dire di sì da Fermina Daza.

Fa un certo effetto pensare che la stessa artista capace di sintonizzarsi sul respiro di Gabo (pure tralasciando che ne fosse amica e conterranea) sia poi la regina assoluta del rito più capitalista, effimero e chiassoso del pianeta, tra autocrati più o meno dichiarati, emiri, sponsor di bibite gassate e diritti televisivi miliardari. Ma forse la contraddizione è solo nostra, di noi spettatori inibiti che abbiamo bisogno di dividere il mondo in scaffali: la cultura alta di qua, l’ombelico che danza di là.

Una scena tratta dal film “L’amore ai tempi del colera”

Lei, Shakira, semplicemente, abita entrambi i mondi con la naturalezza di chi sa che, in fin dei conti, sia il calcio che la letteratura non sono altro che disperati tentativi di sconfiggere il tempo.

E se il tempo non si fa sconfiggere, almeno lo si fa ballare.

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“Waka Waka (This Time for Africa)” – Shakira – prodotto da Shakira, John Hill – Epic Record – 2010
“Dare (La La La)” – Shakira – prodotto da Dr. Luke, Shakira, J2, Cirkut, Billboard – RCA – 2013
“Hay Amores” – Shakira – tratto dall’album “Love in the Time of Cholera” – Columbia Records – 2008

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