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Non siamo soli in “Questa Stanza”

Intervista alla regista newyorkese Michèle Lonsdale Smith, direttrice artistica della Compagnia internazionale Gracemoon Arts, protagonista al PignetOff il prossimo 10 ottobre.

Gracemoon Arts è una compagnia internazionale impegnata nella ricerca artistica e nella formazione avanzata dell’attore. La sua ricerca nasce dalla volontà di interrogare e rinnovare il linguaggio teatrale, ampliandone le possibilità espressive, la diffusione e, soprattutto, la capacità di incidere profondamente sull’esperienza umana dello spettatore.

Nel 2023 Gracemoon Arts ha avviato il proprio percorso in Italia con la produzione, presso l’Angelo Mai di Roma, di The Dreamer Examines His Pillow di Patrick Shanley e Venere in pelliccia di David Ives. Due progetti che hanno segnato le prime tappe di un dialogo artistico con la scena e il territorio italiani.

Nel 2024 la compagnia è stata ospite di una residenza artistica presso La MaMa Umbria International, culminata nella restituzione scenica di Devils Indeed, opera originale nata da una ricerca dedicata a figure artistiche scomparse prematuramente. Il progetto attraversa e mette in relazione personalità e linguaggi differenti, tra cui quelli di James Morrison, Amy Winehouse e Amedeo Modigliani, trasformandone le traiettorie creative ed esistenziali in materia viva per la scena.

Attraverso produzione, ricerca e pedagogia, Gracemoon Arts sviluppa un’idea di teatro che non si esaurisce nella rappresentazione, ma si configura come spazio di trasformazione: dell’attore, del linguaggio scenico e dello spettatore.

Dopo il successo ottenuto la scorsa primavera con Il Giocattolaio, interpretato da Massimiliano Caiazzo e Cristina Cappelli, la regista newyorkese Michèle Lonsdale Smith torna a Roma con Gracemoon Arts Italia per presentare Questa Stanza. Il processo come performance.

Un nuovo progetto che prosegue e approfondisce il percorso di ricerca della compagnia, ponendo al centro il processo creativo stesso: non più soltanto ciò che accade in scena, ma ciò che conduce alla scena. Questa Stanza apre così lo spazio della creazione teatrale allo sguardo dello spettatore, trasformando il lavoro dell’attore, l’indagine e la costruzione della performance in parte integrante dell’esperienza artistica.

Dopo il successo della serata di sabato 3 ottobre, Questa Stanza torna il 10 ottobre al PignetOff portando ancora una volta il pubblico dentro una dimensione che normalmente rimane fuori scena: il processo creativo. Michèle, cosa deve aspettarsi il pubblico da questa seconda serata?

Presenteremo il lavoro che abbiamo svolto su alcune scene tratte da opere teatrali che, in futuro, vorremmo sviluppare fino a trasformarle in veri e propri spettacoli. Si tratta, in gran parte, di drammaturgie inglesi contemporanee tradotte in italiano. Gracemoon Arts è una compagnia internazionale in cui attori di lingue diverse recitano insieme. Non ho mai pensato che la lingua potesse rappresentare un limite alla comunicazione, perché il linguaggio teatrale attinge a una profondità umana che lo rende universale.

Quello che il pubblico vedrà è il lavoro degli artisti nella loro verità e, quindi, anche nella loro fallibilità umana, al servizio delle storie che raccontano. Tengo però a precisare che non c’è improvvisazione: i testi sono studiati e le scene vengono costruite seguendo precise direttive registiche. Spesso, tuttavia, la spontaneità con cui si muovono sulla scena gli attori che lavorano con me porta a pensare che non ci sia quasi nulla di preparato.

Le due serate si configurano dunque come vere e proprie prove aperte al pubblico, durante le quali mettete in pratica la tecnica e il processo creativo LS&CO/Gracemoon. In cosa consiste questo metodo e come si sviluppa concretamente il percorso che porta alla creazione?

È una tecnica che studio, sviluppo e perfeziono da più di 25 anni con attori provenienti da tutto il mondo. A mio avviso, la recitazione è una forma d’arte molto potente, ma poco rispettata, prima di tutto dagli stessi attori. Concretamente, il lavoro parte da un esercizio di Lee Strasberg chiamato “rilassamento”, attraverso il quale l’attore ricerca nel corpo le tensioni muscolari non necessarie, per liberare e aprire lo strumento nella ricerca di un comportamento autentico e privato. L’obiettivo è scendere nelle parti più nascoste, quelle che definiamo più oscure dell’essere umano, per raccontarle all’interno dei confini sicuri dell’arte.

Al termine delle performance aprite uno spazio di conversazione con il pubblico, invitando gli spettatori a condividere impressioni, emozioni, ricordi e domande. Quanto è importante questo confronto nel vostro processo di lavoro e come sta rispondendo il pubblico italiano a una forma di partecipazione così diretta?

Per noi la Conversazione non è un momento accessorio né un semplice confronto a posteriori: è parte integrante del lavoro. Ci interessa capire che cosa la performance ha attivato nello spettatore, quali immagini ha prodotto, quali associazioni ha generato, quali resistenze o aperture ha provocato. In questo senso, il pubblico non è soltanto destinatario dello spettacolo, ma diventa parte del processo di ricerca. Quello che emerge dalla conversazione ci permette di osservare il lavoro da un’altra prospettiva e, in alcuni casi, di scoprire elementi che noi stessi non avevamo previsto.

Il momento finale serve quindi ad accogliere le reazioni suscitate, a parlare delle storie umane raccontate, a condividere e a spiegare meglio il nostro metodo di lavoro. Pensiamo anche che in questa società manchi un senso di comunità e ci piace offrire la possibilità di ricreare, anche solo per qualche ora, una stanza: Questa Stanza. Un luogo in cui capire che non siamo soli.

Lavorando tra Roma e New York, ti confronti con attori provenienti da tradizioni e percorsi molto diversi. Che differenze hai notato, se ce ne sono, nel modo in cui gli attori italiani e quelli statunitensi affrontano il lavoro e il processo creativo?

La differenza tra gli attori italiani e americani è enorme come un oceano. In Italia gli attori hanno un’arroganza d’animo che ha radici profonde nella storia di questo Paese. C’è una maggiore educazione all’arte e alla bellezza. L’America ha una cultura sicuramente più giovane e insicura. Gli attori tendono maggiormente a essere avvolti dalla fama e dalla vanità. Anche in Italia questo accade, ma l’attaccamento all’arte permette loro di comprendere meglio questo meccanismo.

Guardando avanti, quali sono i prossimi passi di Gracemoon Arts Italia e in quale direzione vorreste far crescere il vostro lavoro nei prossimi anni?

A inizio novembre, a New York, Gracemoon Arts ha in programma un altro evento simile a quello che stiamo realizzando in questi giorni a Roma. Inoltre, stiamo preparando il debutto dello spettacolo What We’re Up Against di Theresa Rebeck. Ci piacerebbe portare a Roma una versione bilingue di questo testo o di altre drammaturgie, come quelle presentate in Questa Stanza. Mi interessa molto applicare questa tecnica anche ai testi classici di Čechov e Tennessee Williams. La nostra più grande ambizione è riuscire a finanziare i nostri progetti e a sostenere le spese di una compagnia internazionale come la nostra, per poter continuare questa ricerca artistica e umana.

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