di Edoardo Vezzi

 

Siamo ormai abituati, purtroppo, ai drammatici racconti di uomini, donne e bambini che attraversano l’inferno per arrivare in una terra in cui i diritti civili non siano calpestati dallo Stato, una terra in cui studiare e costruire un futuro migliore per sé stessi e per le proprie famiglie. Immedesimarsi in un viaggio che sembra senza fine, disperato, dove si rischia di perdere tutto in balìa di ogni sorta di male profittatore è difficile ma è il minimo che si possa fare per comprendere quello che ogni giorno i protagonisti di queste storie vivono sulla loro pelle e nella loro testa.

Siamo abituati a sentirle, queste storie, ma dobbiamo abituarci a studiarle per comprenderne le difficoltà, il dramma, il sacrificio, il coraggio e la paura. “Enaiat” ci mostra proprio una di queste storie. L’odisseico viaggio di Enaiatollah Akbari si estende per un tempo lunghissimo, otto anni, che si conclude fortunatamente con un lieto fine: il suo arrivo in Italia e la possibilità di vivere una nuova esistenza.

Questa forma originale di teatro-cinema prende vita durante il lockdown, con la regia di Patrizia Schiavo. Liberamente ispirato alla storia di Enaiatollah, raccontata dallo scrittore Fabio Geda nel suo romanzo “Nel mare ci sono i coccodrilli”, l’idea della trasposizione teatrale avviene poco prima della pandemia, che ha spezzato le gambe a tutto il mondo dello spettacolo. Per portare avanti il lavoro è stato quindi deciso di realizzarne un film teatrale. Le immagini, infatti, scorrono con una regia ed un montaggio quasi cinematografici ma in un set da palcoscenico. L’esperimento unisce quindi cinema e teatro, proprio quando quest’ultimo ha dovuto reinventarsi con spettacoli in streaming trasmessi in diretta o in differita sulle piattaforme online.

La voce narrante di Enaiat (Antonio De Stefano) ci accompagna lungo tutto il film alla scoperta della storia vera che il protagonista affronta durante la sua infanzia e la sua adolescenza. La tragica scomparsa del suo coraggioso professore, che si era opposto alle regole del terrore dei Taliban, mette in moto una serie di eventi che lo porta a doversi ricostruire una vita andata in pezzi, contro la povertà e la persecuzione dei talebani. Via dall’Afghanistan intraprende un viaggio tra Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e, infine, Italia.

Il piccolo Enaiat, scappato da un paese martoriato, passato tra le mani di trafficanti d’uomini, più volte sfiorato dalla morte, è oggi un uomo laureato in Scienze politiche con una tesi sul Processo di istruzione in Afghanistan. Uno studio dedicato alla memoria di quel professore della sua città natale di Nawa che aveva dato la vita per difendere la cultura, per difendere la conoscenza e l’istruzione contro l’usurpazione dei fondamentalisti.

Enaiat è figlio di quella storia senza tempo raccontata dalla cronaca, dai romanzi, dai film, dall’arte in generale, che ha messo al muro intere generazioni afghane, privandole delle loro libertà e costringendole a scappare per sempre o adattarsi al terrore. Difficile non pensare alle drammatiche storie raccontate da Khaled Hosseini in “Mille splendidi soli” e “Il cacciatore di aquiloni”, dove donne e bambini fanno i conti con la realtà distorta di un Paese caduto in mano al caos. Un Paese, l’Afghanistan, che ha subito le invasioni sovietiche, le guerre tra i mujaheddin, il potere dei talebani, le invasioni statunitensi e che proprio oggi, si prepara ad affrontare il ritiro delle truppe americane dopo vent’anni.

Nonostante ciò che ha passato, nonostante i soprusi subiti, nonostante abbia toccato il fondo più volte, il piccolo Enaiatollah ha sempre prestato fede alle istruzioni della madre: «non fare uso di droghe, non rubare e non usare armi». Questa tragica avventura ci insegna non solo il disagio che accompagna le vite di popolazioni di intere parti del mondo, ma che queste vite non devono rassegnarsi alla loro dannazione e noi da qua possiamo, come minimo, comprenderle e aiutarle. La storia di Enaiat ha avuto un lieto fine, ma troppo spesso il finale è diverso.

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