Al Teatro Sistina di Roma un omaggio per i 100 anni dalla nascita del grande e indimenticato artista.
Ci sono serate che non si limitano a essere viste, ma attraversate. Quella del 24 marzo al Teatro Sistina di Roma è stata una di queste. Fin dall’ingresso in sala si avvertiva una vibrazione particolare, come se il teatro stesso fosse pronto a restituire, ancora una volta, la voce viva di Dario Fo.

Ad aprire e condurre l’evento sono state Mattea e Jaele, figlie di Jacopo Fo, che con semplicità e partecipazione hanno dato subito un tono intimo alla serata. Non una celebrazione distante, ma un racconto condiviso, familiare, capace di accogliere il pubblico dentro una memoria ancora viva.
Sul palco si sono alternati numerosi artisti e intellettuali: da Carlo Petrini, legato a Fo da una lunga amicizia, fino a Paola Cortellesi, Ambra Angiolini, Chiara Francini, Moni Ovadia, Anna Foglietta, Marco Travaglio, Margherita Vicario, Lodo Guenzi, Roberto Rustioni, Eleonora Giovanardi, Marco Ripoldi, Alessandro Federico, Matteo Gatta, Giorgio Gallione, Mario Pirovano, Gilberta Crispino, Valerio Aprea, Gad Lerner, Pino Strabioli, Ascanio Celestini e la Bandabardò, insieme a Jacopo Fo.
Ascoltando i loro interventi, sembrava di assistere non tanto a una sequenza di omaggi, quanto a un tessuto fatto di ricordi, ironia e consapevolezza. Ognuno ha portato un frammento, e in quei frammenti si ricomponeva la figura di un artista che ha attraversato il Novecento lasciando una traccia profonda e indelebile.
Tra gli interventi che più hanno colpito, quello di Paola Cortellesi è stato senza dubbio tra i più autentici e rivelatori. Con la sua ironia delicata e spontanea, ha raccontato di quando, nel 2015, fu scelta da Dario Fo per uno spettacolo dedicato a Maria Callas, scritto insieme a Franca Rame.
Nel racconto emergeva un senso di inadeguatezza quasi disarmante: il timore di trovarsi accanto a un gigante del teatro e la paura di non essere all’altezza. Eppure, proprio attraverso questa fragilità, la sua esperienza si rivelava profondamente umana e sorprendente.
Cortellesi ha ricordato un momento preciso delle prove, quando Fo le chiese un parere su un passaggio del testo. Lei esitò, incapace di giudicare una scrittura firmata da Fo e Rame. Ma lui, con un’urgenza gentile, la incitò a esprimersi sinceramente. Quando finalmente ammise che quel passaggio le sembrava ripetitivo, Fo reagì con semplicità spiazzante: «Anche per me, lo tagliamo». In quest’episodio, apparentemente minimo, si intravede un tratto essenziale del suo modo di fare teatro: l’ascolto, il dubbio e la disponibilità a rimettere in discussione anche ciò che è stato già scritto. Ma soprattutto, la fiducia nell’altro. Non a caso, le diceva: «Sbaglia e gioca con gli errori». Un invito che è insieme poetica e metodo, libertà e responsabilità.
Il racconto di Paola Cortellesi, restituito con quella leggerezza ironica che le appartiene, ha saputo rivelare un Dario Fo lontano da ogni rigidità, capace di trasformare l’errore in possibilità e il lavoro teatrale in uno spazio vivo e condiviso. Ma soprattutto ha restituito, con naturalezza, la dimensione di un lavoro che non è mai stato solitario, ma profondamente condiviso con Franca Rame. Perché parlare di Dario Fo senza Franca Rame è impossibile. La loro è stata una delle unioni più forti e significative del teatro italiano: un legame artistico e umano che ha attraversato decenni, fondendo vita e scena in modo indissolubile. Non solo collaborazione, ma complicità, visione comune, capacità di trasformare il teatro in uno spazio politico, poetico e profondamente umano.
In un ambiente come quello teatrale, spesso attraversato da vite instabili e relazioni fragili, la loro storia sembra quasi andare in controtendenza. Eppure dimostra esattamente il contrario: che il teatro può unire, radicare, creare legami profondi e duraturi. Che può essere, oltre che arte, anche forma di amore.
La componente visiva del Teatro Sistina ha inoltre contribuito a creare un’esperienza immersiva. Si poteva osservare un disegno luci con colori che si muovevano dal blu al verde al rosso, fasci che salivano dal basso o si incrociavano sullo sfondo del palcoscenico, creando un dinamismo continuo. A tratti, la luce usciva dalla scena per coinvolgere la platea, come un riflesso perfetto di quel teatro “aperto” e popolare che Fo ha sempre difeso.
La serata è stata lunga, ma densa di contenuti e di emozioni che hanno mantenuto viva l’attenzione, come se ogni intervento aggiungesse un tassello necessario.
In questo senso, il riconoscimento del Premio Nobel del 1997 non appare solo come un traguardo, ma come una chiave per leggere il suo teatro: quello di un artista capace di raccogliere l’eredità dei giullari medievali, di usare la satira per smascherare il potere e, allo stesso tempo, restituire dignità a chi voce non ne ha. Una lezione che, ascoltando questa serata, non è sembrata affatto distante, ma ancora sorprendentemente attuale.

Uscendo dal teatro in una serata così speciale, rimane addosso una riflessione: ricordare artisti come Dario Fo non è solo un atto di memoria, ma un gesto culturale necessario, la consapevolezza che il teatro, quando è autentico, smuove qualcosa dall’interno e ci interroga. Dario Fo non è solo memoria: è una voce che continua a disturbare, a divertire, a mettere in discussione. E di voci così, oggi, ne abbiamo ancora profondamente bisogno.
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100 anni Dario Fo, per il centenario del Premio Nobel – organizzata da Mattea Fo e Stefano Bertea per la Fondazione Fo Rame ETS, insieme a Massimo Piparo – Teatro Sistina 24 marzo 2026





