di Edoardo Vezzi

 

Nella piccola sala del Teatro Trastevere un uomo è seduto al buio, con una sigaretta in mano e la testa immersa nei pensieri. Un signore si avvicina con una torcia, irrompe nella casa venendo però sorpreso: non dovrebbe dormire a quell’ora di notte? Dopo un saluto formale comincia così il colloquio notturno con un uomo disprezzato, un dialogo tra un innocente e il suo boia.

Un radiodramma diventa così una mise en espace. Si nota immediatamente che il testo stato è pensato e scritto da Friedrich Dürrenmatt per la radio: i protagonisti sono spesso girati, l’ambientazione è essenziale, l’atmosfera buia e al centro vi è il dialogo.

Il colto ospite (Francesco Siggillino), in attesa del suo destino, accoglie il suo assassino (Fabio Galadini) con estremo ossequio, sapendo di essere stato condannato a questa fine, pur da innocente. Lo scrittore perde però molto presto la calma e si abbandona prima alla rabbia e poi all’ansia. Lo Stato lo ha condannato non solo alla solitudine e alla morte, ma a una dipartita antieroica, nel silenzio della notte, con un uomo che non rispetta. Il boia, un funzionario di stato che non è altro che un mezzo per lasciare al potere le mani pulite.

Nei quarantacinque minuti di spettacolo il dialogo fra i due diventa un discorso sulla morte, la vita, la società e il potere. Non è alla pari, il condannato non sembra più rispettare il suo interlocutore. Lo considera un cane al servizio dei potenti, ed è questo più di ogni cosa che lo destabilizza. Morire senza che nessuno lo ascolti, che nessuno lo sappia. È un condannato che non ha il privilegio di un’udienza o l’onore di un pubblico. Pensa di aver combattuto fino alla fine per la rivoluzione e la libertà. Non si capacita di andarsene di soppiatto.

Il boia è calmo e ascolta. È l’esperienza che lo guida e sa che come affrontare ogni tipo di persona. Il condannato spera di arrivare a un dialogo sublime, ma di fronte sente di avere una persona di una bassezza inaudita, un servo ricattato dal denaro.

Dall’arte di morire, resa tale grazie alla padronanza dell’umiltà, nasce un discorso sul potere e la rivoluzione, sulla battaglia per le idee e sulla vita. È una notte lunga. Il boia gli concede di parlare, di sfogarsi, di bere e di fumare. Lui no, è in servizio. Ascolta e ogni tanto controbatte, con comprensione e serietà. L’incontro però già dall’inizio è destinato ad una sola fine e il tempo scorre inesorabilmente.

Il colloquio notturno, che sente forse un po’ il peso del tempo, viene danneggiato dalla scelta poco brillante di usare la luce della lampada poggiata sul tavolo che ci ha purtroppo accecati per tutta la durata dello spettacolo.

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