di Miriam Bocchino

 

 

Il Teatro Vascello ha messo a disposizione di tutti i fruitori, sul suo sito internet, lo spettacolo “Il gabbiano” di Anton Čechov, rappresentato dalla compagnia La Fabbrica dell’Attore, fondata da Giancarlo Nanni e Manuela KustermannL’anno di produzione dell’opera è il 1998, la regia è di Giancarlo Nanni ed è stata ripresa nel 2018 da Manuela Kustermann. “Il gabbiano” è un dramma in 4 atti, scritto nel 1895 da Anton Pavlovič Čechov. Nel corso del tempo è divenuto uno dei testi più importanti e rappresentati del drammaturgo russo.

Il dramma, riportato in scena al Teatro Vascello, è una rilettura moderna dell’opera originale. Lo spettacolo, infatti, non segue esattamente il testo e la suddivisione in atti di Čechov bensì alcune sue parti vengono modificate, enfatizzando meno, in alcuni momenti, la ricchezza del linguaggio del drammaturgo. Gli attori sulla scena, all’aprire del sipario, appaiono figure eteree, non dotate di forma e avvolte da una musica lenta e insinuante. La loro recitazione è, infatti, accompagnata da movimenti coreutici.

Kostya (Lorenzo Frediani), uno dei protagonisti della pièce, sta per rappresentare, sul teatro della villa in campagna, il suo spettacolo e attende l’attrice protagonista, Nina (Eleonora De Luca). Ella è scappata di nascosto dalla propria abitazione per sfuggire all’impedimento dato dal padre, che non vuole che frequenti la villa di Kostya e della madre Irina. Sulla scena, ad attendere Nina, scopriamo tutti i personaggi del dramma di Čechov.

Irina (Manuela Kustermann), la madre attrice di Kostya, è colei che più di tutte tende all’esaltazione della sua persona. È una donna che ricerca la continua conferma della sua bellezza e che non comprende il figlio e la sua arte. Egli, infatti, mette in scena opere che assurgono ad un teatro differente, rispetto a quello amato dai suoi contemporanei e si distacca totalmente dall’opere dello scrittore che affianca la madre nel suo tempo alla villa, Trigorin (Paolo Lorimer).  Accanto a loro troviamo personaggi più marginali ma altrettanto interessanti nel loro essere caratterizzazione delle personalità umane.

Sorin (Massimo Fedele), zio di Kostya e fratello di Irina, è un uomo che sembra bearsi della sua aspirazione a volere essere altro da ciò che è ma, anche, della sua mancanza di riuscita. Dopo il pensionamento si è trasferito in campagna ma sembra non voler accettare il trascorrere del tempo, afferma di voler ancora vivere con passione, a discapito degli anni. Masha (Sara Borsarelli), al contrario di Sorin, è costantemente afflitta, dichiara la sua infelicità, data dall’amore non corrisposto per Kostya. Tuttavia, appare anche la sola che sembra comprendere la sua arte, definita dagli altri decadente. Le figure più marginali sono quelle di Dorn (Maurizio Palladino) e Medvedenko, quasi da spettatori del dramma che si sta consumando.

L’opera di Kostya non verrà apprezzata dalla madre, provocando nel figlio un dolore insanabile. Egli da sempre ricerca la sua approvazione ma la madre sembra sfuggire ai suoi occhi. L’insicurezza vissuta da Kostya avrà delle gravi ripercussioni, soprattutto, quando il suo rapporto con Nina subirà un radicale cambiamento.Nina, infatti, con incoscienza, si infatuerà del brillante scrittore Trigorin, il quale la convincerà delle sue capacità attoriali, spingendola ad un cambiamento drastico di vita. Trigorin affascinerà Nina con le sue parole, che, tuttavia, appaiono vuote, quasi come se egli si beasse della sua stessa voce. Un gabbiano ucciso da Kostya e poggiato ai piedi della bella Nina, ormai perduta, diverrà simulacro dell’ineluttabile destino dei protagonisti.

“Il gabbiano”, portato in scena al Teatro Vascello, è un’opera che, soprattutto nella prima parte, viene “sviscerata” attraverso i movimenti e i gesti che appaiono quasi come una danza. Gli attori sembrano eterei, non corporei; spesso le voci si sovrappongono a formare un eco, in cui ogni personaggio è contemporaneamente l’altro. La musica è un elemento fondamentale: a volte lenta e quasi soporifera, da creare una dimensione “altra” e a volte incisiva, quasi stridente, a risvegliare le coscienze. Il disegno luci (Valerio Geroldi) è ben curato, studiato con precisione e consente l’esaltazione dei gesti e delle espressioni degli attori in scena. Giancarlo Nanni è stato tra i primi fautori del “teatro – immagine”, di cui lo spettacolo è testimone fedele.

Parole, luci, suoni e movimenti convergono insieme a formare interamente lo spazio teatrale stesso. Se nella prima parte, i movimenti, tuttavia, sembrano sacrificare il testo, con lo scorrere delle azioni esso emerge per la sua incisività. La scenografia è quasi scarna: solo un telo e delle sedie ad accompagnare la recitazione degli attori. Il testo di Čechov ha, in questa opera, una reinterpretazione più moderna, quasi sperimentale, in cui, probabilmente, per apprezzare lo spettacolo è necessario conoscere il testo originale del drammaturgo russo. Molto interessante la presenza di una Nina russa (Anna Sozzani), la quale non solo pronuncia in lingua russa le frasi più importanti del suo personaggio bensì è simulacro della sua anima, compie i gesti che Nina nella realtà non attua, è coscienza e volere attivo.

“Non bisogna rappresentare la vita così com’è, né come dovrebbe essere ma soltanto come ci appare nei sogni”.

Sulla scena i valori di una società borghese in cui la vita appare dominata da dolori che per i protagonisti sembrano insormontabili. L’insuccesso, la ricerca spasmodica di accettazione, i sogni repressi, gli amori fugaci e i destini avversi: questi gli elementi dello spettacolo. L’interpretazione degli attori è ben riuscita, in grado di rappresentare totalmente il personaggio. Il teatro, aspirazione alla perfezione e ricerca costante, ricopre la sua funzione catartica, divenendo “teatro nel teatro” e restituendo allo spettatore la sua dimensione più veritiera.

“Sulla riva di un lago vive fin dall’infanzia una ragazza giovane come voi; ama il lago, come un gabbiano, ed è libera e felice come un gabbiano. Ma il caso portò un uomo che la vide e, per ammazzare il tempo, la rovinò, proprio come questo gabbiano.”

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