Il mondo smontato e rimontato con l’arguzia del menestrello
Poche settimane fa ci ha lasciato David Riondino, un gentile e sommesso esponente di un’avanguardia che non si è intrattenuto più di tanto nella propria narrazione, non ha creato intorno a sé qualcosa di memorabile, capace di incidere nel proprio tempo e lasciare uno strascico leggendario, ma che ha impreziosito una stagione artistica, percorrendo sentieri disparati e sempre originali.

La sua tempra versatile lo aveva portato a dedicarsi anche alla musica, ciò che ci consente di occuparcene in questo spazio: dopo un esordio sommesso (come nel suo stile) aveva però imboccato una strada di tutto riguardo, tanto che Fabrizio De Andrè lo volle per aprire il suo primo concerto con la PFM nel 1978. E anche in quella occasione seppe dare prova della sua misurata espressività artistica: si presentava al pubblico in attesa rumorosa e impaziente, compitando un breve esergo in cui chiedeva di pazientare qualche istante perché prima della star avrebbero dovuto sorbirsi un giovane che presentava qualche suo brano. E subito dopo imbracciava la chitarra perché fosse chiaro che il malcapitato era lui. Ma l’originalità della presentazione gli valeva ogni volta la benevolenza delle platee.
Ma aveva ascendenze rock di tutto rispetto: dopo una decennale e formativa esperienza presso la Biblioteca della nativa Firenze aveva fondato un gruppo rock che si chiamava Victor Jara (cantautore cileno assassinato, sostenitore di Allende). E di musica avrebbe continuato a servire il suo talento, tanto che nel 1981 aveva scritto, assieme alla cantante sudamericana Lu Colombo un pezzo che avrebbe spopolato in quegli anni: Maracaibo. Un brano che diventò un tormentone da ballare sulle spiagge, con un testo intrigante che parlava di Cuba, di Fidel Castro e di un’amante in fuga per i mari tropicali, assalita da un pescecane.
Praticava una satira cortese, come un giullare garbato (ma cultore di Dante e Boccaccio e fondatore dell’Accademia dell’Ottava rima) privilegiando il genere parodistico in composizioni musicali per motteggiare vezzi e stilemi riconoscibilissimi di certi cantautori (De Gregori e Battiato). Più avanti questa sua dote gli valse una quota consistente di popolarità, allorchè per qualche tempo, dal 1987, ospite fisso del Maurizio Costanzo Show si esibiva in piccole performances in cui irrideva una certa espressività artistica che si rifaceva alla musicalità brasiliana, allora piuttosto in voga, inventando il personaggio di Joao Mesquinho che fatalmente concludeva le sue canzoni strascicando in improbabile portoghese il ritornello “o gegè o gegè”.
Qualcuno lo ha ricordato come una personalità eclettica, difficile da incasellare in una sola categoria: musicista, attore, autore satirico, verseggiatore, regista. Per brevità, diremmo, un artista. E la perdita di un artista di questi tempi, così avari di eclettismo, leggerezza e ironia, è sempre qualcosa da non lasciar passare sotto silenzio.
In un sodalizio artistico e sentimentale con Sabina Guzzanti si era affacciato anche sulla ribalta di Sanremo nel 1995, portando una canzone, virata sempre alla sua maniera (ma parlando di difesa dell’ambiente contro il consumo di risorse e di suoli) coinvolgendo sulla scena – in un gruppo intitolato La Riserva Indiana– personalità come Mario Capanna, Remo Remotti, Bruno Voglino, Antonio Ricci, Milo Manara. Così replicando la sua testarda leggerezza profonda, esposta ad ironia serissima,capace di smontare il giocattolo del mondo, perso dietro luoghi comuni e parole d’ordine fatue.
La sua produzione musicale è stata consistente ed è possibile riascoltarla sul web in raccolte come Quando vengono le ballerine? (album del 1995) o i Racconti picareschi, affreschi più che indicativi della sua espressività così originale. L’ultima apparizione pubblica risale al novembre 2024, allorchè si è esibito dal vivo nel programma Radio2 Social Club con il brano La vecchia tatuata, dove irride ancora la diffusa velleità di voler effigiare la propria vicenda esistenziale in riproduzioni tatuate sulla pelle.

© Archivio Luce
In un panorama culturale sempre più incline alla semplificazione e all’etichetta facile, la figura di David Riondino resta un’anomalia preziosa. Non un simbolo, non un’icona, ma qualcosa di forse più raro: un artista libero. Ed è proprio questa libertà, oggi, a mancare di più.
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Maracaibo – di Lu Colombo, David Riondino – 1981 – Carosello CI 20502
Quando vengono le ballerine? – di David Riondino – 1995 – Rossodisera
Racconti Picareschi – di David Riondino – 1989 – Cgd





