“Rental Family”: il dramma nascosto del Giappone
Un funerale finto all’inizio, uno vero alla fine. La ciclica vita, l’eterno ritorno nelle vite di tutti. È il filosofo Friedrich Nietzsche che teorizza un universo che ri-nasce e ri-muore, ripetendo eternamente e rimanendo sempre se stesso.

In un mondo in cui si cerca di scappare da chi davvero si è, questa teoria è un paradosso. E il Paese che più rispecchia questa paura è il Giappone. Lo Stato nel quale ogni sorriso nasconde una bugia, una sofferenza, ogni inchino è solo per buon costume, per educazione. Il terrore di quello che pensano “gli altri” rende necessario qualcosa che in Occidente crediamo impensabile: affittare persone. O meglio, noleggiare una festa, amici, mariti, famiglie. Perché in un paese in cui la solitudine è più forte di qualsiasi altra cosa, fingere è l’unica opzione.
Si scontra con questa realtà Phillip Vandarploeug (Brendan Fraser) un attore americano che vive in Giappone ormai da 7 anni, senza però un lavoro stabile. Solo, senza alcun credo e rapporti casuali, come ultima possibilità accetta un lavoro presso la Rental Family, un’agenzia che fornisce attori per impersonare familiari o amici su richiesta. Passa dall’inscenare il falso fidanzato di una donna che desidera un matrimonio tradizionale per rassicurare i genitori, all’interpretare il padre assente di una bambina, fino ad impersonare un giornalista incaricato di intervistare un ex attore affetto da demenza. Incerto inizialmente, col passare delle settimane, questi incarichi portano Phillip ad affezionarsi teneramente, riscoprendo il mondo in modi nuovi e inaspettati.
Phillip è come noi che guardiamo il film. Non capiamo davvero cosa significhi vivere in quel contesto, con quelle aspettative, possiamo solo immaginarlo. E ci fa quasi paura. Fossimo stati in Phillip probabilmente dallo spavento ci saremmo tirati tutti indietro. Eppure donare qualcosa a qualcuno, oltre alla finzione inscenata, è una gioia inesprimibile. Vedere qualcuno realizzare il suo sogno, ritrovare una figura di riferimento, credere nelle proprie capacità, riempie il cuore e l’anima. Ed è un arricchimento continuo, una storia dopo l’altra che dona qualcosa anche a Phillip.
Tutto intorno a lui è concreto e veritiero: le piccole case di Tokyo, le scuole esclusive, le foreste di un Paese che non ha da offrire solo tecnologia e modernità. L’autenticità della fotografia curata da Takurô Ishizaka, così morbida e delicata, trasmette calma e sincerità in un mondo in contrasto ad essa, che vuole apparire come spirituale, ma che è ormai consumato.
Uno dei punti più interessanti del film è proprio la spiritualità, con templi e architetture, con gesti antichi che portano a credere che qualcosa di più alto arriverà a illuminarci. Phillip chiede all’anziano attore che finge di intervistare, Kikuo Hasegawa (Akira Emoto), cosa si trovi al di là del tempio. E pur dicendogli di guardarvi attraverso, Phillip lo farà alla fine, e quello che vi trova è l’intera chiave di lettura di questa storia.

Presentato in anteprima il 6 settembre 2025 al 50º Toronto International Film Festival, poi al Festival del Cinema di Adelaide il 18 ottobre 2025, e il giorno successivo alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma. Si trova ancora nelle sale dei nostri cinema, e attende solo di essere scoperto, assaporato e contemplato.
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Rentaru Kazoku. Regia: Hikari. Sceneggiatura: Hikari e Stephen Blahut. Con: Brendan Fraser, Takehiro Hira, Shinji Ozeki, Mari Yamamoto. Genere: Commedia drammatica. Durata: 110 minuti – Giappone, USA. . Distribuito da Walt Disney – Uscita: 19 febbraio 2026





