Celebriamo uno degli artisti fondamentali del ventesimo secolo, che ha compiuto gli anni lo scorso 30 gennaio
Quando ci fermiamo a riflettere sull’idea del tempo, non troviamo di meglio che rifugiarci nel già sentito: perlopiù prevale l’opinione per cui il tempo non sia altro che una convenzione per dare un ordine al caos delle nostre ore.
Ma il tempo soggettivo, quello che, in disparte dal meccanicismo relativistico, riguarda le persone, ci apre a uno sconfinato universo di riflessioni. Osservando il volto segnato e la figura ormai fragile di Phil Collins, che ha compiuto settantacinque anni qualche giorno fa, si ha l’impressione che il tempo sia stato per lui, non un susseguirsi di giorni, ma una sequenza di colpi di bacchetta, un rullante che non ha mai smesso di interrogare il silenzio. C’è qualcosa di malinconico nel vedere l’uomo che ha dato il ritmo a due decenni della nostra vita consegnato alla testimonianza immobile della propria gloria, imprigionato da quasi 20 anni in una lesione spinale inesorabile, come se la stessa energia che Phil con le sue percussioni ha prodotto e dispensato negli anni lo avesse irrimediabilmente consumato.

Phil Collins – in The last Domino Tour © Radio Freccia
Lui, nato in un sobborgo londinese, era diventato tamburino per destino, complice una batteria giocattolo che gli era stata regalata a soli cinque anni per Natale. Il vortice della passione forsennata di ragazzo per il ritmo e le bacchette sarebbe diventato presto una professione incrociando band periferiche prima di approdare nel 1970 (a 19 anni, rispondendo a una inserzione) alla corte dei Genesis. Talento e fortuna, senz’altro, ma Phil non era destinato alla prima fila: il batterista di band non è altro un ballerino di fila, consegnato alla prospettiva di fondo della ribalta dominata dal frontman; ma il destino aveva già scritto una parabola diversa per lui. Quando entrò nei Genesis nel 1970, era il batterista perfetto: tecnico, preciso, capace di quella “polifonia percussiva” che avrebbe reso immortali album come Selling England by the Pound.
Fu l’improvvisa defezione di Peter Gabriel nel 1975 (con quella straordinaria lettera di spiegazione e di addio consegnata alla stampa) a imporre una scelta al gruppo: o sciogliersi o mutare pelle. Dopo l’abbandono di Peter Gabriel molti pensavano che i Genesis fossero finiti. Ma il destino riprese a tifare per lui, per il ballerino di fila che si candidava a diventare l’etoile. Collins accettò il microfono quasi per caso, per mancanza di alternative valide, portando la band dal misticismo prog a vocazione arcaica (non solo nei testi) verso la luce abbagliante del pop mondiale. Quando Phil Collins prese il microfono per l’album A Trick of the Tail, il cambiamento non fu drastico. La sua voce era timbricamente simile a quella di Gabriel, ma più limpida e meno “roca”. In questa fase, la musica rimase complessa, ricca di tempi dispari e atmosfere mitologiche, ma con una delicatezza melodica più accentuata. Progressivamente si passò dalle storie di giganti, ermafroditi e cavalieri medievali a temi più contemporanei, come l’alienazione urbana, la satira politica (Land of Confusion), problemi sociali e le relazioni personali. Il suono divenne estremamente lucido, dominato da tastiere digitali e ritmiche martellanti, perfettamente in linea con l’estetica degli anni ’80 (Phil Collins introdusse un suono di batteria rivoluzionario). Gli anni 80 della band furono caratterizzati dall’abbandono di suite dalla lunghezza inusitata (anche 10 minuti), poco ospitabili dalle radio, a canzoni più brevi e dirette, perfino a tematiche amorose (come Follow You Follow Me).
Il cambiamento musicale dei Genesis con Phil Collins può essere riassunto come il passaggio dalla narrazione epica alla comunicazione emozionale. Se Peter Gabriel usava la musica come una rappresentazione teatrale esterna, Phil Collins l’ha resa più viscerale, ritmata e accessibile. La band è passata dall’essere un gruppo “da ascoltare in cuffia” a uno “da cantare negli stadi”, senza mai perdere quella qualità esecutiva che li ha resi unici nella storia del rock.
Nel 1986 esce Invisible Touch, il maggiore successo dei Genesis con oltre 15 milioni di copie vendute e quattro serate a Wembley per 288mila spettatori. La band oramai si è tuffata a piedi uniti nel mondo del pop anni ’80, con buona pace dei fan di vecchia data, mentre lui implementa la sua nuova dimensione solista, intraprendendo anche la strada di attore e quella di compositore di colonne sonore.
Gli anni Novanta segnarono proprio la celebrazione nei grandi stadi, con la cristallizzazione del mito dei Genesis. Ma, paradossalmente, è ancora il destino a imprimere la svolta nella carriera di Phil Collins, la sua attività nel campo musicale si diversifica e diventa febbrile (anche impedendogli di fare i conti con la sua vita privata): decide di diventare produttore discografico lavorando per grandi nomi come Eric Clapton, John Martin, Robert Plant, Anni-Frid degli Abba.
La sua stella da frontman di se stesso ha continuato a brillare per tutti gli anni Novanta, quando proprio alla fine del decennio cominciano i primi guai di salute: Phil perde l’udito dall’orecchio sinistro a causa di un’infezione non curata tempestivamente, e il resto dei guai si mette in fila scrupolosamente, colpendolo proprio nella sua operatività specifica di artista.
Gli ultimi anni sono stati un lento, inesorabile congedo. I problemi alla schiena, la perdita di sensibilità alle mani — uno scherzo crudele per un batterista — lo hanno costretto a cantare seduto, quasi fosse un sovrano spodestato. Ma anche in questa fragilità, Collins ha mantenuto una dignità ferina, coltivando il suo impegno sociale con la sua fondazione Little Dreams, per aiutare giovani talenti senza mezzi.

Mike Ruteford, Phil Collins, Tony Banks – Genesis
Oggi, a 75 anni, Phil Collins ci ricorda che la musica è un prestito che il corpo, alla fine, reclama con gli interessi. Ma resta quel battito, quel riverbero che ancora oggi, appena le luci si abbassano, ci fa alzare la testa aspettando l’impatto dei tamburi.
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Selling England by The Pound” – Genesis – prodotto da John Burns, Genesis – Charisma (UK), Atlantic (US) – 1973
“A Trick of the Tail” – Genesis – Prodotto da David Hentschel, Genesis – Charisma – 1976
“Follow You, Follow me” – dall’album “…And Then There Were Three…” – Genesis – Prodotto da David Hentschel, Genesis – Charisma (UK), Atlantic (US) – 1978
“Invisible Touch” – Genesis – Prodotto da Hugh Padgham, Genesis – Charisma/Virgin (UK), Atlantic (US) – 1986





