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Riccardo Bàrbera: «Lenny Bruce ci ricorda quanto la satira sia ancora scomoda»

Alla vigilia del ritorno in scena, “Lenny, Ipotesi di un omicidio” riapre il confronto su censura, potere e libertà di parola.

Dopo il successo della scorsa stagione al Teatro Ghione di Roma, al Teatro Nino Manfredi di Ostia e al Teatro Gioiello di Torino, torna in scena Lenny, Ipotesi di un omicidio, scritto da Giuseppe Pavia e diretto da Antonello Avallone, anche protagonista dello spettacolo. La pièce sarà al Teatro Marconi di Roma dal 22 ottobre all’8 novembre.

Riccardo Barbera e Giuseppe Renzo

Ambientato nella New York degli anni Sessanta, lo spettacolo ripercorre la vicenda controversa di Lenny Bruce, figura ribelle e rivoluzionaria della comicità americana, considerato tra i precursori della moderna stand-up comedy. Provocatorio e insofferente alle convenzioni, Bruce portava sul palco temi come razzismo, politica e religione, spingendo il linguaggio comico fino ai confini della censura e della legalità.

Il 3 agosto 1966 Lenny Bruce venne trovato morto nel bagno della sua casa di Hollywood. La causa ufficiale fu un’overdose. Ma fu davvero così? È da questo interrogativo che prende forma l’“ipotesi di omicidio” al centro dello spettacolo, che trasforma la biografia dell’artista in un’indagine teatrale sulla sua morte e, insieme, sul prezzo della libertà di parola.

A interpretare il procuratore Hogan, il personaggio che cerca di incastrare Bruce, è Riccardo Bàrbera. 

Lo abbiamo incontrato alla vigilia del ritorno in scena.

Dopo il successo della scorsa stagione, con quali emozioni e con quale consapevolezza torna oggi in scena con Lenny, Ipotesi di un omicidio?

È uno spettacolo complesso, perché mette insieme molti elementi: una scenografia girevole sorprendente ideata da Alessandro Chiti, i costumi meravigliosi firmati da Red Bodò, le canzoni dell’epoca cantate dal vivo da Flaminia Fegarotti, numeri di burlesque e tanta prosa. Lo abbiamo costruito passo dopo passo, guidati sapientemente da Antonello Avallone, che ha svolto un lavoro amorevole, accurato e artigianale.

La scorsa stagione lo spettacolo ha suscitato molte emozioni e mi pare sia stato accolto molto bene dal pubblico. Ma quello che mi colpisce maggiormente è la sua straordinaria attualità. Raccontando la storia di Lenny Bruce ci rendiamo conto che il potere che mal sopporta lo sberleffo della satira e i morsi dell’informazione è, in America e in molte altre parti del mondo, una triste realtà ancora oggi.

Nel suo ruolo, il procuratore Hogan rappresenta quella parte della società americana degli anni Sessanta che voleva mettere a tacere Lenny Bruce. Come si costruisce un personaggio così apertamente antagonista?

Io sono assolutamente un buono, ma da qualche anno la mia mole fa sì che mi offrano soprattutto ruoli da cattivo e ormai ho acquisito una certa dimestichezza nel vestire questi panni. Devo ammettere che sono anche i personaggi più divertenti da interpretare.

In questo caso cerco di fare del procuratore Hogan un uomo viscido e minaccioso, con rari scatti d’ira provocati dalla frustrazione di non riuscire a ottenere nulla da Bruce. In realtà, imito una persona che conosco. Faccio spesso così: parto da qualcuno che ho incontrato nella vita e cerco di trasformarlo nel personaggio.

Quanto costa a un artista la libertà di dire ciò in cui crede, soprattutto quando quella libertà entra in conflitto con la censura?

Dipende da chi è l’artista. Se la sua efficacia si basa sulla libertà estrema di parola, su battute spietate e sull’attualità, allora la frustrazione provocata dalla censura può essere atroce. Nel corso della mia carriera ho dovuto ingoiare qualche rospo soprattutto come autore, in radio e in televisione. In quegli ambienti conta molto anche la posizione politica dell’editore o del capostruttura.

Come ha reagito il pubblico, la scorsa stagione, di fronte a una storia così spiazzante e, per certi versi, scomoda?

È interessante perché ogni spettatore, nel commentare lo spettacolo, sembra concentrarsi su un aspetto diverso.C’è chi ci chiede se la vicenda che raccontiamo sia realmente accaduta. Ebbene sì, è una storia assolutamente vera e Giuseppe Pavia, l’autore, ha fatto un grande lavoro di ricerca.

Altri si interrogano sulla diffusione della droga e sulla possibilità, in quegli anni, di diventarne schiavi. Anche in questo caso la risposta è affermativa: gli anni Cinquanta e Sessanta non erano poi così diversi, sotto questo aspetto, da quelli che viviamo oggi. C’è chi si innamora della signora Bruce, interpretata da una splendida Giulia Di Quilio, e chi invece resta colpito dalle canzoni dell’epoca, cantate dal vivo da Flaminia Fegarotti.

Poi ci sono spettatori che ci chiedono come facciamo a far funzionare quella sorprendente scenografia rotante. E, infine, ci sono quelli che escono con gli occhi lucidi: il finale, interpretato da Antonello Avallone, è difficile che lasci indifferenti.

Giulia Di Quilio, Riccardo Barbera e Giuseppe Renzo

La stagione 2026/2027 è appena iniziata. Quali saranno i suoi prossimi impegni?

Subito dopo sarò in scena in tutta Italia con Pazza, di Tom Topor, per la regia di Fabrizio Coniglio, insieme a Vanessa Gravina e Nicola Rignanese. Contemporaneamente, a Roma, andrà in scena Sottoscacco. Canova vs Napoleone, un mio testo scelto dall’Ufficio Eventi della Città del Vaticano per essere rappresentato all’interno dei Musei Vaticani. Nell’ultima parte della stagione sarò poi impegnato in un’altra commedia, che per delicatezza preferisco non citare ancora. Posso solo dire che, se tutto va bene, sarò accanto a Greg.

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Lenny Bruce, ipotesi di un omicidio di  Giuseppe Pavia – Regia: Antonello Avallone – Con: Antonello Avallone, Riccardo Bàrbera, Giulia Di Quilio Giuseppe Renzo, Francesca Cati, Flaminia Fegarotti – Compagnia delle Arti

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