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“Oltre lo specchio”: il coraggio di essere umani

Antonio Buonocunto, Nunzia Ambrosio e Carmelita Luciani raccontano lo spettacolo in scena al Teatrosophia: meglio essere perfetti o felici?

Dal 6 all’11 ottobre la Compagnia Australe torna al Teatrosophia di Roma con Oltre lo specchio, spettacolo sull’ossessione per l’apparenza, scritto e diretto da Matteo Fasanella. Alla vigilia del debutto abbiamo incontrato Antonio Buonocunto, Nunzia Ambrosio e Carmelita Luciani, indagando sull’interrogativo posto sul palco dalla vicenda: meglio essere perfetti o felici?

Lo spettacolo racconta l’ossessione per l’apparenza. Oggi quanto è ancora importante parlare del rapporto con il proprio aspetto?

All’inizio ci siamo chiesti quanto peso abbia la bellezza estetica nella società di oggi, e la risposta è stata: molto. Anche grazie ai social, che a volte sono usati in modo buono e giusto, ma altre volte in modo esagerato. Hanno creato canoni estetici quasi impossibili da raggiungere per chi frequenta quel mondo e vede che la bellezza, ormai, sembra essere tutto. Da qui siamo partiti dalla domanda: è meglio essere belli e perfetti o essere felici? Poi l’abbiamo proiettata in un futuro lontano, ma neanche tanto: nel nostro spettacolo siamo nel 2049. Per dirla in breve, almeno nella storia che raccontiamo, il tema della bellezza conta molto.

Vogliamo che chi viene a vedere i nostri spettacoli si interroghi, che si domandi perché è lì e che cosa vogliamo raccontare. Qui abbiamo messo al centro un tema molto delicato e poco affrontato, proprio perché lo subiamo passivamente. Eppure è un argomento importante, di cui secondo me si parla ancora poco, o comunque non con l’importanza che meriterebbe.

Nello spettacolo l’intelligenza artificiale sembra uno strumento nelle mani dei protagonisti, ma progressivamente diventa il contrario. Quanto è sottile, dentro e fuori dalla scena, il confine tra un uso consapevole e una tecnologia che prende il sopravvento sull’umano?

Oggi può sembrare che l’uso sia consapevole, una cosa semplice e sotto controllo. In realtà secondo me, a lungo andare, la situazione può peggiorare, perché l’algoritmo ti indicizza e ti fa entrare in un mondo senza che te ne accorga. In fondo siamo anche controllati. Abbiamo immaginato che tra vent’anni tutto questo possa diventare molto più grande di quello che viviamo oggi. Quindi il confine, adesso, non è ancora labile, ma credo che cominci a diventarlo.

Lo specchio come di uno spazio di verità, nel momento in cui smette di restituire immagini perfette. Per voi cosa significa guardarsi allo specchio nello spettacolo?

È un vero viaggio introspettivo. Non ci fermiamo all’immagine che lo specchio rimanda, e che quindi arriva al pubblico, ma scaviamo fino in fondo per vedere che cosa c’è: i desideri più nascosti, le paure più nascoste. Riflettiamo anche sulle scelte che abbiamo fatto, che è quello che nel quotidiano facciamo quando siamo soli davanti allo specchio. Non a caso c’è chi non riesce a farlo, proprio per questo. Quando ti guardi non osservi solo l’immagine apparente, ma ti chiedi che cosa vedono i tuoi occhi, che cosa devi capire, se vuoi andare fino in fondo oppure no.

Anche il titolo, Oltre lo specchio, è stato scelto per questo: proviamo ad andare fino in fondo e a toccare cose che nel quotidiano non abbiamo il coraggio di toccare e di ricercare. Per noi è molto importante guardarci attraverso lo specchio e confrontarci con il pubblico, che sarà il nostro specchio.

Questo viaggio può essere una via per uscire dall’ossessione dell’apparenza?

