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Gino Paoli: La Voce che ha incantato generazioni

Ricordiamo l’artista che ha definito un’era a due mesi esatti dalla sua scomparsa

La notizia della morte di Gino Paoli, scomparso lo scorso 24 marzo a novantun anni, ha avuto l’effetto paradossale dei grandi addii annunciati: quelli che, pur attesi, sparigliano il tempo come se improvvisamente si fosse spenta una delle luci che illuminavano da sempre il paesaggio. È morto a Genova, la sua città (o meglio, la sua patria affettiva, essendo nativo di Monfalcone) circondato dall’affetto dei suoi cari, come si legge nella nota diffusa dalla famiglia. Ma dei personaggi che hanno segnato un’epoca riesce difficile lasciar coincidere la scomparsa con la fine: le sue melodie, come certi profumi d’infanzia o come certe parole colte al volo in mezzo al vociare vano, continuano ad aleggiare, e forse non avranno mai del tutto fine.

Gino Paoli nel 1963© RTL 102.5

Ci sono artisti che hanno raccontato un’epoca, e poi ci sono quelli che, anche senza volerlo, l’hanno fondata. Paoli è fra questi.  

Interprete (e forse, con Bindi, iniziatore) della Scuola genovese, portò nella canzone italiana qualcosa che prima non esisteva: il sentimento privato, il silenzio nelle parole, la malinconia come verità. In un Paese che non sapeva parlare d’amore altro come di qualcosa di ineffabile e sdolcinato, lui sceglieva l’amore che affonda nella memoria, che morde e consola, che sa di mare e di fumo. E tutto senza un minimo di pretesa accattivante: l’Uomo era quello che era, ispido, difficile, scontroso. Proprio le categorie tipiche della fragilità. Già, perché anche la sua voce aveva qualcosa di irriducibile e di fragile. Non cantava: ricordava. E di quel ricordare faceva un’arte. Il cielo in una stanza, Sapore di sale, Senza fine, La gatta, Una lunga storia d’amore, sono titoli che oggi appaiono come schegge di un’unica confessione lunga sessant’anni. In ognuna, un uomo che non cerca la felicità ma la contende alla malinconia, che parla al tempo come si parla a una donna amata e perduta.

Forse Paoli è stato l’ultimo, o il primo, di una specie estinta: quella dei cantanti che non si credevano poeti e che, per questo, lo erano. Dietro il taglio ironico e intenso del suo sguardo, dietro i suoi silenzi lunghi come il mare visto da Camogli, si nascondeva un’idea di sincerità che sembrava sempre cercare l’irriverenza. Egli stesso, un giorno, disse che aveva tentato il suicidio “perché pensavo di aver avuto tutto dalla vita, e volevo vedere cosa c’era dall’altra parte”. Ma il proiettile rimase nel cuore, incapsulato per sempre: un simbolo involontario di un destino irriducibile che è ostinato perché sa di essere troppo fondamentale per lasciarsi spegnere dal dettaglio di uno stupido gesto suicida.

Ora che se n’è andato la musica italiana perde più di un autore: perde una voce con cui si poteva dialogare anche senza parlare. Le sue canzoni non chiedono d’essere ricordate perché lo sanno fare benissimo da sole. E non consolano: stanno lì a ricordarci che la consolazione, dopotutto, è una forma più seducente della nostalgia.

Crediamo, in disparte da tutto il resto, che sarà questo che lo consegnerà all’immortalità: di luinon resterà mai solo il ricordo, ma una presenza, diffusa, discreta, immortale. Come la malinconia.

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Il cielo in una stanza 1955 Radio Record Ricordi –Sapore di sale 1963 RCA Italiana – Senza fine 1961 Dischi Ricordi – La gatta 1960 Dischi Ricordi – Una lunga storia d’amore 1984 Five Records

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