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Il bacio di gommapiuma e il rumore di fondo

Le polemiche scatenate dall’intervista di Francesco De Gregori

C’è un’ansia febbrile tipica della nostra epoca, permanentemente connessa, che costringe chiunque abbia una chitarra, una penna o semplicemente un verso da spendere in pubblico a dover esibire un passaporto ideologico, aggiornato al quarto d’ora precedente.

Francesco De Gregori

Se un artista apre bocca in un’intervista scatta immediato il riflesso condizionato del tribunale della rete: favorevole o contrario?  Con noi o contro di noi? Passi per Bruce Springsteen, alle prese negli USA con la tematica di una presidenza imbarazzante, che giustamente chiama una opposizione a tutto tondo a rispolverare le armature dialettiche della contestazione. Ma in disparte da lui, chiunque prova a manifestare la propria posizione rispetto alle tematiche divisive e calde del presente, non fa altro che scatenare una mischia rissosa, in nome di una polarizzazione che non cerca il dialogo.

In questi giorni lo scontro è servito sul piatto inesausto di ogni social, e sta toccando la figura del Principe dei cantautori italiani: Francesco De Gregori. Per lui il rimprovero (anzi la gogna mediatica) si è prodotto all’indomani di una intervista, nel corso della quale ha semplicemente rivendicato la propria identità di artista, non necessariamente chiamato a dover prendere una posizione obbligata, corriva e apologetica, dalla parte che tutti si aspettavano da uno con la sua biografia artistica. Beninteso, non per aderire provocatoriamente alla parte opposta della barriera (come pure altri hanno fatto, peraltro mai semplicemente adottando uno slogan), ma semplicemente per affermare che un artista si esprime attraverso le proprie produzioni, senza necessariamente approfittare del palco e del suo pubblico per vestire un abito messianico e proclamare la sua adesione a questo o quello schieramento.

Il dibattito è talmente affollato che ci si vorrebbe dispensare da un’ulteriore fornitura di opinione: ma il vostro cronista di musica, dall’angolo riparato del suo servizio, avverte appena appena il dovere di dire la sua in poche battute.

Come prima cosa a guardare un po’ in disparte la tempesta scatenata, viene da osservare che di questi tempi è scomparsa la propensione dialettica (che scomoda per certi versi anche la categoria della cortesia), quella che ci dovrebbe aiutare ad ascoltare le ragioni dell’altro, provando a discuterle, e anche a confutarle, ma senza allestire patiboli sorta.

Ma personalmente stupisce che questa polemica abbia investito un artista come De Gregori: attaccarlo sul piano della coerenza significa non aver capito il senso della sua arte. Con le sue canzoni ha sempre manifestato una grande coerenza, laddove il termine non deve essere inteso come omologazione militante a un certo tipo di pensiero, o sensibilità politica (è ben chiara e indiscutibile la sua appartenenza). Chi lo accusa di aver cambiato rotta confonde la coerenza etica con l’obbedienza politica: la prima è la spina dorsale del suo percorso artistico, la seconda è un limite che De Gregori ha sempre respinto con sdegno. Le sue esternazioni odierne non sono una discontinuità con il suo passato, ma la naturale prosecuzione di un uomo – e di un artista – che ha sempre rivendicato il diritto di essere un osservatore libero, (capace di “contenere moltitudini” ci precisa lui stesso, citando Walt Withman) e mai addomesticabile. Lui, nelle sue canzoni evoca, non spiega. Mescola i piani sensoriali per raggiungere corde emotive profonde, inducendoci a pensare, piuttosto che a sentirci chiamati a raccolta da una linea politica. Maneggia la sinestesia come nessuno (il “barattolo di birra disperata” per raccontarci del detenuto di Atlantide o la “notte crucca e assassina” di Generale, oppure “il sorriso ladro” della canzone Bene), muovendosi con disinvoltura ed efficacia nei labirinti della poesia.  Così è riuscito a parlare di temi come il dramma dei migranti (Nero), della diversità (La donna cannone), del lavoro minorile (La ragazza e la miniera), dei tatuaggi maledetti dalla storia (Il cuoco di Salò) degli amori finiti (Rimmel), dell’irrinunciabile sentimento di comunità che ci rende soggetti sociali (La Storia e Viva l’Italia), con maggiore e intenso significato che se si fosse espresso per le vie dirette e prosaiche che la politica vuole.

Bruce Springsteen non si è mai tirato indietro per proclamare dal palco dei suoi concerti la sua ostilità verso Trump

Siamo grati alla occasione per averci dato modo di tornare e approfondire la unicità di questo grande artista, al quale, se proprio volessimo muovere un rilievo per stare alla cronaca, è stato quello di stigmatizzare il diverso atteggiarsi di Bruce Springsteen, che non si è mai tirato indietro per proclamare dal palco dei suoi concerti la sua ostilità verso Trump. Ma lì il rumore di fondo è troppo assordante e non ci sono scorciatoie poetiche per sanzionarlo.

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Atlantide – di Francesco De Gregori – dall’album “Bufalo Bill” – 1976 – RCA Italiana

Generale – di Francesco De Gregori – dall’album “De Gregori” – 1978 – RCA Italiana

Bene – di Francesco De Gregori – dall’album “De Gregori” – 1978 – RCA Italiana

Nero – di Francesco De Gregori – dall’album “Terra di Nessuno” – 1987 – CBS

La donna cannone – di Francesco De Gregori – 1983 – RCA Italiana

Il ragazzo e la miniera – di Francesco De Gregori – 1983 – RCA Italiana

Il cuoco di Salò di Francesco De Gregori – dall’album “Amore nel Pomeriggio” – 2001 – Columbia / Sony Music Entertainment

Rimmel – di Francesco De Gregori – dall’album “Rimmel” – 1975 – RCA Italiana

La Storia – di Francesco De Gregori – dall’album “Scacchi e Tarocchi” – 1985 – RCA Italiana

Viva l’Italia – di Francesco De Gregori – dall’album “Viva l’Italia” – 1979 – RCA Italiana

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