È quello che ci piace: non vogliamo dare una lezione, una morale o una soluzione. Invitiamo il pubblico a scegliere. Si può prendere una strada piuttosto che un’altra, arrivare fino a un certo punto o andare fino in fondo, ma proviamo a farlo insieme. Ragioniamo insieme.

In un particolare momento i personaggi chiedono alla macchina che li ha resi perfetti come poter essere imperfetti. È il paradosso di chiedere a un algoritmo come sottrarsi agli algoritmi. È una contraddizione o una condizione naturale del nostro rapporto con la tecnologia?

Oggi con l’intelligenza artificiale cerchiamo di essere tutto: impeccabili, performanti. Non siamo ancora arrivati al periodo storico in cui tutto è meccanizzato e perfetto, ma se continuiamo su questa strada ci arriveremo. Ci siamo quindi chiesti, in un futuro non lontano ma che ancora non ci appartiene, in un mondo completamente meccanizzato, schematico e preciso: se le persone si spogliassero di tutte le sovrastrutture e di tutte le storie che si sono raccontate, che cosa chiederebbero a una macchina che per una vita le ha domesticate, educate e schematizzate? Probabilmente chiederebbero come tornare padrone delle proprie scelte e del proprio aspetto fisico, e quindi padrone anche di sbagliare e di essere imperfette.

Da qui ritorna la domanda: meglio essere felici o essere perfetti? Per fortuna non è ancora una domanda attuale, ma se il mondo continua per la strada che sta prendendo, prima o poi ce la porremo.

Meglio essere perfetti o felic dunque? E il teatro può essere secondo voi uno spazio in cui recuperare la possibilità di essere imperfetti, quindi umani?

Per noi è importante diventare consapevoli di che cosa si vuole essere. Se si sceglie di essere perfetti e schematici, va bene; se si sceglie di essere imperfetti ma felici, va bene lo stesso. L’importante è non tradire mai la persona che si è, e non pagare un costo troppo alto in nome della perfezione. L’importante è essere autentici e sinceri, perché è quella la cosa principale che può portare alla felicità. Il percorso è quindi quello che diceva Antonio: diventare consapevoli e poi mettere in atto ciò che si deve fare. Rispondere sempre a se stessi è un po’ il connubio tra perfezione e felicità, se intendiamo la perfezione in senso soggettivo. La perfezione non coincide con la felicità, perché non esiste nulla di perfetto, in natura. Tutti abbiamo le nostre imperfezioni ed è giusto così. Forse il punto è proprio questo: finiamo per voler essere qualcosa che non potremo mai essere.

Il concetto di «perfezione» funziona in positivo solo se intesa in senso soggettivo, un po’ come la bellezza. Vedete un legame?

Sì, c’è un legame fortissimo. Di primo impatto, pensando alla perfezione si pensa a un canone estetico. Poi si pensa alla perfezione nel lavoro o nel comportamento in una certa situazione, ma l’idea resta molto incentrata sulla bellezza, e su un canone che la società si è imposta e che non a caso cambia di secolo in secolo. Se pensiamo al mondo femminile, la bellezza degli anni Cinquanta è totalmente diversa da quella di oggi: ogni epoca ha avuto il suo canone. Credo però che la differenza sia che negli anni Cinquanta c’era più autenticità, perché non eravamo contaminati da tutti gli stimoli di oggi, che sono troppi. Per questo secondo me è importante parlarne e collegare queste due parole, perché sono quelle in cui oggi ci si identifica.

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Oltre lo specchio – Drammaturgia e regia di Matteo Fasanella – Collaborazione drammaturgica: Compagnia Australe, Noemi Miranda, Federico Dioguardi – Con: Carmelita Luciani, Antonio Buonocunto, Nunzia Ambrosi, Lorenzo Martinelli – Aiuto regia: Mari Marinò – Voce OFF: Sofia Graiani – Scenografia: Maurizio Marchini – Teatrosophia di Roma dal 6 all’11 ottobre 2026



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